Mentre il conflitto impazza sul campo, burocrati, banche e investitori privati si sfregano le mani sulle macerie dell’Ucraina. Il modello del “build back better” può funzionare?
Il fuoco della più grande crisi europea dalla Seconda Guerra Mondiale covava da oltre un decennio sotto i tizzoni dello sfaldamento sovietico e oggi, mentre le fiamme divampano ancora alte fra le macerie dell’Ucraina, molti osservatori internazionali sono già pronti a parlare di ricostruzione. La pars costruens però, ce lo spiegava il filosofo inglese Francesco Bacone, segue sempre la pars destruens, non affinché il tempo affievolisca il dolore della guerra, ma perché i segni lasciati dalle fiamme ci indichino la strada più opportuna per ripartire. Una strada che forum, convegni e agende, con il contributo di istituzioni e privati, tentano di tracciare da tempo nell’ambito di un “Piano Marshall per l’Ucraina”, come l’hanno definito senza troppi sforzi di fantasia la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyene il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Un parallelismo storico che non convince tutti, a partire dal professore di Storia delle Relazioni Internazionali David W. Ellwood che sul Mulino si chiede se non sia inutile “insistere sul rapporto tra prosperità e democrazia se la prosperità dipende da meccanismi di mercato sempre più globali e sempre meno controllabili democraticamente”. Dopotutto, “se la classe di governo a Kiev rimane quella che ha provocato la rivolta del Maidan del 2014 […] nessun piano tecnocratico, non importa quanto ben pubblicizzato, basterà per sollevare le sorti del popolo ucraino dopo la guerra”.
Senza scomodare troppo questioni politiche e sociali, il mondo intanto ha iniziato a contare i soldi: quelli necessari per ricostruire un Paese che dal 24 febbraio si sveglia ogni giorno sotto al fuoco delle bombe nemiche, ma anche quelli che rientrerebbero nelle tasche degli “amici generosi” sotto forma di terre ricche da cui importare materie prime e nuovi mercati verso cui esportare beni. Armi comprese, come ricorda Scholz parlando di una “responsabilità speciale nella costruzione dell’artiglieria e della difesa aerea”. L’Ukraine Recovery Conference del 5 luglio (programmata prima dell’invasione russa) posa la prima pietra, con Kiev e Berna che siglano il patto politico, diplomatico ma soprattutto economico che dovrebbe accompagnare il Paese fra le braccia dei Ventisette secondo l’approccio del “build back better”. Proprio in questa occasione il presidente Volodymyr Zelensky quantifica una richiesta pari a 750 miliardi di euro in 10 anni. Un “investimento” che frena il dibattito già al primo step, visto lo sforzo finora concesso dall’Unione europea che promette 1,5 miliardi al mese per il 2023 che, anche se spalmati fino ai prossimi 10 anni, si fermerebbero comunque a quota 180 miliardi. Anche volendosi rifare ai conti della Banca mondiale, i danni sono comunque stimati sui 350 miliardi di dollari, 10 volte tanto i 35 finora promessi dal G7. Dell’“ambizioso programma di riforme” caldeggiato dai partner occidentali si discute anche a Berlino dove il 25 ottobre la Presidenza tedesca del G7 ospita la conferenza internazionale sulla ricostruzione dell’Ucraina, con Von der Leyen che promette: «ogni euro, dollaro, sterlina o yen che spenderemo sarà un investimento in Ucraina, ma anche un investimento nei valori democratici del mondo».
Un ruolo centrale nella ricostruzione post-bellica del Paese lo avranno, oltre alle istituzioni, anche i privati. Lo testimonia anche il memorandum d’intesa siglato con l’iniziativa ReBuild Ukraine – Italia di FederCamere. Una piattaforma in cui le imprese italiane desiderose di investire all’estero possano incontrare le aziende ucraine a caccia di fondi. Pur nel plauso all’intervento privato, il direttore generale della Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo Matteo Patrone ricorda però il vero focus da mantenere nell’immediato: consentire alla popolazione di superare l’inverno al netto dei bombardamenti e dei continui blackout elettrici, derivanti da danni a infrastrutture o razionamenti energetici programmati. Dopodiché, si potrà pensare alla guerra che corre lungo un doppio binario, quello militare e quello economico. In questo secondo caso, assicurandosi che “il clima di investimento nel Paese sia adeguato”, perché “le riforme interne devono continuare”. Con un occhio alla democrazia e uno al portafoglio.
Quello di concimare con il fertilizzante del denaro il fiore della democrazia in Ucraina è un nobile intento che Washington persegue da tempi “non sospetti” solo all’opinione pubblica nostrana, la stessa che il 24 febbraio 2022 ha avuto l’impressione di svegliarsi improvvisamente in un incubo in realtà iniziato da almeno tre decenni. Già dal 1991, subito dopo la dichiarazione d’indipendenza che celebra il suo anniversario il 24 agosto, l’Ucraina – o meglio, le élite oligarchiche dei clan che controllano l’economia ucraina – è stata destinataria di un ingente flusso di dollari. A confermarlo, qualche anno dopo, anche l’allora assistente del segretario di Stato Usa con delega per l’Europa e gli Affari asiatici Victoria Nuland, oggi sottosegretaria di Stato per gli Affari politici. Proprio di Nuland si ricorda una controversa intercettazione risalente al 2014 quando, parlando con l’ambasciatore Usa a Kiev Geoffrey Pyatt, indicava Arsenij Jacenjuk come legittimo primo ministro e suggeriva di servirsi della mano delle Nazioni Unite per favorire il cambio di Governo e la cacciata di Yanukovich piuttosto che di quella europea («…che vada a fanculo l’Unione Europea»), all’epoca troppo timida nell’interferire negli affari politici di una nazione estera per gli ambiziosi piani a stelle e strisce. “Noi abbiamo investito cinque miliardi di dollari” per “promuovere la società civile e una buona forma di Governo”, per “l’obiettivo di un’Ucraina europea” e “altri obiettivi”, rivendicava ancora la Nuland nel 2013, in piena concomitanza con le proteste di piazza che di lì a poco sarebbero sfociate nell’Euromaidan, le manifestazioni filo-europee che sconvolsero il Paese promuovendo la cacciata del presidente Yanukovich e l’ascesa, non a caso, di Jacenjuk. Mentre le piazze esplodevano di rabbia contro un potere arroccato e spartito fra i soliti noti, Usaid – l’Agenzia governativa Usa per lo sviluppo internazionale -, e l’omologa non governativa National Endowment for Democracy inondavano il Paese di programmi di supporto a tutto tondo rivolti ad amministrazioni locali, parlamentari, ong, società civile e media. Un meticoloso piano di “occidentalizzazione” del Paese che nei fatti portò all’avvicinamento tra Kiev e Bruxelles, ma che attecchì sullo stesso tessuto politico oligarchico e corrotto che aveva portato gli ucraini in piazza. Non dimentichiamoci infatti che in Ucraina una manciata di miliardari detengono poco meno della metà del Pil totale della Nazione, che intanto arranca con una ricchezza pro capite di 4.835,57 dollari, e che il Paese giace al 117esimo posto su 179 nel Corruptions Perceptions Index 2020 sulla corruzione.
Senza voler cadere nella trappola paralizzante del cinismo biblico secondo cui «tutti hanno traviato, sono tutti corrotti;/ più nessuno fa il bene, neppure uno», ora è necessario mantenere un occhio critico sul futuro dell’Ucraina, che guarda speranzosa ad una ricostruzione che giungerà come una manna dall’alto, alimentata da soldi eterogenei nell’origine e nello scopo. A proposito di questo, ci si potrebbe chiedere quanto questa ricostruzione sia già vivida nelle menti del popolo ucraino e quanto invece viva soprattutto nei business plan di Bruxelles (&co). Mentre la narrazione sui piani di investimento per la ricostruzione del Paese è infarcita di sostenibilità, verde, inclusività e IT, il racconto che arriva dal campo di battaglia ci costringe a sbattere contro una realtà ben diversa. Da un lato, il rendering di città ordinate, green e iperconnesse, dall’altro le kopankas, miniere di carbone illegali in cui si scava a mano in condizioni di lavoro aberranti, al buio incerto di tunnel che corrono clandestini sotto campi minati e trincee. Le kopankasdel Donbass, come ci ha spiegato il giornalista inviato Andrea Sceresini che “frequenta” l’Ucraina, in particolare quella orientale, dal 2014, rappresentano da allora l’ultimo baluardo di un’economia polverizzata dalla guerra, con un’industria statale, quella del principale bacino carbonifero dell’Unione Sovietica, che ha chiuso i battenti lasciando i cittadini a corto di alternative per riscaldarsi in inverno. Oltre alla linea di contatto, dove la vita è logorata da un conflitto che, anche se a bassa intensità, non si è mai fermato, anche nelle aree dove si combatte di meno l’economia si è fermata.
La guerra non ha fatto che alimentare i malesseri in seno alla società ucraina, dalla corruzione al clientelismo, con l’urgenza del conflitto che giustifica l’accantonamento di qualsiasi garanzia economica e sociale nei territori. «Già nei primi mesi dallo scoppio del conflitto si diceva che tutte le case bombardate sarebbero state risarcite dallo Stato, ma nessuno ha mai creduto in questi soldi»,racconta ancora Sceresini evidenziando un sentimento popolare di sconforto e sfiducia, significativo della percezione comune di Stato e autorità nelle terre di confine, lontane dalle metropoli occidentali nell’Ovest del Paese. La ricostruzione per gli ucraini, protagonisti della più grande migrazione di massa in Europa dal 1945, «non è un tema sul tavolo, si pensa solo a passare l’inverno senza morire di freddo e di fame, e solo eventualmente a far finire la guerra. Nelle città restano solo i vecchi». Quanto al conflitto, la guerra «ha polarizzato un sentimento nazionalistico che prima non c’era. Per secoli e senza problemi russofoni e ucrainofoni hanno convissuto in pace fianco a fianco. Fino al 2014 persino a Kiev si parlava correntemente russo, e non perché si desiderasse che l’Ucraina fosse la Russia, anzi, ma per retaggi culturali radicati, che la guerra non ha fatto che esacerbare e politicizzare». Una spaccatura, insomma, che “non sarà riassorbita prima del passaggio di diverse generazioni”, anche con la fine del conflitto e specialmente nel caso, molto probabile, in cui si pensasse di costruire la pace attraverso forzature culturali e linguistiche.
Con queste immagini nella mente è facile empatizzare con lo sconforto degli ucraini quando, aprendo i giornali, si scopre che la speculazione estera è già partita. «Le oligarchie hanno sempre cercato di blindare lo status quo. Come? – si chiedeva Matteo Tacconi su Limes. – Frenando le riforme, impedendo la nascita di una classe media, bandendo concetti chiave del libero mercato come competitività, concorrenza e innovazione. Tutto perché ci si deve spartire la torta, limitando gli inviti al banchetto». Oggi la guerra ha aperto le porte di questo banchetto anche agli invitati esterni, che hanno già allacciato i tovaglioli intorno al collo.