Dal 14 settembre 2024 al 26 gennaio 2025, l’espressionista norvegese torna in mostra a Milano. La curatrice Berman: “cattura ansie che condividiamo. Ma c’è anche la speranza”

A 80 anni dalla sua morte, Edvard Munch viene celebrato a Palazzo Reale di Milano con una grande retrospettiva – in calendario dal 14 settembre 2024 al 26 gennaio 2025 – che “esamina il suo lavoro dagli esordi, nel 1880, fino alla morte”.Spiega la curatrice Patricia Berman, una delle massime esperte mondiali del pittore norvegese: «la mostra è organizzata attorno al tema “Fuoco interiore”, che si riferisce ad almeno tre dimensioni del lavoro di Munch: il suo riconoscimento critico delle sensazioni interiori, della memoria, delle emozioni, e dei modi in cui modellano la percezione; il suo desiderio urgente di comunicare queste impressioni altamente personali agli altri; infine, il suo mezzo creativo per rendere visibili cose così invisibili». 

Cosa vedremo nelle sale del palazzo in Piazza Duomo?
«Le 100 opere sono state selezionate dalla collezione del Museo Munch di Oslo pensando alle tre dimensioni. Comprendono dipinti, stampe, disegni, fotografie, quaderni di schizzi e persino gli esperimenti di Munch con il cinema. Molti sono tecnicamente audaci per il suo tempo. E sono anche audaci dal punto di vista tematico: si impegnava a condividere il dolore suo e degli altri, nonché momenti di estasi. Nell’era della conformità, il suo lavoro offriva uno straordinario sbocco agli impulsi e ai fuochi interiori. Fuochi che credeva fossero comuni a tutti gli esseri umani, in qualche modo».

Oltre alla collaborazione del Museo Munch di Oslo, la mostra – dal titolo Il grido interiore -, prodotta da Palazzo Reale e Arthemisia, è stata promossa dal Comune di Milano e ha ricevuto il patrocinio della Reale Ambasciata di Norvegia a Roma.

Protagonista indiscusso nella storia dell’arte moderna, Munch è considerato un precursore dell’Espressionismo e uno dei più grandi esponenti simbolisti dell’Ottocento, nonché l’interprete per antonomasia delle più profonde inquietudini dell’animo umano. Nato in Norvegia nel 1863, fu per tutta la sua vita condizionato dalla sofferenza e dalla mancanza che conobbe già da bambino, quando subì la perdita scioccante della madre e della sorella, malate di tubercolosi. A Berlino, contribuì alla formazione della Secessione Berlinese (movimento artistico di fine ‘800 per la libertà di espressione) e, nel 1892, si tenne la sua prima personale: non solo non fu apprezzata, ma fu anche reputata scandalosa. Da quel momento Munch ha incarnato la figura dell’artista eversivo e maledetto. Una vita precaria, vissuta “sull’orlo di un precipizio”, che lo portò all’alcolismo e a una crisi psicologica, fino al ricovero in alcune case di cura tra il 1908 e il 1909. Scegliendo l’isolamento, si spostò quindi nella sua proprietà di Ekely, a Oslo, fino alla sua morte nel 1944, dopo un mese dal suo ottantesimo compleanno.

La curatrice della mostra Patricia Berman. Crediti: Berman

Munch torna a Milano dopo 40 anni. Qual è la sua contemporaneità?
«Ora, come nell’ultima mostra delle sue opere nel capoluogo lombardo, almeno due degli aspetti del lavoro di Munch sono rilevanti per il nostro tempo. Il primo è la brillantezza e l’audacia delle sue superfici: era uno sperimentalista, applicava la pittura e praticava la stampa in modi altamente non ortodossi; era anche un colorista eccezionale, creando tavolozze dolorosamente armoniose o brutalmente dissonanti. Nel nostro periodo post-pandemico, in cui l’evidenza dell’apporto umano è particolarmente apprezzato, ma anche con l’avvento delle arti digitali, in cui la sperimentazione con i media è così robusta, è affascinante ricordare che, nella prima metà del XX secolo, il norvegese è stato un precursore. Il secondo è costituito, ovviamente, dai temi molto familiari e umani che ha perseguito: chi prima di lui ha mostrato che la malattia è così dolorosa, la morte lascia un tale vuoto, l’amore è così complesso e la vita è così travolgente? Abbiamo incluso nella mostra una rara versione litografica de L’Urlo, la più famosa delle sue opere, perennemente rilevante come modo di esprimere il terrore esistenziale. Tanto da diventare un’emoji e un meme».

Qual è il rapporto tra Munch e l’Italia, se esiste?
«Questo è un aspetto molto sottovalutato del suo lavoro. Munch fece diversi viaggi in Italia. In seguito alla prima visita, nel 1899, riferì che il suo confronto con l’opera del Rinascimento italiano contribuì a ispirare il modo in cui organizzò i suoi dipinti in fregi. La sua sequenza pittorica, il Fregio della Vita, potrebbe essere stata in parte riorganizzata dopo questa osservazione diretta. Ammirava particolarmente la dimensione architettonica degli affreschi della Cappella Sistina, che definì “la stanza più bella del mondo”. Nel decennio successivo, iniziò a dipingere tele monumentali per l’Università di Oslo e altre istituzioni pubbliche.  Ritornato brevemente in Italia nel 1922, affermò di aver trascorso un’intera giornata a Sant’Ambrogio, a Milano. Qualche anno dopo trascorse alcuni giorni a Venezia (uno dei disegni di Munch di questo viaggio è in mostra). Nel 1927 fece un altro viaggio, risiedendo a Roma per un mese. Lì, nel cimitero acattolico, visitò la tomba di suo zio, il grande storico e archeologo norvegese Peter Andreas Munch. Fu uno dei primi non cattolici a cui fu permesso di usare gli archivi vaticani e morì nell’anno della nascita di Edvard. La nostra mostra comprende un disegno e un dipinto della lapide che il pittorerealizzò mentre risiedeva nella capitale».

Dopo Milano, è proprio a Roma, e precisamente a Palazzo Bonaparte, che dal 18 febbraio al 2 giugno 2025 verranno ospitate le opere dell’artista norvegese, in un ideale ripercorrere dei suoi viaggi italiani.

Qual è il messaggio di Munch in questo momento storico, denso di guerre e disastri climatici?
«C’è una ragione per cui L’Urlo continua a essere tra le icone più riprodotte al mondo e l’unica opera d’arte a diventare un’emoji. In qualche modo cattura e amplifica il costante ronzio interno di ansia e preoccupazione che condividiamo, sia che si tratti di sopportare una pandemia, di assistere a morti su scala di massa o alla malattia del nostro pianeta. Questa immagine agisce come una sorta di ventriloquismo per tutti noi, un modo abbreviato di condividere la nostra vulnerabilità come esseri umani. Ma il lavoro di Munch riguardava anche il rinnovamento. Sì, le immagini riguardano spesso la malattia e la morte, ma, altrettanto spesso, riguardano la terra che porta alla luce novità e possibilità. Credeva in un universo in cui tutti gli elementi sono correlati».

Un “messaggio di redenzione” ma anche un “promemoria del fatto che rendere visibili i problemi significa aprire la strada alle soluzioni”: così Berman riassume il lavoro di Munch, in attesa che si aprano le porte di Palazzo Reale.