Anche quest’anno a Venezia va in scena lo spettacolare Carnevale che, fra costumi preziosi, sapere artigiano e rievocazioni storiche, ci offre uno spaccato quanto mai attuale della nostra storia

«Semel in anno licet insanire»: “una volta all’anno è lecito impazzire” recita una nota locuzione latina che in quell’“insanire”, letteralmente “uscire da sé stessi”, incarna la chiave di lettura più appropriata per il Carnevale. A smentire il cinismo indifferente di chi guarda al Carnevale come a una festa per bambini o come un semplice momento di gioco ci pensa Venezia dove da secoli, fra l’acqua e il cielo, si apre il sipario su un palcoscenico irripetibile in cui chiunque, con una maschera sul volto, è protagonista. Il Carnevale di Venezia ha il duplice potere di lasciare a bocca aperta chi ignora la sua portata storica e, dall’altro, “smascherare” la superficialità che sminuisce il senso ultimo di questo appuntamento fisso tra i campi cittadini, appuntamento nato con una missione precisa: livellare la società. Partiamo dalle origini.

Quasi tutte le culture del mondo antico concepivano un qualche periodo dell’anno in cui mascherarsi e lasciarsi andare allo svago collettivo era non solo lecito, ma addirittura propiziatorio per le divinità e dunque incoraggiato dalle autorità. Avveniva in Grecia, dove si celebravano i riti dionisiaci anche noti come Baccanali in onore di Dioniso, in Egitto dove gli storici riportano di un antico rito in maschera dedicato alla dea Iside e testimonianze di sfilate di carri figurativi arrivano persino da Babilonia. Nonostante sia consuetudine diffusa ricondurre le origini del Carnevale di Venezia ai Saturnali latini, l’associazione non sarebbe così storicamente accurata data la discrepanza temporale tra le due manifestazioni ma anche il carattere indipendente e peculiare assunto dalle sfilate venete nel corso dei secoli. A Roma (e in tutto l’Impero) le feste in onore di Saturno si celebravano infatti durante i Brumalia, i giorni più corti dell’anno, verso fine dicembre, in cui la popolazione si lasciava andare al disordine e allo svago per superare la paura invernale e scongiurare la secchezza dei terreni. Nei giorni più freddi, insomma, la popolazione trovava conforto inscenando un’inversione dei ruoli, con i padroni assoggettati e gli schiavi seduti al banchetto, deliziati dalla “libertas Dicembri”, una libertà di parola inimmaginabile nel resto dell’anno. Nel corso di banchetti pubblici e privati gli eccessi si traducevano in ebbrezza, crapule, esperienze orgiastiche e gioco dei dadi, eccezionalmente leciti in queste feste propiziatorie (Dioniso, dopotutto, è anche l’unico dio pagano che ammette donne e schiavi nei suoi riti). In un secondo momento, al rito pagano si accosta quello cristiano, iscritto nel nome stesso della celebrazione; nel periodo di Quaresima che prelude alla Pasqua, ossia quando oggi cade il Carnevale, il rito cattolico invita a “carnem levare” dalla propria alimentazione.

Ma quand’è che il Carnevale cessa di essere un rito del mondo antico, retaggio di culti dionisiaci, e diventa una vera e propria istituzione cittadina a Venezia? Alcuni storici fanno risalire l’origine della tradizione al 1094 quando il doge Vitale Falier indisse dei festeggiamenti pubblici per tirare su il morale della popolazione della Repubblica. Si narra che nello stesso anno si tennero anche tre giorni di digiuno cittadino per evocare il ritrovamento della reliquia di San Marco, il cui corpo era andato perso dopo un incendio appiccato durante una protesta popolare contro Pietro Candiano IV. Il digiuno sortì l’effetto sperato quando le pietre di una colonna della Basilica si sgretolarono svelando la dispersa reliquia del santo patrono della Repubblica di Venezia, e così fece il Carnevale. Le celebrazioni furono subito un successo, tanto che nel 1296 il Senato della Serenissima indisse ufficialmente una festività pubblica nel giorno che precede la Quaresima. Le celebrazioni in maschera diventano così una costante per la popolazione che per secoli attende l’arrivo della Pasqua spalmando i festeggiamenti nell’arco di ben 6 settimane. Questa amata tradizione prosegue indisturbata fino al 18esimo secolo quando Napoleone e l’Austria asburgica conquistano la Serenissima. È il 1797 e il Carnevale di Venezia viene ufficialmente abolito.

Bisognerà attendere il 1979 affinché la parata in maschera torni a sfilare per i canali di Venezia, questa volta non per imposizione regia ma grazie alla spinta dal basso e all’impegno di associazioni cittadine che in poco tempo riportano il Carnevale agli antichi albori, con un calendario che non lascia indietro le tradizioni più radicate della festa cittadina. Parliamo di eventi come il Volo dell’Angelo, originariamente noto come il Volo del Moro per rievocare l’impresa di un acrobata turco che attraversò piazza San Marco su una corda sospesa dalla cima del Campanile alla sua imbarcazione. L’idea piacque e si replicò per decenni, finché la morte di uno sventurato lo trasformò nel Volo della colombina, sostituendo il figurante con una colomba di legno. Oggi l’onore di sorvolare piazza San Marco spetta alla vincitrice della Festa delle Marie, concorso di bellezza delle giovani veneziane. Simile è il Volo dell’Aquila, affidato ai campioni dello sport. Altri appuntamenti tradizionali sono invece rimasti relegati alla storia, in particolare quelli più cruenti come gli scontri fra le fazioni cittadine opposte sul Ponte dei Pugni, sostituiti dall’esibizione di “Forze d’Ercole”, colonne umane di equilibristi e giocolieri, e il taglio della testa al toro, da cui ha origine il famoso detto.

Al di là di fonti storiche e ragioni politiche, il racconto più genuino del Carnevale di Venezia è quello fatto dalle stesse maschere che lo animano. I protagonisti della festa, i cittadini, portano in scena maschere fatte a mano con impasti di argilla, cartapesta e gesso, colorate e decorate con applicazioni, cordialmente salutandosi: «buongiorno signora Maschera!». Quasi tutti ne possedevano una: in passato infatti l’utilizzo delle maschere era autorizzato anche in altri contesti in cui si richiedeva la tutela dell’identità, ad esempio delle donne non ancora promesse spose che volessero recarsi a teatro. Sebbene l’Arte della Commedia di Carlo Goldoni abbia fissato nell’immaginario comune i personaggi di Arlecchino (con l’alter ego partenopeo di Pulcinella), Colombina e Pantalone, la tradizione veneziana vanta anche altre figure, ben più facili da incontrare fra i canali nei giorni di Carnevale. Fra tutte citiamo il maschile Bàuta, una maschera rettangolare capace anche di modificare la voce e per questo ossequiata come simbolo della libertà di espressione indossata con il tricorno (cappello a tre punte) e il tabarro (mantello), e la femminile Moreta: una maschera nera e semplicissima divenuta “simbolo della femminilità per eccellenza” che le donne sorreggevano stringendo fra le labbra un bottone interno, fatto che impediva loro di parlare contribuendo ad alimentare l’aura di fascino e mistero dietro allo schermo liscio. Fra le maschere più iconiche c’è anche quella dei “medici dea peste”: lungo becco, occhialini e una tunica nera riproducono la divisa dei dottori veneziani che erano soliti far visita ai pazienti indossando un filtro “a becco” con sali ed erbe aromatiche per camuffare l’odore della malattia. Un travestimento scaramantico, così come quello da “bernardòn”, il mendicante vestito di stracci, parte di una tradizione che “vede anche molti travestirsi da feriti, stroppiati, pezzenti inviluppati in cenci sozzi spruzzati di sangue, e comparir così in quei luoghi più frequentati per esser ammirati ovvero abborriti da quei che avanti di loro passano” come racconta Marco Girardi riprendendo gli appunti del padre di Wolfgang Goethe, Johann Caspar, che a Venezia colse il senso più popolare e viscerale del Carnevale. Per 6 settimane, la volontà della Repubblica era che l’ultimo dei popolani e il Doge si trovassero sullo stesso piano e celebrassero insieme lo spirito del Carnevale. Ancora oggi, la bellezza delle 12 Marie, lo spettacolo dei voli e l’arte sartoriale non fanno che arricchire un appuntamento che, lungi dall’essere un semplice evento di svago, racconta una tradizione secolare basata sul principio della livella: nell’ebbrezza e nel caos, ogni anno prende vita una catarsi collettiva in cui ogni tipo di differenza sociale si annulla e il ricco e il povero si riscoprono, dietro a una maschera colorata, vicini e uguali.