Sono tante le opere italiane che in passato vennero trafugate e che ancora adesso si trovano nei musei esteri. Dalla famosissima Gioconda al bronzo di Lisippo, ci sono delle eccezioni?
“Riprendiamoci quello che è nostro”, quante volte l’avete sentito dire? È la frase tipica dell’italiano medio all’estero quando vede un’opera d’arte creata da un artista originario del nostro Paese. Spesso questa espressione fa riferimento a un dipinto in particolare, la Gioconda, che scopriremo non essere tra queste… Sono però moltissime le bellezze nazionali che sono state trafugate all’estero o sono state acquisite dai musei in maniera poco chiara: recentemente, i riflettori sono stati puntati sull’Atleta vittorioso o Atleta di Fano di Lisippo, scultura in bronzo che riproduce un uomo nudo a grandezza naturale e che attualmente si trova nella villa Getty a Malibu, in California. La CEDU, Corte Europea dei diritti dell’uomo, ha deciso che l’Italia ha il diritto di chiedere la restituzione della scultura la quale ormai da decenni si trova negli Stati Uniti. Dietro a questa disposizione, c’è una diatriba che va avanti da moltissimo tempo tra lo Stato italiano e il museo americano: si tratta soltanto di una delle tante dispute che coinvolgono opere antiche che fanno parte del patrimonio artistico mondiale.

Il bronzo di Lisippo, un giallo che persiste da 60 anni
150 centimetri di altezza e 70 di larghezza, la scultura di un atleta con il torso e le braccia in movimento proprio come se avesse finito in quell’istante di mettersi sulla testa una corona. A mancare sono gli occhi e i piedi, probabilmente divorati dal mare o dalla storia: il bronzo, infatti, venne ritrovato da alcuni pescatori che provando a tirare su le reti si accorsero che vi era rimasto impigliato un bronzo di 2400 anni. Il contrasto tra le due metà del corpo ha condotto gli storici d’arte a giudicarla appartenente a Lisippo, ultimo tra i grandi scultori dell’età classica e prediletto di Alessandro Magno, vissuto nel IV secolo a.C. La storia di questa statua si è però trasformata in un mistero che va avanti da 60 anni: venne ritrovata dal peschereccio Ferruccio Ferri nelle acque di Fano (Marche), luogo dal quale ha preso il nome, L’Atleta di Fano, nel 1964. Una volta recuperata i pescatori non dichiararono il ritrovamento alle autorità e la nascosero dapprima in un ripostiglio del proprietario del peschereccio, successivamente in un campo di cavoli in aperta campagna per poi finire nelle mani della famiglia Barbetti di Gubbio. Grazie all’aiuto di un prete l’opera d’arte venne tenuta nascosta dentro ad una canonica per moltissimi anni, salvo riapparire negli anni ‘70 ad un’asta in Germania e ad un’asta a Londra, luogo in cui venne acquistata alla cifra di tre milioni e 900 mila dollari dal museo in cui si trova da ormai moltissimi anni, dal 1978. L’Italia tentò di recuperarla per circa 40 anni, anche tramite il lavoro delle forze dell’ordine e delle istituzioni dei Paesi che erano coinvolti nella vicenda, ma tutti i sacrifici fatti non portarono a nulla fino a che qualcosa realmente iniziò a sbloccarsi. Il tribunale di Pesaro, nel 2010, emise un ordine per la confisca dell’opera promuovendo il nostro Paese come legittimo proprietario dato che la scoperta venne fatta da parte di un’imbarcazione italiana. Nel 2018, a seguito di un ricorso, la Cassazione italiana decise che la statua fosse di proprietà dell’Italia convalidando quindi l’ordine di confisca emesso 8 anni prima. Dopo questa deliberazione, la Fondazione Getty espose la vicenda alla CEDU sostenendo di aver svolto in maniera completamente legale l’acquisto citando anche una antecedente sentenza della Corte di Cassazione secondo la quale non vi erano prove che questa fosse parte del patrimonio culturale italiano. Il tribunale internazionale con sede a Strasburgo ha replicato recentemente dando ragione all’Italia sottolineando come le autorità italiane abbiano lavorato in maniera del tutto lecita per chiedere la restituzione del bronzo nell’ambito delle politiche per la protezione del patrimonio artistico e culturale nazionale. In aggiunta ha anche sostenuto che l’ordine di confisca convalidato dalla Corte di Cassazione italiana sia “proporzionato” riguardo alla “negligenza o alla malafede della Fondazione Getty nell’acquistare la statua nonostante la consapevolezza delle rivendicazioni dello Stato italiano e dei suoi sforzi per recuperarla”. Il museo di villa Getty adesso ha tre mesi di tempo per fare appello alla Grande Camera della Corte europea.

Italia o Francia? La Gioconda di Leonardo
Un rompicapo ormai conosciuto da tutti è proprio quello della Gioconda o Monna Lisa, il quadro più famoso di Leonardo da Vinci, artista toscano vissuto nel periodo del Rinascimento. Dipinse l’opera nel 1500 dopo che gli era stata commissionata da Francesco del Giocondo, ricco mercante italiano sposato con Lisa Gherardini, aristocratica toscana, appunto la Monna Lisa. L’opera non arrivò mai al committente perché Leonardo, da gran perfezionista, sviluppò un’ossessione nei confronti del dipinto continuando a migliorarlo nei minimi dettagli senza mai completarlo. Ma veniamo al dunque, com’è finito il quadro di un celebre artista italiano in Francia?
Un racconto scritto del segretario del cardinale Luigi d’Aragona, Antonio de Beatis, racconta e descrive i dipinti che Leonardo da Vinci portò in Francia dopo aver accettato l’invito del re Francesco I. Proprio in quell’occasione si portò dietro la Gioconda. Anche Giorgio Vasari, pittore e architetto italiano considerato la fonte più attendibile di informazioni per la Gioconda, ha convalidato la presenza di un ritratto femminile che Leonardo portò a Fontainebleau. Tutto questo spiegherebbe quindi come fu lo stesso artista toscano a portare il tanto conteso quadro in Francia e come non sia invece da prendere in considerazione l’estorsione di Napoleone durante le campagne in Italia. Dopo la morte di Leonardo da Vinci, le bellezze artistiche vennero ereditate dall’assistente del pittore, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salai, che probabilmente vendette l’opera al re di Francia. Da quel momento la Gioconda venne accolta all’interno delle collezioni dei reali: Luigi XIV lo portò addirittura nella sua dimora a Versailles alla fine del 1600, e con la Rivoluzione Industriale finì nella Galleria del Louvre.
È quindi esattamente da quel momento, l’anno 1797, che la Monna Lisa si trova a Parigi. Sono passati moltissimi anni e ancora oggi è capace di attirare turisti da tutto il mondo, quasi nessuno però sa la sua vera storia. Ma l’Atleta vittorioso e la Gioconda non sono gli unici…

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Minneapolis e il Doriforo di Stabia
Una caso complesso quello del Doriforo di Stabia sul quale è dovuta intervenire la Procura della Repubblica di Torre Annunziata per chiedere agli Stati Uniti di consegnare all’Italia una statua sottratta in maniera illegale dal trafficante d’arte Elie Borowski. Il furto avvenne negli anni ‘70 agli Scavi di Stabia, un’antica colonia romana sepolta con Ercolano e Pompei a causa dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Nel 1984 il Doriforo di Stabia, la copia più famosa e riuscita che i romani abbiano prodotto dell’originale statua, in bronzo, risalente invece all’epoca greca e dal valore inestimabile, venne acquistata dal Minneapolis Institute of Art (Mia) dove ancora oggi è esposta.
In merito al rientro dell’opera, il ministro della cultura, Gennaro Sangiuliano, ha detto: «non solo ci stiamo lavorando, ma ho interrotto i rapporti consueti di scambi di opere d’arte col museo di Minneapolis. Noi non prestiamo più opere a quei musei che hanno contenziosi aperti con l’Italia per quanto attiene la restituzione. In poco più di un anno del mio ministero, grazie all’impegno dei carabinieri e della magistratura italiana, abbiamo fatto rientrare oltre 400 reperti, soprattutto dagli Usa e dalla Gran Bretagna».
Braccio di ferro per il Discobolo Lancellotti
Nella storia recente un’altra vicenda ha posto l’attenzione sulle opere d’arte italiane che si trovano in altri Paesi: si tratta del Discobolo Lancellotti, la copia del Discobolo di Mirone. L’originale era in bronzo e venne realizzato da Mirone all’incirca nel 455 a.C., la migliore delle copie invece sembra essere proprio la versione Lancellotti, che attualmente si trova al Museo Nazionale Romano ma priva della sua base che si trova in Germania. E mentre l’Italia chiede anche il piedistallo dell’opera, il direttore della Glyptothek di Monaco pretende di avere indietro l’intera scultura perché consegnata alla Germania durante il periodo del nazismo e quindi, a suo dire, di proprietà tedesca.

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USA di nuovo al centro della contesa: la biga etrusca
Un mistero, questo, che mette a confronto due diverse realtà: un piccolo borgo della Valnerina, Monteleone di Spoleto, e una delle gallerie più visitate al mondo, il Metropolitan di New York. Ma qual è l’oggetto tanto desiderato? Si tratta della biga etrusca del VI secolo, un carro da parata in legno di noce totalmente rivestito di lamine di bronzo dorato lavorato a sbalzo rinvenuto a Monteleone nel 1902. A trovarlo fu un contadino che stava lavorando nell’aia di casa sua, lo stesso lo vendette ad alcuni mercanti fiorentini e nel giro di pochissimo tempo passo dall’Italia a Parigi e dalla Francia a New York, proprio al Metropolitan Museum. Sono anni che il governo italiano cerca di riavere indietro il reperto: interrogazioni parlamentari, denunce, appelli alle autorità e rivendicazioni. Ancora molto da fare e nulla di fatto in mano.

Tiziano e la sua Cristina di Danimarca
Tra le opere d’arte finite all’estero, si può includere anche il ritratto di Cristina di Danimarca, un olio su tavola di Tiziano. Il dipinto mostra la duchessa di Lorena, Cristina di Danimarca, e venne realizzato nel 1548, probabilmente durante il soggiorno dell’artista ad Augusta presso la corte asburgica. Si tratta di un’opera d’arte dalla storia particolare, il ritratto infatti venne acquistato con altri dipinti a Firenze tra il 1941 e il 1942 dal mercante tedesco Walter Hofer su ordine di Göring, politico e generale, e poi venne portato in Germania. Il suo trasferimento, come quello delle altre, avvenne trasgredendo il regolamento previsto da due leggi dello Stato italiano. Con l’adozione della Dichiarazione di Londra del 1943, le compravendite di beni avvenute nei territori occupati dai tedeschi e dai loro alleati vennero azzerate e venne organizzato un punto di raccolta a Monaco di Baviera per radunare le migliaia di opere d’arte trafugate dai nazisti. Proprio qui, nel 1948, comparve il croato Ante Topić Mimara che, con la complicità di Wiltrud Mersmann (storica dell’arte, curatrice del punto di ritrovo e poi sua moglie) e per conto del governo della Jugoslavia, ottenne lo spostamento di 166 opere d’arte. Tra queste alcune furono vendute, altre invece rimasero di sua proprietà fino al 1988 finendo al museo nazionale di Belgrado.
In tutta questa vicenda gli sforzi della diplomazia italiana di sistemare la circostanza furono mandati all’aria dalla guerra fredda in atto tra Usa e Urss. Qual è la parte peggiore e più paradossale? È che molte di queste opere, incluso il ritratto di Cristina di Danimarca, vennero “date in prestito” all’Italia per una mostra di grande interesse tenutasi a Bologna nel 2004/2005 ma nessuno si rese conto che si trattava di opere trafugate.
Quelle citate sono solo alcune delle opere trafugate, se dovessimo menzionarle tutte potremmo andare avanti ancora per molto. Il lato positivo è che negli ultimi anni sono state molte anche quelle ritrovate, eccone due: la tavola a olio Madonna con bambino del famoso pittore Marco D’Oggiono della cerchia dei Leonardeschi venne rubata negli anni ‘50 dalle sale della Pinacoteca Ambrosiana di Milano e venne ritrovata nel 2021 grazie al lavoro del Comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale di Monza. E poi un antico manoscritto del XV secolo che è stato riconsegnato al Comune di San Gimignano: era stato rubato tra il 1937 e il 1952 dalla Biblioteca Comunale e venne riportato nel nostro Paese grazie alla segnalazione e cooperazione di una casa d’aste estera.
Oltre a queste due restituzioni, sono state ritrovate 24 statue di bronzo di epoca etrusca-romana dallo scavo del Bagno Grande, a San Casciano dei Bagni (Siena).
di: Alice GEMMA
FOTO: ANSA /gid