Quando si parla di crisi climatica i media italiani tendono a farlo in modo altalenante, superficiale, estremizzato, a favore di intrattenimento. Ma se vogliamo superarla, questa crisi, c’è bisogno di un cambiamento
Tom Kington è un uomo di mezz’età con barbetta, occhiali e un lavoro rispettabile come corrispondente dall’Italia per il quotidiano britannico The Times e per il Los Angeles Times, oltre che come commentatore per Sky News UK. Lo scorso 14 luglio Tom, altrimenti sconosciuto ai più, si è distinto per essersi lanciato in un’impresa epica: ribattezzare nientepopodimeno che Roma, capitale d’Italia e terra della Santa Sede, “the infernal city”, la Città eterna che nella sua penna si è trasformata in inferno. Il motivo di questo aggettivo -, con un chiaro riferimento alle fiamme bibliche – è presto detto: a Roma quest’estate ha fatto caldo, molto caldo, tanto da spingere il ministro della Salute tedesco Karl Lauterbach a decretare (con malcelata soddisfazione) che “qui il turismo non ha futuro”. Negli ultimi mesi, mentre il caldo interessava l’Italia, sì, ma anche tutto il resto d’Europa e del mondo, Kington in ogni caso non è stato l’unico giornalista internazionale a dedicarsi al meteo italiano, sebbene gli altri lo abbiano fatto senza sentire il bisogno di profanare un soprannome vecchio di duemila anni. Ma andrà anche detto che nel farlo, Kington & co. hanno semplicemente riflesso sulla stampa estera quello che già andava avanti sulla stampa tricolore.
Prendiamo ad esempio il 25 luglio quando sul Belpaese insieme al caldo si abbatte anche il maltempo. I principali quotidiani nazionali e locali aprono così: “Milano, tetti scoperchiati” (Corriere della Sera), “Grandine e fuoco. L’Italia spezzata in due dal clima impazzito” (La Repubblica), “Di fuoco e di ghiaccio” (è il titolo, con chiaro riferimento alla serie ormai cult Game of Thrones, de La Stampa), “Colpi di calore, nubifragi e virus” (la triade che pesa sugli ospedali secondo Il Messaggero), “Perché domina il clima estremo” (tenta di spiegare Il Secolo XIX), mentre su altre prime pagine nazionali la cronaca meteorologica deve fare spazio ai risultati delle ultime consultazioni elettorali spagnole. Ci sono poi “Caldo e schianti” de La Gazzetta del Mezzogiorno e “Nubifragio” su L’Eco di Bergamo; “Il caldo ferma la Sicilia” de Il Giornale di Sicilia o “Estate d’inferno” de La Sicilia e “La Sardegna un forno ma ora basta” de La Nuova Sardegna laddove L’Unione Sarda definisce l’isola un “braciere”. Messaggero Veneto riporta una “violenta grandinata” e il Giornale di Brescia di “temporali e grandine”. Tutto avviene nella stessa giornata mentre le stesse testate sono intente a raccontare quanto avviene a 1.400 chilometri di distanza in linea d’aria, dove le isole greche di Rodi e Corfù soffocano nel fumo delle fiamme che le stanno devastando, con le terribili immagini di residenti e turisti che fuggono via mare. L’8 di agosto successivo verranno raccontati i roghi che avvolgono l’isola di Maui, nello Stato delle Hawaii, causando oltre 100 vittime identificate e più di 1.000 dispersi, oltre alla devastazione dell’ecosistema locale.
Questi eventi estremi, le ondate di calore, le grandinate, gli incendi distruttivi, e i titoli che li raccontano si riconducono tutti a un tema cardine: il cambiamento climatico. Il Centro Informazioni Regionale delle Nazioni Unite (Unric) definisce cambiamenti climatici i “cambiamenti a lungo termine delle temperature e dei modelli meteorologici” che possono essere dovuti a fattori naturali, come le “variazioni del ciclo solare”, o a fattori umani, principalmente l’uso di combustibili fossili la cui combustione “genera emissioni di gas a effetto serra che agiscono come una coltre avvolta intorno alla Terra, trattenendo il calore del sole e innalzando le temperature”. È quindi con la mano dell’uomo che il “cambiamento” – di per sé termine termine neutro – si trasforma in “crisi”, tutto un altro paio di maniche.
Potremmo dilungarci nello spiegare le cause della crisi climatica, le sue conseguenze a breve e lungo termine, sull’ambiente come sull’uomo, o le azioni da intraprendere per rallentarla. Lasciamo che a farlo siano ricercatori, meteorologi, esperti reali e all’occorrenza improvvisati. Quello che a noi interessa scoprire è se l’informazione, quella italiana in modo particolare, si riduce a raccontare come attore passivo quanto avviene o se, riconquistando il suo ruolo di attore attivo nella società, contribuisce nella lotta alla crisi. Spoiler alert: non lo fa.
Il monitoraggio periodico dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace ci dice che nel 2022 la “crisi climatica” ha riguardato 1.733 articoli pubblicati dai cinque quotidiani nazionali più diffusi (Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, La Repubblica e La Stampa) ma solo nel 30,1% dei casi era il tema cardine dell’articolo (nel 48,1% era solo citato). Solo nel 14,3% dei casi gli articoli venivano richiamati in prima pagina e, sul totale, nel 33,2% erano giustificati da eventi di carattere politico e raramente da iniziative di sensibilizzazione (6,5%), attivismo e proteste (2,9%) e call for action (1,8%). L’evento climatico o naturale in sé è diventato notizia rilevante per parlare di “crisi climatica” nell’11,3% degli articoli. Nell’arco dei 12 mesi, la carta stampata ha registrato un “significativo incremento” di pubblicazioni sul tema nel secondo quadrimestre con 923 articoli (contro i 528 del periodo gennaio-aprile e gli 886 del periodo settembre-dicembre), in particolare a luglio, dopo il distacco sul ghiaccio della Marmolada e durante l’emergenza siccità, e successivamente a novembre, durante la COP27 di Sharm el-Sheik.
Gli stessi eventi, a cui si aggiungono le Midterm americane, il G20 di Bali, la frana di Casamicciola e i blitz degli attivisti per il clima, hanno giustificato le 804 notizie su 42.271 (1,9%) dedicate esplicitamente al tema della “crisi climatica” dai 7 principali notiziari televisivi italiani. Con l’immagine è cresciuto il numero dei casi in cui il tema era il focus della notizia (43%) – che tuttavia solo raramente ha aperto la trasmissione (5,3%) – motivata per il 48,4% da eventi di natura climatica, eventi estremi in primis (potremmo soffermarci a riflettere su come avvenimenti di questo tipo si prestino a immagini forti, che “funzionano” sullo schermo, spesso fornite proprio dalla cittadinanza, che quindi motivano una maggiore copertura, estremizzando in qualche modo il concetto di infotainment, ma decidiamo di andare avanti). A differenza dei quotidiani, nel caso della televisione la maggiore copertura sul tema è stata registrata nel periodo settembre-dicembre con 390 servizi (contro i soli 96 del primo quadrimestre e i 369 del secondo).
Il monitoraggio 2022, poi, include anche l’analisi della copertura fornita da un campione di 6 programmi televisivi di approfondimento e delle pubblicità di aziende energetiche, automotive, compagnie aeree e crocieristiche (nominate dallo studio come “aziende inquinanti”) sui quotidiani già citati. Nel primo caso, l’analisi mostra come nell’arco dello scorso anno i programmi tv hanno trattato l’argomento “crisi climatica” in 218 puntate, da un massimo di 90 a un minimo di 12 per programma (dal 39% delle puntate trasmesse al 6,5%); nel secondo caso, invece, i dati dicono che le aziende energetiche hanno occupato 557 spazi pubblicitari su 795 dedicati alle “aziende inquinanti” di cui sopra.
Poniamoci qualche domanda su questi dati e proviamo a dare qualche risposta. Perché il numero delle apparizioni pubblicitarie delle “aziende inquinanti” sui quotidiani è così rilevante? Oggigiorno, si sa, il giornalismo – soprattutto quando si tratta di carta stampata, che vende sempre meno – “ha d’ha campà” e i suoi principali proventi vengono proprio dal reparto dell’advertising. Perché i valori-notizia che motivano la copertura sul tema sono un criterio fondamentale quando si parla del rapporto tra media e “crisi climatica”? Perché se quella copertura è giustificata da eventi che hanno quel tema come “collaterale”, di quel tema, in realtà, non si sta parlando affatto. Lo stesso vale per l’andamento ondivago della copertura, troppo legata come abbiamo visto ad “accordi, decisioni, dibattiti, iniziative, vertici delle istituzioni o dei partiti” o “assemblee, bilanci, iniziative, programmi aziendali o di specifici settori industriali” e fatti di pura cronaca del tipo “piove, disagi alla popolazione, ci scappa il morto” o “fa molto caldo, bevete tanta acqua e state all’ombra”. Greenpeace riassume infatti così i risultati del suo monitoraggio: «l’attenzione dei principali media italiani nei confronti della crisi climatica è scarsa e sporadica, trascura il legame tra il riscaldamento del pianeta e gli eventi estremi come alluvioni e siccità che colpiscono sempre più duramente anche l’Italia, e omette le responsabilità delle aziende del gas e del petrolio nella più grave emergenza ambientale della nostra epoca». C’è poco da aggiungere.
L’aspetto che incuriosisce è che a uno scarso interesse dei media sembra corrispondere un’elevata preoccupazione degli italiani. Secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Noto i cui risultati sono stati resi pubblici lo scorso agosto, infatti, il 72% degli italiani soffrirebbe di “eco ansia”, termine scientifico ormai comunemente usato per indicare “la preoccupazione, la paura o l’ansia cronica legata al destino ambientale del pianeta”, condizione che affligge soprattutto i più giovani (79%). Simili risultati erano emersi anche dalle rilevazioni Istat pubblicate a maggio: se nel 1998 i cambiamenti climatici preoccupavano il 36% dei maggiori di 14 anni, nel 2022 coinvolgono il 56,7%. Tra le altre tematiche ambientali che creano preoccupazione ci sono l’inquinamento dell’aria, la produzione e lo smaltimento dei rifiuti, l’inquinamento delle acque, l’effetto serra e il buco nell’ozono.
C’è dunque tutta una parte di popolazione che di crisi climatica vorrebbe parlare, o almeno sentir parlare, ma c’è anche chi a questa crisi non crede. Stando allo stesso sondaggio di agosto, infatti, il 18% degli italiani negherebbe l’esistenza di un cambiamento climatico in atto. Studi, appelli, statistiche e previsioni sembrano non fare breccia nell’estrema convinzione di chi – forse bombardato dai titoli catastrofici dei giornali? – pensa che alla fine ogni estate è la più calda di sempre, che i temporali estivi ci sono sempre stati, che gli incendi hanno poco a che fare con le temperature e più con i piromani, che i fiumi esondano perché questa è la loro natura, etc etc. Forse ha ragione l’ambientalista Bella Lack quando su Wired UK scrive che ci vorrebbero meno dati e più storie, storie di chi gli effetti di questa crisi li sta già vivendo sulla propria pelle (e no, non siamo noi italiani o europei, o almeno non ancora).
È a questo punto che vogliamo avanzare un’ipotesi: non è forse arrivato il momento, per i media, di parlare di cambiamento climatico mettendo da parte la creatività, evitando titoli con riferimento a città infernali o prodotti fantasy e narrazioni tanto estremizzate da non sembrare reali? Del resto dovremmo aver capito che l’“utente medio” (evoluzione del lettore, dell’ascoltatore e del telespettatore poi) ha ormai sviluppato una sorta di meccanismo di difesa che non distingue più le profezie apocalittiche dai segnali di allarme, erede di chi nel 1938 ascoltando alla CBS la narrazione de La Guerra dei Mondi fatta da Orson Welles credette davvero che gli alieni stessero invadendo gli Stati Uniti. Quando si tratta di crisi climatica il “purché se ne parli” non vale, non più: a fare la differenza sarà come se ne parlerà.