In soli 12 mesi il conflitto esploso il 7 ottobre 2023 ha provocato una scia di sangue impressionante in Medio Oriente. E la pace è una chimera, lontanissima
Il 7 ottobre 2023 è diventata una data storica, a causa della sua drammaticità. Alla stregua dell’11 settembre 2001, il 7 ottobre segna uno spartiacque, un prima e un dopo nella storia globale. L’attacco di Hamas che ha causato 1.200 morti ha provocato una reazione spaventosa dell’esercito di Israele, in un anno il numero di morti palestinesi – per lo più civili – è di oltre 40mila persone. Mentre il conflitto incendia e dilaga in tutto il Medio Oriente, con gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e quelli israeliani in Libano, la politica internazionale non riesce (o vuole) contrastare la carneficina in corso.
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Della situazione in Medio Oriente abbiamo parlato con Pietro Polieri, professore di antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e membro del Direttivo dell’Associazione “Italia-Israele”, in libreria con il volume Il conflitto irrisolto. Israele e palestinesi, edito da Il Pozzo di Giacobbe.
Professore, la situazione è in continua evoluzione, quindi è una domanda particolarmente difficile, ma secondo Lei come potrebbe risolversi il conflitto, in che modo si potrebbe raggiungere la pace?
«Pensare a una soluzione del conflitto in tempi rapidi o relativamente prossimi deve essere giudicata come una vera e propria chimera, capace di generare un’attesa improficua. La situazione bellica sul campo tende piuttosto a estendersi a un numero progressivamente maggiore di teatri di guerra e anche ad assumere forme e metodologie sempre differenti, tecnologicamente avanzate e raffinatissime, di contesa e attrito. Tale situazione sembra, dunque, deporre a favore dell’ipotesi di una lunga permanenza dello stato di emergenza militare. In fondo, se il 7 ottobre è stato il vertice della violenza del terrorismo anti-ebraico, l’8 ottobre sembra essere stato l’inizio di una resa dei conti ultimativa di Israele con essa, una sorta di ‘tempo del giudizio’ dai contorni cronologici sfumati e imprevedibili».
Una parte dell’opinione pubblica israeliana e membri del suo stesso Governo contestano il primo ministro Netanyahu; quanto la politica influisce nella gestione della guerra (e viceversa)?
«La politica di Netanyahu è sicuramente incidente tanto sulle strategie di attuazione della risposta anti-terroristica israeliana quanto sulla durata della stessa. V’è, però, da sottolineare che, a prescindere dalle tensioni interne alla compagine che guida attualmente lo Stato ebraico, e anche dalle contestazioni che democraticamente vengono a questa rivolte, soprattutto per la questione della discutibile gestione degli ostaggi, l’azione politica che guida la macchina delle Idf non sembra indietreggiare di un solo millimetro, a testimonianza del fatto che, in fin dei conti, la condivisione e l’unità generali, seppure in certi momenti zoppicanti, stanno comunque mantenendo in piedi governo e guerra».
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L’opinione pubblica israeliana sembra essere concentrata unicamente sulla questione degli ostaggi, c’è attenzione anche per la strage di civili compiuta dall’esercito di Israele?
«Non mancano, soprattutto in campo medico e in quello delle organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, cittadini israeliani che abbiano chiesto a gran voce di affrontare e risolvere il problema del coinvolgimento dei civili palestinesi negli attacchi dell’esercito. Ma ora in Israele la preoccupazione di governo e cittadini è orientata alla propria salvaguardia esistenziale. Il problema di un’etica della guerra e del rispetto del diritto internazionale, per quanto fondamentale, ineludibile e “obbligatorio”, ora, nello Stato ebraico, non viene avvertito come prioritario, e ciò anche perché si è avuta ampia percezione che esso non sia stato immediatamente e debitamente sollevato e trattato in relazione alle crudeltà subìte dagli ebrei per mano di Hamas in quel 7 ottobre nero».
Nel suo libro Il conflitto irrisolto si concentra sull’antisionismo, può spiegarci cosa si intende, oggi, per antisionismo e antisemitismo?
«Dal momento che il sionismo storico ha raggiunto il suo scopo fondamentale, ovvero la costruzione di uno Stato per gli ebrei, oggi si mostra in una veste nuova, presentandosi – con le parole dell’israeliano Abraham Yehoshua – come quella ideologia che concepisce lo Stato ebraico in termini di principio informatore dell’identità non solo dei suoi cittadini, ma dell’intero popolo ebraico. Dal momento, dunque, che l’antisemitismo significa avversione nei confronti dell’essere-ebreo dell’ebreo, del popolo ebraico in quanto tale, data l’attuale trasformazione semantica di “sionismo” appena riportata, “antisionismo” non può più significare, in modo storicamente sterile, opposizione nei confronti dell’aspirazione degli ebrei a fondare un proprio Stato e a viverci, o esclusiva critica nei confronti del governo di Israele e della sua politica (che sarebbe del tutto legittima), ma vuol dire ostilità nei confronti del popolo ebraico in sé. Quindi: antisemitismo. Per cui l’odierno antisionismo può essere giudicato come antisemitico nella misura in cui contiene l’insofferenza radicale nei confronti dell’esistenza di (tutto il popolo di) Israele, che si riverbera nella diffusione globale dell’odio contro “ogni” ebreo. Da ciò l’esigenza del conio di una nuova espressione per definire/preservare la sola democraticissima critica nei confronti di politica e/o governo israeliani, che nel libro del sottoscritto viene proposta nei termini di “anti-israelismo politico o governativo”. Invece, attualmente, “antisionismo” è sempre più impiegato con il vetero-significato, per di più improprio, di critica politica, sotto cui, però, nascondere un’autentica intolleranza nei confronti dello Stato di Israele e dell’ebreo in generale».
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A proposito di Palestina abbiamo parlato con l’attivista Giuseppe Flavio Pagano, fotografo ed ex giornalista impegnato nella divulgazione delle notizie relative al massacro a Gaza che, proprio a causa del suo impegno, ha subìto attacchi e intimidazioni.
Qual è la situazione a Gaza a un anno dal 7 ottobre? E quella a Tel Aviv?
«La situazione è quella di un’apocalisse umanitaria. Il bilancio di quanto è accaduto in un anno non deve solo tener conto del bilancio umano tra la popolazione civile, pesantissimo e senza precedenti nella storia recente, ma anche di una distruzione pianificata a livello “industriale” che renderà la Striscia inabitabile per molti decenni con atti di devastazione anche ai danni di falde acquifere e suolo. Le Nazioni Unite hanno stimato in 37 milioni di tonnellate il volume delle macerie che devono essere rimosse dalla Striscia di Gaza, e soltanto per rimuoverle occorrerebbero quasi due decenni. Agli oltre 41mila morti accertati dal ministero della Sanità di Gaza dobbiamo sommare anche le morti indirette per fame, malattie, privazioni che la Striscia sta subendo, oltre a tutti coloro che risultano dispersi da ormai mesi. Il bilancio dell’offensiva di Israele sulla Striscia di Gaza potrebbe essere di 186mila morti e più, tra vittime dirette e indirette, come sosteneva uno studio della rivista The Lancet pubblicato a luglio 2024. Il bilancio “politico” dal punto di vista del partito di Hamas è positivo, a dispetto della distruzione biblica a cui abbiamo assistito. La resistenza palestinese non ha subito gravi contraccolpi nei suoi ranghi sul campo. Si potrebbe tranquillamente affermare che il 70% delle forze originarie delle varie sigle dei miliziani è ancora attiva e operativa, con armi e rifornimenti sufficienti a tenere posizione per ancora molto tempo. Nel momento in cui la Resistenza non è battuta, per Israele di fatto la guerra è persa. Gli obiettivi militari di Tel Aviv, come il recupero degli ostaggi israeliani e la distruzione di Hamas sono un miraggio irraggiungibile. A un anno dal 7 ottobre l’economia israeliana è dilaniata da moltissime uscite in termini di spese militari, e un PIL che cade a picco per mancanza di manodopera e di interruzione dei commerci marittimi. Molti adulti in età lavorativa, uomini e donne, sono impegnati come riservisti, sottraendo perciò risorse produttive importanti a un piccolo Paese come Israele. Non ultimo, dal punto di vista politico Tel Aviv rischia l’implosione, tra una popolazione che non vede alcun obiettivo raggiunto dal governo, le migrazioni forzate dal Nord di Israele verso Sud per la minaccia di una guerra con il Libano, gli ostaggi uccisi per colpa delle negligenze del governo, e il “terrorismo ebraico” dei coloni che allontana ogni possibile soluzione politica. Sembra di assistere agli ultimi colpi di coda di un progetto politico morente, perché nato con i presupposti dell’eliminazione dei palestinesi».
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Cosa spinge una persona non riconducibile alla religione islamica né direttamente alla causa palestinese a esporsi facendo attivismo e addirittura subire attacchi personali?
«Il punto non è né la religione, né l’appartenenza nazionale. Gaza è la bussola morale di questa epoca. Se assisti in tempo reale, in diretta social, ad un nuovo Olocausto e non sei in grado di riconoscerlo, di dire qualcosa, vuol dire che l’intero progetto educativo e culturale che ti ha accompagnato dall’adolescenza in poi è miserabilmente fallito. Si può essere tranquillamente cattolici, europei, e riconoscere in quello che avviene da 76 anni a questa parte una manifestazione di colonialismo d’insediamento e di genocidio programmato. Non vedo contraddizioni».
Cosa potrebbe o, secondo Lei, dovrebbe fare l’Occidente per favorire il processo di pace?
«Non ci può essere pace senza giustizia. E non è solo uno slogan, ma un caposaldo da cui partire. Qualsiasi processo di pace, eventualmente favorito dall’Occidente, non può prescindere dal riconoscimento degli errori enormi commessi dagli USA e dei suoi alleati nell’aver favorito, in modo sfacciato e oserei dire criminale, tutte le tentazioni di pulizia etnica che la politica israeliana ha partorito in decenni di storia. Se non si parte da questo, non ci potrà mai essere una riflessione seria sul processo di pace. La ripetizione stolida del motto “due popoli e due Stati” non prende atto che oggi i Territori occupati sono abitati da un milione di coloni suprematisti che non hanno alcuna voglia di andarsene, così come Gerusalemme Est è stata accerchiata».
È, secondo Lei, possibile un processo di pace?
«Solo i palestinesi potrebbero rispondere a questa domanda. Sono solo loro che hanno diritto a individuare le strade possibili per un progetto politico di pace. Senza dubbio mi auguro che il progetto colonialista di Tel Aviv vada in pezzi come accadde per i francesi in Algeria, senza questo passaggio non è possibile individuare una strada di pace».
Ogni dibattito, dal 7 ottobre 2023, ha avuto come richiesta fondamentale la condanna di Hamas – considerata da diversi Paesi (tra gli altri, Stati Uniti e Unione Europea) un’organizzazione terroristica -, praticamente mai negata. Se in questa guerra da una parte ci sono le condannabili (e condannate) azioni dei terroristi, che genere di azioni sono quelle perpetrate dai soldati di quella che si definisce l’unica democrazia in Medio Oriente? L’orrore, dunque, giustifica l’orrore?
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: SHUTTERSTOCK