L’Europa è divisa sul tema dell’energia nucleare, tra chi spegne centrali nucleari e chi vuole costruirne di nuove

In Europa è tornato il dibattito sul nucleare: l’energia dell’atomo è ricomparsa sul tavolo dei Governi europei, tra chi sostiene la ripresa del programma nucleare e chi dismette centrali. Con il G7 Clima, Energia e Ambiente alla Reggia di Venaria di Torino, a fine aprile 2024 i leader di Italia, Francia, Germania (insieme a quelli di Stati Uniti, Giappone, Canada e Regno Unito) hanno siglato un accordo che punta ad abbandonare progressivamente il carbone tra il 2030 e il 2035 e apre all’avvio del nucleare di nuova generazione e alla promozione del dispiegamento “responsabile” delle nuove tecnologie, “compresi reattori avanzati e reattori modulari di piccole dimensioni, compresi i microreattori”, oltre alla “gestione responsabile dei rifiuti. Un vertice arrivato a cinque mesi dalla Cop28 di Dubai, durante la quale 22 Paesi hanno siglato un accordo per triplicare la produzione di nucleare entro il 2050 per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette.

Una visione, questa, in cui l’energia nucleare è vista come un modo per contrastare il cambiamento climatico e come una via d’uscita dal carbone e dalle fonti fossili. Su questa strada si muove la Francia. All’inizio del 2024 il Governo francese ha presentato un disegno di legge per garantire la “sovranità energetica” al Paese. Il testo sostiene “la scelta sostenibile di utilizzare l’energia nucleare come fonte di elettricità competitiva e priva di emissioni di carbonio”. Il presidente Emmanuel Macron da sempre punta sul nucleare. La flotta nucleare transalpina per la produzione di energia elettrica è composta da 56 reattori ad acqua pressurizzata (PWR, Pressurized Light-Water Moderated and Cooled Reactor) -un reattorenucleare a fissione il cui refrigerante primario è l’acqua naturale – e un reattore EPR (European Pressurised Water Reactor, appartenenti alla classe dei reattori PWR) in costruzione a Flamanville, nella Manica, definito di “generazione III”. In Francia l’elettricità generata dal nucleare varia dal 65 al 78% (a seconda degli anni): il Paese produce più della metà dell’energia nucleare dell’UE. Inoltre, il capo dell’Eliseo ha annunciato la costruzione di 8 nuovi reattori EPR.

Una situazione molto diversa da quella della confinante Germania. Nel 2023 Berlino ha spento gli ultimi tre reattori nucleari. La chiusura è arrivata dopo un lungo dibattito e molte polemiche e durante la crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina. Nel 2002 il Governo dell’allora cancelliere Gerhard Schröder (Partito Socialdemocratico, SPD) decise che tutti i reattori sarebbero stati spenti entro il 2022. Schröder era sostenuto dai Verdi, da sempre contrari al nucleare. La sostituta Angela Merkel, cancelliera dal 2005 al 2021, decise di rimandare la chiusura delle centrali al 2036. Ma poi. Poi nel marzo 2011 ci fu l’incidente di Fukushima Dai-ichi, uno dei più gravi disastri nucleari della storia: un terremoto di magnitudo 9.1 colpì la costa Est del Giappone, innescando uno tsunami che travolse la centrale nucleare. Questo causò il guasto dei sistemi di raffreddamento della centrale, la fusione parziale dei noccioli di tre reattori e il rilascio di materiale radioattivo nell’ambiente. In tutta la Germania si svolsero grandi manifestazioni contrarie alla decisione del Governo di rimandare la chiusura delle centrali. Poco dopo Merkel annunciò il ritorno alla chiusura nel 2022. In seguito alla crisi energetica il cancelliere Olaf Scholz aveva, poi, acconsentito a rinviare la chiusura al 15 aprile 2023. È così è stato. La chiusura continua ad alimentare le polemiche. La produzione di energia elettrica in Germania è affidata non solo a fonti rinnovabili come l’eolico e il solare, ma soprattutto al carbone (oltre il 30%). Per sopperire al taglio dell’invio di gas dalla Russia, Berlino ha deciso di riaprire alcune centrali elettriche a carbone, il combustibile fossile che causa le maggiori emissioni di anidride carbonica: queste ultime sono la causa principale dell’aumento della temperatura globale. Un dibattito questo che ha coinvolto anche chi è da sempre contrario al nucleare.

Anche la Spagna ha deciso di abbandonare progressivamente l’energia nucleare e ha fissato la chiusura di tutte le centrali entro il 2035, oltre ad aver approvato un piano di gestione dei rifiuti nucleari. Sul versante opposto si muove la Finlandia: nel 2023 nell’isola di Olkiluoto è entrato in funzione Olkiluoto 3, il più grande reattore nucleare d’Europa e il primo costruito nel territorio europeo negli ultimi 15 anni. Sull’isola erano già presenti altri due reattori, le unità 1 e 2. Reattori nucleari si trovano anche in Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. La Svezia sta rivedendo la propria posizione sul nucleare e si è detta aperta alla costruzione di nuove centrali. Il Belgio, invece, avrebbe dovuto abbandonare il nucleare entro il 2025 ma nel 2023 ha deciso di prolungare di 10 anni la vita di due reattori nucleari Doel 4 e Tihange 3.

Lituania e Lettonia hanno abbandonato il nucleare, così come l’Italia. Le centrali nucleari presenti nella Penisola sono state dismesse dopo un referendum del 1987 in seguito al disastro di Chernobyl del 1986. Negli anni successivi il dibattito si è riaperto ma tutto è cambiato, anche qui, dopo il disastro di Fukushima Dai-chi. In quello stesso anno in Italia si è svolto un altro referendum (insieme ad altri tre quesiti) con il quale sono state abrogate le norme introdotte dal Governo Berlusconi che consentivano la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale. Nel 2022 il nucleare è ritornato nel dibattito pubblico e politico in occasione delle elezioni legislative, arrivate dopo l’invasione dell’Ucraina e l’aumento del prezzo del gas naturale. Con l’insediamento del Governo Meloni il nucleare ha ripreso centralità nell’agenda politica italiana. Nel 2023 la Camera ha approvato una mozione che impegna l’esecutivo a tenere conto del nucleare nel mix energetico nazionale. 

Prendendo in considerazione l’Unione Europea, sono 13 gli Stati membri in cui sono presenti reattori nucleari. Secondo i dati Eurostat, nel 2022 la produzione di energia nucleare in Europa è calata: le centrali nucleari hanno prodotto 609.255 GWh di elettricità, il 16,7% in meno rispetto al 2021. Si tratta del dato più basso dal 1990.

Il nucleare è visto come strumento per il phase-out (cioè l’abbandono progressivo) dal carbone, per superare la crisi energetica e il cambiamento climatico. Ma non tutti la pensano in questo modo. L’energia nucleare è considerata come alternativa in quanto non rilascia anidride carbonica nell’atmosfera. Allo stesso tempo, però, va considerato il processo di estrazione dell’uranio – il combustibile usato nelle centrali – che, al contrario, ha un certo impatto ambientale. I contrari fanno notare anche un altro punto relativo all’uranio: non è rinnovabile. Inoltre, è una risorsa limitata: per quanto tempo ancora sarà a nostra disposizione? Cosa accadrà quando esaurirà? L’uranio, chiaramente, è radioattivo e questo si lega al problema dello smaltimento delle scorie. I rifiuti radioattivi in generale (le scorie nucleari non coincidono con tutti i rifiuti radioattivi, in quanto questi ultimi vengono prodotti anche da altre industrie) vengono classificati in base al tempo necessario al decadimento: a basso livello, a livello intermedio e ad alto livello. Questi ultimi impiegano migliaia di anni per esaurirsi. Le scorie nucleari vengono isolate finché non ne decade la radioattività e successivamente stoccate all’interno di strutture apposite (quelli a basso livello in depositi temporanei di superficie che, però, non sono adatti a quelli a medio e ad alto livello, che devono essere smaltiti in depositi geologici sotterranei). I contrari menzionano anche la sicurezza degli impianti e i costi elevati (e i tempi spesso lunghi) della costruzione delle centrali. Questo è collegato anche ai problemi di localizzazione: dove costruire le centrali e i siti di stoccaggio?  Le centrali nucleari, poi, producono solo energia elettrica. Inoltre, le conseguenze di eventuali incidenti sarebbero gravissime, come la Storia ci ha mostrato.

I pareri favorevoli, oltre a fare riferimento alle basse emissioni di CO2 del nucleare e alla ridotta dipendenza da gas e petrolio, sottolineano la grande quantità di energia prodotta dalle centrali: con una piccola quantità di uranio si può alimentare un impianto da 1 GW, che corrisponde al fabbisogno di circa mezzo milione di persone. Il nucleare, inoltre, è una fonte di energia continua: le centrali possono lavorare al massimo della potenza in modo continuativo e non dipendono dalle condizioni atmosferiche. La costruzione di nuove centrali nucleari, affermano i sostenitori, influisce positivamente sul tasso di occupazione, creando nuovi posti di lavoro, e il ciclo di vita di un impianto è molto lungo, in quanto può lavorare per più di 50 anni. Infine, nonostante gli elevati costi iniziali, molti sottolineano la possibilità di produrre energia a basso costo.

Insomma, il nucleare continua a essere un tema divisivo in Europa, che si trova a un bivio: atomo sì, atomo no?