Il cinema così come i prodotti seriali sollevano il velo sul “male” quotidiano ma rischiano di acuirne un fascino involontario
C’è sempre un’inevitabile distanza tra la realtà quotidiana degli esseri umani e la trasposizione cinematografica e televisiva che della stessa viene fatta. È un tema ricorrente: qualunque aspetto della vita acquista contorni più morbidi, patinati, luminosi, una volta che viene trasformato in un copione e trasmesso su uno schermo, grande o piccolo che sia. Un po’ è qualcosa di voluto, perché lo spettatore altri non è che un cliente, che si cerca di servire nel migliore dei modi possibili nel tentativo finanche disperato di tenerlo legato allo schermo; e un po’ è qualcosa d’inevitabile, perché esiste una spettacolarizzazione involontaria di tutto ciò che finisce, persino suo malgrado, sotto i riflettori. L’abbellimento e la romanticizzazione di alcuni aspetti particolarmente problematici della società sono facilmente rintracciabili: basti pensare al successo che hanno avuto film come 50 sfumature di grigio o l’ancor più violento (ed erotico) 365 giorni. Se è vero che la fantasia non è mai peccato, bisogna sottolineare però che determinati prodotti di intrattenimento possono influenzare in modo pericoloso l’immaginario comune fino a trasformare in qualcosa di “bello”, “romantico” o “appetibile” persino il “male” nel senso più pratico e comune del termine.
In questo senso, proprio il già citato 365 giorni è un esempio calzante: la protagonista è una giovane donna che viene rapita da un aitante boss mafioso siciliano che le concederà 365 giorni di tempo per innamorarsi di lui. Le problematiche sono svariate e il successo che ha riscosso quasi preoccupante, ma tra le altre ciò su cui si può porre l’accento è proprio la figura del protagonista maschile: bello, ricco, potente, è il perfetto esempio del “mafioso hollywoodiano” che, a partire dalla trilogia de Il Padrino, ha contribuito a costruire un’immagine distorta della malavita non solo in Italia, ma in tutto il mondo.
L’immagine della mafia stereotipata che Il Padrino porta in scena è quella di una famiglia che offre protezione e giustizia in cambio di fedeltà assoluta. È la mafia dell’onore e del rispetto: la famiglia Corleone fa fronte unito contro gli altri clan e i detrattori, è spietata con i traditori ma costruisce legami saldissimi al proprio interno, tanto da combattere a rischio della vita per proteggere i propri membri. La logica della vendetta mafiosa viene sì mostrata ma è edulcorata, parla alla “pancia” degli spettatori, che sono portati a immedesimarsi con i protagonisti per quanto schierati dal “lato sbagliato” della giustizia. Le punizioni che i Corleone infliggono ai nemici sono “meritate”, le loro azioni sono sempre “difensive”, mai “offensive”. E a questo si aggiunge la scelta del cast: come accadrà spesso anche in seguito, a dare volto ai contraddittori personaggi ci sono attori molto belli e carismatici; parliamo di persone del calibro di Al Pacino, Marlon Brando, Robert De Niro. I Corleone per primi – e moltissimi altri a seguire – diventano così un “mito” romantico, il pubblico ne rimane affascinato, diviso tra chi vorrebbe amarli e chi essere come loro.
Il fascino del male è un tema molto studiato che ha tantissime declinazioni. Da sempre l’essere umano è stato sedotto dal concetto di “male” come alter ego del bene, basti pensare che l’intera Bibbia (“il più grande best-seller di tutti i tempi”, come diceva qualcuno) si basa su questa dicotomia. In psicologia, la pulsione di morte è alla base del pensiero freudiano, che sostiene l’esistenza di un principio di fatale attrazione verso la propria autodistruzione, un principio di piacere che ha in sé il principio di dolore. E allora ecco che i grandi cattivi affascinano e spaventano al contempo il pubblico, lo ammaliano e lo disgustano in egual misura, ma soprattutto lo convincono, perché nessun “eroe” sarà mai tanto verosimile quanto un “villain” che fa tutte le scelte sbagliate e non ottiene sconti dalla vita. Il fascino del male è facilmente riscontrabile anche nei prodotti di intrattenimento che hanno la mafia come protagonista. I Corleone che abbiamo già citato ma anche i “nuovi” mafiosi, i protagonisti di alcune serie tv che hanno riscontrato un successo di pubblico enorme: Gomorra, Suburra e soprattutto Mare Fuori, il nuovo fenomeno targato Rai che racconta la storia di un gruppo di ragazzini dietro le sbarre del carcere minorile di Napoli, delle loro famiglie più o meno ai vertici della camorra e degli uomini e delle donne delle istituzioni che cercano di salvarli, per donargli un futuro diverso.
Mare Fuori ha avuto una presa incredibile sul pubblico italiano, soprattutto sui giovanissimi. Questo è dovuto sicuramente all’utilizzo di un linguaggio nuovo, più coraggioso e meno ipocrita, per raccontare la mafia: fino allo scorso millennio la tv italiana dava poco spazio alla “crime story”, e spopolavano serie basate più che altro sul lavoro di carabinieri e poliziotti, sempre raccontato in chiave buonista. Mare Fuori non fa sconti in questo senso: la mafia è qualcosa di vivo e ben visibile, è come un cancro difficile da estirpare, e il confine tra bene e male è molto difficile da individuare ed estremamente labile; giova anche la scelta di un cast giovane ed eccezionale, che ha saputo conquistare il cuore degli spettatori rivolgendosi direttamente alla Gen Z, fino a oggi trascurata da serie più “impegnate”. Eppure, anche in questo caso, il rischio che ad emergere sia il carisma del “cattivo” è evidente: perché sono storie di persone comuni e di riscatto, di ascesa sociale e conquista del potere, e anche se gli esempi positivi non mancano (uno su tutti il comandante della polizia interpretato dal magistrale Carmine Recano) ed è sempre molto chiaro che esiste un modo giusto e uno sbagliato di fare le cose, rimangono pur sempre innegabili e affascinanti la leadership di personaggi come Ciro (Giacomo Giorgio) ed Edoardo (Matteo Paolillo), così come già avveniva con il savoir-faire di Michael e Vito Corleone.
Perciò se da una parte raccontare storie quanto più veritiere possibili su argomenti come la mafia contribuisce a sollevare un velo invisibile che spesso viene utilizzato per fingere che determinate realtà non esistano affatto, dall’altra il rischio è che la distanza che si crea tra la mafia dell’immaginario e la malavita organizzata sia sempre più netta e provochi una fascinazione pericolosa nei più giovani (ma non solo), portati a vedere come strumento di riscatto la più grande piaga sociale ed economica del nostro tempo.
BOX – Paese che vai, Mafia cinematografica che trovi…
La malavita è uno dei grandi temi protagonisti del cinema mondiale, da sempre. Il “gangster movie” è diventato un vero e proprio genere hollywoodiano a partire dagli anni ‘30 e, da allora, raccontare il crimine in generale e la mafia in particolare è diventato un cult. Ogni Paese ha così dato vita al proprio “immaginario” mafioso, nutrendo il folclore e dando risalto a quelle caratteristiche che hanno reso “famosi” i propri criminali all’estero, come il senso dell’onore della Yakuza e quello della famiglia della mafia italiana, passando per i tatuaggi della mafia russa e la brutalità violenta della malavita cinese. Ciò nonostante, non tutte le tipologie di mafia hanno la stessa “presa” sugli spettatori perciò a Hollywood è nata una sorta di gerarchia: la mafia italoamericana è in assoluto la più forte, quella che riempie le sale del cinema e sfonda il botteghino. È la mafia del Padrino di Coppola, di Scarface, Gli intoccabili, I Soprano; seguono per importanza la mafia giapponese di Yakuza e quella americana di Pulp Fiction e American Gangster; subito sotto il podio si affacciano la mafia cinese e quella britannica, ma per quanto riguarda quest’ultima bisogna fare un appunto: i britannici sono molto più bravi con i polizieschi e lo spionaggio, con l’eccezione di Guy Ritchie e dei suoi personaggi di Lock & Stock e Rocknrolla; da citare anche la mafia irlandese che ci viene restituita però dal cinema americano, soprattutto con The Departed,e il boss a cui dà vita Jack Nicholson, e con Era mio padre. È diventata famosa negli ultimi anni la mafia russa: alcuni titoli sono Educazione siberiana e La promessa dell’assassino di Cronenberg.