La ricetta tedesca contro l’ascesa dell’AFD potrebbe averla trovata l’ex Die Linke Sahra Wagenknecht che con il suo partito sfida i progressisti dell’establishment mescolando politiche socialiste e lotta all’immigrazione

Ex comunista della Germania dell’Est, conservatrice ma di sinistra, radicale, antiatlantista, atea, contraria all’immigrazione, populista: le categorie politiche sono ancora importanti, più che per incasellare, per aggregare le posizioni dei singoli attori. Non è però questo il caso di Sahra Wagenknecht, deputata tedesca dalla fama consolidata in patria di cui, probabilmente, sentiremo ancora molto parlare anche in Europa. E dire che l’elenco dei suoi attributi più che un ventaglio è una ruota che girando su se stessa compie tutto il giro e passa agevolmente dalla strenua difesa dei salari proletari alle invettive contro l’aiuto militare a Kiev, fino alla critica alle politiche ambientaliste. 

«Da filosofa marxista-leninista a economista eterodossa-ordoliberale», sintetizza Loren Balhorn su Jacobin, Wagenknecht guida il suo omonimo partito (Alleanza per Sahra Wagenknecht – Per la ragione e la giustizia – BSW) verso il primo vero banco di prova delle europee con un candidato di punta italo tedesco come Fabio De Masi. Nel frattempo il primissimo esordio del BSW, alle elezioni locali nella Turingia tradizionalmente roccaforte dell’estrema destra, ha visto Wagenknecht eleggere il suo primo sindaco con il 57% dei voti. Un test importante che alimenta l’intento dichiarato del BSW: togliere terreno all’estrema destra dell’AFD, oggi il secondo partito in Germania stimato al secondo posto dopo uno storico sorpasso dei socialisti dell’SPD

Il partito che sfida la sinistra e guarda a destra

Proprio in Turingia l’AFD ha il fiato sul collo del primo partito dei cristiano-democratici CDU (rispettivamente al 26,4% e al 27,6%), ulteriore segnale che nessun moderato-liberale, conservatore o socialista che sia, è riuscito finora a togliere voti all’estrema destra. Così come lo comprendono gli analisti tedeschi, ne è perfettamente consapevole la stessa Wagenknecht che dichiara di rivolgersi “seriamente” agli elettori che oggi votano AFDnon perché di destra”, ma “per rabbia e disperazione”. L’estrema destra, configurata nei toni e nei temi di Alternative für Deutschland, “viene votata perché tante persone sono arrabbiate” spiega Wagenknecht: «ecco l’amara verità che i politici della Coalizione – al Governo attualmente c’è la cosiddetta Coalizione semaforo così chiamata per i colori dei partiti che la compongono: SPD, Verdi e FDP, ndr – non vogliono capire. Ignorano il fatto che sono esattamente le loro politiche a spingere sempre più persone fra le braccia dell’AFD».

Non a caso, la primissima mozione con cui il BSW debutta al Bundestag riguarda l’innalzamento del salario minimo a 15 euro orari, da finanziare con un aumento delle tasse per le compagnie più grandi e le persone più ricche. Perché “la vera priorità dei partiti di sinistra è quella di difendere gli interessi della classe lavoratrice, e non quella di rincorrere un’identità politica”.

Un carro di carnevale rappresenta Sahra Wagenknecht nell’annuale parata del Lunedì della rosa a Colonia (EPA/CHRISTOPHER NEUNDORF)

Lo scopo dichiarato di Wagenknecht insomma è quello di incarnare un nuovo partito-protesta in aperta rottura rispetto all’establishment, innanzitutto per scardinare l’ascesa dei diretti competitor di estrema destra, e in seconda battuta per stabilizzarsi nell’arco politico come partito mainstream centrista. A tale scopo la deputata del Bundestag non esita a indossare la stessa armatura del nemico e si fregia di un populismo orgogliosamente contrapposto all’approccio compromissorio e governista del suo ex partito, la sinistra Die Linke, “a volte populismo di sinistra, a volte populismo di destra”. Eh sì, perché “Wagenknecht non usa la retorica populista di destra perché lei stessa è di destra (come spesso viene accusata), ma perché la sua strategia elettorale lo richiede», spiegano Julia Damphouse e Maurice Höfgen che su Jacobin stigmatizzano il suo cinismo pur non mancando di contestualizzarlo.

Due esempi su tutti: in aperta rottura con la sua ex coalizione, Wagenknecht si batte contro quell’”eco-attivismo cieco e casuale che rende più costosa la vita delle persone senza fare nulla per il clima”, assicurando pieno sostegno ai movimenti di proteste degli agricoltori. Ancora, in un Paese come la Germania che in quanto ad aiuti militari all’Ucraina è secondo solo agli Stati Uniti, Wagenknecht condanna fermamente la fornitura di armi a Kiev e preme invece per l’apertura di negoziati di pace: «no, le armi non portano la pace – afferma -, le armi portano altra guerra e le armi portano altre morti. È questa la realtà».

Populismo per scelta

Coerentemente con la visione sistemica che caratterizza ogni populismo che si rispetti, Wagenknecht e il suo movimento, verso cui si preannuncia una non trascurabile migrazione, lavorano a intensificare alcune forme di partecipazione diretta, quella che Emmanuel Macron ha definito una nuova “democrazia partecipativa”; si pensa ad esempio all’introduzione del cosiddetto “test dei 100 giorni”: «seguendo il modello del referendum facoltativo in Svizzera, vogliamo creare la possibilità per i cittadini di fermare o correggere le leggi approvate dal parlamento regionale» spiegano.

Sahra Wagenknecht (EPA/CLEMENS BILAN)

È importante anche sottolineare il carattere fortemente personalistico con cui la leader del BSW, che non a caso porta il suo nome, ha impostato la sua comunicazione. I libri pubblicati da Wagenknecht si confermano puntualmente dei successi editoriali: l’ultimo, nel 2021, intitolato Die Selbstgerechten, “gli ipocriti”, ha raggiunto il primo posto nella classifica dei bestseller di saggistica tedesca del quotidiano Der Spiegel. Il libro è un attacco a viso aperto alla moderazione della sua vecchia sinistra, troppo establishment per comprendere i problemi della gente comune che, perlomeno in origine, costituiva lo zoccolo duro del suo elettorato.

Nel suo mirino, che anche qui riprende un topos del populismo come la stratificazione popolo-élite, c’è la classe benestante dei grandi centri urbani, quel liberalismo di sinistra che però non è «neither left-wing nor liberal», sostiene la deputata. «Loro hanno preparato l’ascesa della destra distruggendo le tutele sociali, sguinzagliando i mercati e dunque portando le disparità e l’insicurezza di tutti i giorni ad un grado estremo» accusa ancora Wagenknecht. Ma soprattutto, “convinti del valore del loro stile di vita e della loro attitudine progressista, essi disprezzano e denigrano i valori della classe operaia tradizionale e della solidarietà”.

La sua riflessione ultima è che l’hate speech della destra che, sempre più estrema, continua ad alzare i toni è l’altra faccia di una stessa medaglia condivisa con l’intolleranza della sinistra liberale (spesso, per lei, maestra di intolleranza quando si tratta di confrontarsi con idee a essa avulse): «sono due fenomeni correlati che hanno bisogno l’uno dell’altro, si rinforzano a vicenda e sono interdipendenti». La sua ricetta per spezzare questo circolo vizioso si serve, pertanto, sia dell’una che dell’altra.

Cosa pensa Sahra Wagenknecht dell’immigrazione?

Le posizioni quantomeno radicali di Wagenknecht sono note fin dai tempi della sua militanza nel Die Linke. Nel 2016, quando era ancora parlamentare della sinistra oggi alleata di Governo, la deputata si è presa una torta in faccia durante un congresso a Magdeburgo. A lanciargliela era stato un attivista dell’associazione di sinistra Iniziativa antifascista: torte per i nemici dell’umanità, che ha poi spiegato di aver preso di mira Wagenknecht per le sue posizioni sui migranti. L’anno prima Angela Merkel aveva aperto le porte del Paese ai siriani in fuga sulla rotta balcanica: tra il 2015 e il 2016 approdarono in Germania 1,2 milioni di rifugiati, in quello che si confermò il più vasto programma di integrazione in Europa dal dopoguerra. «Wir schaffen das» rassicurava la cancelliera, “ce la possiamo fare”, e nonostante la cosiddetta Willkommenskultur, “cultura dell’accoglienza”, abbia anche dato i suoi frutti, la campagna elettorale e i consensi in gravissimo calo spingono Olaf Scholz a ridimensionare l’apertura alare delle braccia tedesche: lo pressa anche il solito AFD che cavalca sfrenato il progetto, già italiano e britannico, di esternalizzare in un Paese terzo le procedure amministrative di smistamento nella prima accoglienza.

Cancelliere tedesco Olaf Scholz (EPA/ADAM BERRY)

In tutto questo Wagenknecht si colloca decisamente più vicina ai rivali di estrema destra che non agli ex alleati socialdemocratici, per non parlare del suo ex partito con lui le liti interne non sono mai mancate. L’ultima proposta sull’immigrazione del BSW infatti suggerisce di tagliare i sussidi ai richiedenti asilo la cui domanda sia respinta. Un piccolo quadro: in Germania un migrante che non riceva l’asilo può comunque restare nel Paese grazie a permessi di soggiorno temporanei, in quello che viene chiamato status di “tollerato”. «Il fatto che lo Stato continui a pagare le stesse prestazioni dopo un rifiuto è inspiegabile per il contribuente – scandisce Wagenknecht all’agenzia di stampa Dpa. – Dopo un periodo transitorio, le prestazioni in denaro dovrebbero essere sospese se non esiste uno status protetto». Si stima che i richiedenti asilo respinti con status di “tollerati” nel Paese siano più di 100mila.

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Lo scopo malcelato di questi tagli, accusa la sinistra, è di disincentivare la permanenza in Germania dei migranti, ivi compresi quelli con permesso di soggiorno. Come spiegano ancora Damphouse e Höfgen, rientrano fra i tollerati anche i migranti per i quali è troppo pericoloso tornare nel Paese d’origine (vedi i rifugiati siriani o in fuga dai talebani), «persone che hanno iniziato un apprendistato, che sono gravemente malate, che hanno un figlio con permesso di soggiorno o che sono strettamente imparentate con una persona con status tollerato. Infine, ci sono alcuni che non hanno i documenti necessari per essere ripresi nel paese di origine».

In molti di questi casi, non è difficile immaginare che il taglio dei sussidi non li spingerà ad abbandonare il paese, bensì ad affidarsi al mercato nero dei migranti, ma sono state diverse pronunce della Corte costituzionale federale a smontare in partenza la fattibilità del progetto che violerebbe il diritto fondamentale ad un livello minimo di sussistenza dignitoso contenuto nella Legge fondamentale della Repubblica federale tedesca.

Reichstag, sede del Parlamento tedesco Bundestag a Berlin (EPA/CLEMENS BILAN)

Le elezioni europee, come si è detto, sono il primo test elettorale per questo nuovo soggetto politico ancora in cerca di una sua identità, quantomeno stando alle categorie politiche attuali, e di conseguenza anche di una base elettorale che sia solida e non veicolata dalla protesta. Per amor di completezza, Wagenknecht ha già escluso una sua alleanza in Europa con l’ID di Marine Le Pen e Matteo Salvini ma anche con i conservatori di Giorgia Meloni, come ha nuovamente confermato il candidato di punta del BSW in Europa De Masi.

Il progetto di Sahra Wagenknecht vuole quindi attingere agli scontenti della sinistra, alla popolazione rurale e suburbana, ma anche e soprattutto al voto di protesta di chi in passato si è rivolto all’AFD. Dopo il rush di giugno, in autunno sarà poi il turno delle elezioni in tre Stati della Germania orientale: il trampolino perfetto per saltare direttamente al 2025. La chiamata delle elezioni federali è già partita.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/EPA/Filip Singer

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