L’ultimo rintocco del Big Ben segna l’ora di Starmer, meritevole di aver trasformato un Labour provato in un partito vincente, ma soprattutto pronto a governare. Come ci è riuscito ce lo racconta l’ex ministro britannico Tony McNulty

Più che di una vittoria storica, quella laburista è stata una vittoria obbligata. Sei Governi, cinque premier e due elezioni anticipate dopo la disfatta del 2019 hanno fatto girare la ruota della fortuna per il Labour, che con il suo volto migliore, quello di Keir Starmer, promette di tirare il Paese fuori dal pantano in cui si è incagliato. Fra scandali e scandaletti, dal partygate alle scommesse, l’etica pubblica britannica esce ammaccata dalle ultime legislature tories, mentre il Paese reale affronta l’amaro connubio di povertà e crisi del sistema sanitario. 14 anni fa, quando il Tory è salito al comando, le persone in condizione di indigenza tale da dover ricorrere alla distribuzione del cibo erano 40mila. Oggi sono tre milioni. L’aspettativa di vita nel Paese si è addirittura accorciata di 6 mesi. 

Attenzione quindi, in questa occasione così come in troppe altre, all’aggettivo “storico” per definire questa vittoria. I deputati eletti sono infatti meno di quelli che portò con sé alla Camera Blair nel 1997 (410), e il Governo di Starmer deterrà anche il record di esecutivo sostenuto dalla minor maggioranza di sempre. Non solo: i voti presi sono persino meno di quelli delle scorse elezioni: quando i laburisti presero il 32,2% dei consensi e 10,4 milioni di voti (nel 2017 Corbyn aveva strappato il 40%). Oggi, complice l’astensionismo, la vittoria “schiacciante” di Starmer si ferma a quasi 9,7 milioni. Storicamente basso è, invece, il numero dei deputati tories eletti, mai così pochi dal 1834, con ben 8 ministri che perdono il loro seggio, compresa l’ex premier Liz Truss.

Abbiamo chiesto di raccontarci gli ingredienti di questa vittoria, da cui forse possiamo imparare tutti qualche lezione, a Tony McNulty, docente di Politiche e sistemi di Governo britannici, ex Parlamentare laburista e già ministro di Governo in diversi settori (precisamente Trasporti e il cosiddetto “Home Office” che ricomprende politiche migratorie, di sicurezza e antiterrorismo).

Come i laburisti hanno vinto le elezioni

La vittoria più grande invece sembra essere quella di aver restituito al Regno Unito un Partito progressista, concreto e preparato, oltre che galvanizzato da cinque anni di dura opposizione. Il claim vincente, uno su tutti: «prima il Paese, poi il Partito». A tal proposito riportiamo un episodio, molto piaciuto alla stampa, del novembre 2023: Starmer presenta il nuovo programma sul palco della conferenza Labour di Liverpool. Mentre prende la parola, però, un attivista climatico gli rovescia addosso un secchio di glitter verdi. Effetto Taylor Swift assicurato: un luccicante Starmer non si lascia intimidire, si toglie l’ingessata giacca e si arrotola le maniche della camicia; parla di diritti, del caro-vita, delle bollette ma anche dell’ambiente, senza soluzioni semplici ma con le idee molto chiare sul da farsi, pacatamente e senza preoccuparsi del luccichio sulle sue mani e sul suo colletto, senza l’intermediazione di quell’istituzionalità posata e poco catchy che alcuni commentatori gli imputano. È opinione diffusa che Starmer abbia, poi, segretamente ringraziato la doccia fredda dell’attivista.

Starmer dopo l’incursione dell’attivista, con la giacca ricoperta di glitter (SHUTTERSTOCK)

Capire chi è Starmer dal suo solo programma in effetti non è facile: nel nome dell’antipersonalismo il premier persegue con britannico distacco, ma soprattutto per comprendere il vero nocciolo della sua vittoria, è percorso fatto dal Partito che dobbiamo guardare. Starmer raccoglie il Labour Party nel 2019, dopo una pesante sconfitta elettorale che costringe alle dimissioni Corbyn, “anti-israeliano dichiarato e quasi antisemita e antimonarchico, posizioni inaccettabili per la pancia di un Regno che tende alla tradizione” spiega Marco Varvello, bureau chief Rai per l’ISPI. Sono proprio i toni di “Jezza” a spingere Starmer a cacciarlo dal Partito e a intraprendere un nuovo percorso.

 «Il percorso di recupero del Partito Laburista, dal peggior risultato conseguito dal 1935 (con una sconfitta di misura da Johnson) fino alla vittoria del 2024, è stato davvero una conquista straordinaria» ci racconta McNulty. Tanto che anche se i sistemi elettorali britannico e italiano sono profondamente diversi e rispondono a due apparati democratici differenti, non resistiamo alla tentazione di chiedergli qual è la ricetta segreta che ha funzionato così bene per i laburisti. «Una volta al comando del Partito, Starmer ha avuto modo e tempo di ricostruirlo in termini organizzativi e strutturali, ma anche rispetto all’ideologia e alle politiche» ci spiega.

Il motivo per cui i laburisti vincono così bene, però, è anche di natura squisitamente strategica. «Il Partito ha compreso che la chiave del First Past-The-Post [il sistema elettorale britannico uninominale/maggioritario secco, ndR] è un’efficiente distribuzione dei voti – prosegue. – Targettizzando i suoi sforzi e cucendo una strategia su misura, strategica ed efficiente, il Labour ha ottimizzato i suoi voti puntando tutto nei collegi in cui poteva vincere e rinunciando a quelli in bilico. Questo, naturalmente, ha anche dei risvolti negativi, dato che ora sulla carta basterà un 6% in più ai tories per strapparci la maggioranza».

Kier Starmer (Chris Kleponis / Pool via CNP)

Partiti minori in crescita?

C’è un altro elemento da trarre da queste elezioni: la (pur timida) avanzata dei Lib-Dem e di Nigel Farage che per la prima volta è stato eletto alla Camera dei Comuni: l’ottavo tentativo è quello buono, ed è la prima volta che nell’arco parlamentare britannico compare una forza più a destra del Tory. Ci azzardiamo in un paragone. «L’elemento proporzionale del sistema italiano favorisce la formazione di coalizioni e, forse, incoraggia il regionalismo e il populismo più di quanto non faccia il First Past The Post nel Regno Unito» ci frena subito McNulty. Gli chiediamo, abituati come siamo a confrontarci con una miriade di partiti e attori minori, se la loro legge elettorale che bipartisce rigorosamente in due lo spettro politico non sia sulla strada di perdere la propria capacità rappresentativa della società britannica. Negativo: secondo McNulty i risultati dei partiti minori sarebbero da attribuire alla strategia elettorale dei laburisti, che hanno puntato molto e bene nei collegi dove potevano vincere, lasciando spazio di manovra ai Liberali Democratici dove avrebbero fatto meglio contro i conservatori.

Quanto alla squadra di Governo scelta per risollevare il Paese, McNulty assicura che Starmer ha sviluppato “un buon team di consiglieri, coltivando e sviluppando un gruppo coeso di politici che oggi si apprestano ad assumere incarichi di ruolo“. Nemmeno questo è stato lasciato al caso insomma: il team di Starmer «è stato formato e plasmato appositamente per preparare il Partito alle elezioni, condurlo alla vittoria e sviluppare un programma di Governo». Le prime due fasi sono state portate a casa, ora “saranno giudicati per la loro capacità di Governo“.

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Meno parole, più fatti

La vittoria di Starmer è dipesa da vari fattori, e ci pare evidente che il nuovo premier abbia concentrato la sua campagna elettorale più sul Partito che non su se stesso, una scelta che si è rivelata alquanto saggia. Il popolo britannico sta affrontando una sorta di repulsione per il personalismo (spesso addirittura bizzarro personaggismo) in politica? «Probabilmente non è stata una decisione di Starmer – ci risponde McNulty, – ma una presa di posizione più ampia fatta dal Partito per focalizzare le attenzioni su un team competente, piuttosto che sul leader individuale». Questo, ci conferma, rappresenta una svolta per la politica britannica, nonostante il suo sistema presidenziale. D’altronde, le esperienze negative di personalità carismatiche e aggreganti come Theresa May e Boris Johnson, così come la sconfitta dello stesso Corbyn, non sono passate inosservate. Coerentemente con questo nuovo approccio, più collegiale e meno individualista, il profilo di Starmer è tutto meno che eccentrico. Mi viene in mente Roberta Metsola che da presidente del Parlamento Europeo, invitando le parti a compromessi e mediazioni, ricordava che “non sarà sexy o eccitante, ma il mondo è grigio. Starmer sembra aver ben interiorizzato questa lezione: «non sorprende infatti che in qualità di premier inceda spesso in concetti come “servizio”, “risultati” e “focus”» evidenzia McNulty. Anche se “non sarà un Governo tecnico come quelli nominati in Italia“, aggiunge, “i laburisti lavorano a un Governo capace di portare a casa i risultati piuttosto che straparlare“. Lo stesso Starmer del resto ha lavorato per scrollarsi di dosso un’etichetta già sgualcita da altri: «bisogna porre fine alla politica della performance e tornare alla politica come servizio pubblico».

Eppure all’indomani della sua vittoria lo scriveva molto francamente Politico: «la Gran Bretagna sa a malapena chi è», un paradosso che accenna alla sua carriera in politica relativamente breve, appena 9 anni dopo una vita da avvocato. È anche il suo posizionamento moderato a rendere all’elettorato una figura meno afferrabile, per esempio, di un frizzante BoJo o di un radicale Corbyn. Sarebbe, questo, non un vulnus comunicativo ma una precisa strategia politica del Labour che intende “rendere Starmer un’uomo d’azione, un politico che rispetta ciò che promette“. E non è mica poco. «I critici del Labour ripetono che il suo partito è perfino noioso. Ma Starmer sa che le persone sono stufe dei fuochi d’artificio. Vuole rendere le cose noiose di nuovo interessanti, o almeno allettanti rispetto alla loro alternativa» spiegava anche il commentatore politico Chris Mason sulla BBC. Per capire meglio che cosa ci si aspetta da lui e fissare l’asticella, chiediamo conto del suo programma a McNulty.

Il programma vincente?

Rispetto alla sua politica estera, Starmer si cela dietro caute aperture alla collaborazione con gli altri Paesi, “compresi l’UE e i Paesi membri” con cui “è chiaro che vorrà avere relazioni cordiali“. A tal proposito, a differenza dei suoi predecessori, Starmer ha già nominato anche un senior minister con specifiche responsabilità nelle relazioni europee, da oggi improntate ad un accorto pragmatismo: «Starmer vuole collaborare strettamente con l’UE e gli USA, con o senza Trump» ci assicura l’ex ministro, confermando un atlantismo convinto (ce lo ha dimostrato lo stesso Starmer pochi giorni fa al vertice NATO) ma soprattutto un approccio più istituzionale e meno politicante.

Il presidente USA Joe Biden riceve il premier britannico Keir Starmer alla Casa Bianca (© Ting Shen – Pool Via Cnp/CNP via ZUMA Press Wire)

Più che sulla politica estera in senso ampio, Starmer ha basato la sua campagna elettorale focalizzandosi su due punti chiave: difesa e sicurezza. Il premier si è già impegnato per la costruzione di un triplo blocco nucleare di natura deterrente, e ha promesso l’istituzione di un Comando per le Frontiere e la Sicurezza per la lotta al contrabbando. Anche il tema della sicurezza interna sta a cuore al leader, che in campagna elettorale ha incontrato gli attivisti e le famiglie delle vittime di accoltellamenti, promettendo loro “l’azione più forte di questa generazione“. Una sorta di “missione morale” che Starmer assicura di affrontare a strettissimo giro dalla sua elezione, a partire dai “coltelli zombie” e dai machete, la cui vendita online doveva essere già vietata dai precedenti Governi. Dal 2015 i crimini legati all’uso di coltelli nel Regno Uniti sono cresciuti dell’81%.

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Fra i temi che invece non hanno riguardato la campagna elettorale c’è la Brexit, “anche se forse è stata presente con lo spirito” ammette McNulty. A tal proposito Starmer, che nel 2016 era stato nominato anche ministro ombra per la Brexit da Corbyn, non annuncia roboanti rivoluzioni, plebisciti o sconvolgimenti dell’ordine costituito: «non riaprirò le ferite del passato» promette, in bilico fra i remainers e i leavers. Il Regno Unito è uscito dal mercato unico e non vi farà rientro. «Penso però – aveva aggiunto in campagna elettorale – che possiamo ottenere un accordo migliore di quello pasticciato che abbiamo strappato sotto Boris Johnson», in particolare nel settore “commerciale, della ricerca e dello sviluppo e della sicurezza“. Anche se gli accordi di natura commerciale dovranno passare il vaglio dell’Unione Europea, indisposta ad accogliere acriticamente tutte le richieste di Londra su cui pesa la responsabilità delle sue decisioni passate, è proprio su immigrazione e sicurezza che si cercherà una prima cooperazione.

Keir Starmer durante la conferenza stampa dopo il suo primo gabinetto a Downing Street (EPA/CHRIS J. RATCLIFFE)

A proposito di immigrazione, anche il controverso “schema Rwanda” starebbe per tornare in cantina. Ad andare incontro ad una nuova regolazione sarebbe l’intero sistema la cui gestione degli ultimi anni ha portato a non poche storture. Le restrizioni imposte per i visti di lavoro e studio, per esempio, hanno gradualmente disincentivato l’ingresso nel Paese di cittadini europei, che pure fornivano un buon supporto in termini di servizi e manodopera. «È stato così lasciato campo aperto agli extracomunitari. I nuovi residenti ogni anno sono addirittura raddoppiati rispetto all’ultimo periodo pre-Brexit: meno Europei, più dal resto del mondo» spiega ancora Varvello. Una complicanza che ha ulteriormente aggravato la crisi del sistema sanitario britannico, per il quale Starmer ha promesso un potenziamento.

Ed è soprattutto da un punto di vista economico che le ricette di Starmer spiccano il volo, progressiste e coraggiose: in cantiere ci sarebbe l’aumento dell’aliquota sui redditi più alti, che andrebbero a pagare il 5% in più di tasse, una stretta sulla finanza speculativa con l’abolizione dei privilegi fiscali di cui godono i fondi di private equity e una liberalizzazione degli scioperi con l’abolizione delle leggi più restrittive. «La retorica delle proposte del nuovo Governo è molto focalizzata sugli svantaggi delle classi economiche, con un’attenzione che non abbiamo visto per molto tempo nelle politiche britanniche» ci spiega McNulty. E in effetti, gli facciamo notare, quello di Starmer è il Governo con il minor tasso di laureati in università private. Si sta radicando anche nello UK la percezione di un dualismo élite-persone comuni, una polarizzazione molto cara al populismo? Secondo l’ex ministro, l’approccio al sociale “è centrale nelle politiche di Starmer, e non è una risposta al populismo“. Dopotutto il premier non ha nascosto la sua ambizione più grande, quella di “riportare la Gran Bretagna al servizio dei lavoratori“. Sono piuttosto i tories, secondo McNulty, a subire le maggiori pressioni e pulsioni verso contenuti populisti, spinti da destra dal Reform Party di Farage.

Nel carnet di Starmer ci sarebbero anche importanti riforme istituzionali, come l’abolizione della Camera Alta dei Lord e le modifiche al sistema elettorale, che però perlomeno in un primo momento lasceranno il posto ad altre questioni più scottanti: «ulteriori riforme costituzionali sono considerazioni prettamente secondarie per il nuovo Governo» assicura McNulty.

Starmer e sua moglie Victoria accolti a Downing Street da un gruppo di sostenitori (EPA/TOLGA AKMEN)

Vuoi il suo background genuinamente socialista, vuoi un nuovo approccio pacato e razionale, acqua fresca per lo sballottato pubblico britannico, Starmer si presenta davvero come il leader influente e definitivo di cui il Regno Unito aveva un disperato bisogno. «Le migliori decisioni prese nella mia vita sono quelle messe nella lente d’ingrandimento e sopravvissute ad un esame accurato. Le peggiori sono quelle cui nessuno ha risposto con un “buu”» ammette lui stesso. Senza alzare la voce, senza avere paura.

di: Marianna MANCINI

FOTO: SHUTTERSTOCK