GIORNATA MONDIALE CONTRO LAVORO MINORILE SFRUTTAMENTO

Sono allarmanti i dati sul lavoro e lo sfruttamento minorile in tutto il mondo, anche in Italia

Sono 160 milioni i bambini tra i cinque e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile in tutto il mondo secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale nel mondo del lavoro. Si tratta di un fenomeno diffuso a livello globale, che non risparmia neanche l’Italia, anche se invisibile.

La stessa Oil definisce il lavoro minorile come “l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico”. Come spiega l’agenzia, questo comprende diverse forme di sfruttamento e abuso. Un fenomeno, quello del lavoro minorile, che nasce e si nutre della povertà, della mancanza di accesso all’istruzione.

I bambini e le bambine sono spesso costrette a svolgere lavori usuranti ed estenuanti, con gravi ripercussioni fisiche e psicologiche. Questo contribuisce all’abbandono scolastico, all’emarginazione e all’isolamento.

Cos’è il lavoro minorile?

Come specifica l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, si parla di lavoro minorile quando l’attività lavorativa mette in pericolo la salute e lo sviluppo dei bambini, quando viene svolta per un monte ore eccessivo e/o quando viene svolta da bambini molto piccoli. Il lavoro minorile, inoltre, viola i diritti fondamentali dei bambini, come quello all’istruzione e al gioco. Non rientrano, quindi, nella definizione di lavoro minorile i lavori svolti da minori che hanno raggiunto l’età minima per lavorare, l’aiuto nelle attività lavorative famigliari durante le vacanze o in orario extrascolastico (a meno che non riguardino lavori eccessivamente gravosi) e i lavoretti volti al guadagno della paghetta dopo la scuola o durante le vacanze.

L’articolo 3 della Convenzione n.182 dell’OIL riconosce tra le peggiori forme di sfruttamento e lavoro minorile tutte le forme di schiavitù o pratiche simili, come la tratta e la vendita di bambini, la schiavitù da debito (“debt bondage”, quando una persona è costretta a lavorare per ripagare un debito), schiavitù legata a un determinato territorio (chiamata “serfdom” nel documento), e il lavoro forzato, come il reclutamento forzato di minori nei conflitti armati e la schiavitù domestica. Tra le peggiori forme di sfruttamento minorile secondo l’OIL vi sono anche l’impiego di bambine e bambini nella prostituzione e nella produzione di pornografia e spettacoli pornografici; l’impego di bambine e bambini per attività illecite, in particolare la produzione e il traffico di droga; tutti i lavori che, per loro natura e in base alle circostanze in cui vengono svolti, possono nuocere alla salute, alla sicurezza e alla morale dei bambini e bambine.

Nella Convenzione si afferma l’urgenza di mettere in atto strategie per eliminare le peggiori forme di sfruttamento minorile – senza dimenticare tutte le altre forme di lavoro minorile – anche alla luce dell’articolo 32 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rights of Children – CRC), approvata dall’ONU nel 1989, che sancisce “il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”.

Con l’obiettivo 8.7 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite tutti e 193 i Paesi membri si impegnano a eliminare entro il 2025 il lavoro forzato, la schiavitù moderna il traffico di essere umani e le peggiori forme di lavoro minorile, incluso il reclutamento di bambini soldato.

Bambini lavorano con un telaio per tappeti in un negozio a Chaman, Pakistan, nel 2011 – ANSA/EPA/MATIULLAH ACHKZAI

La situazione nel mondo

Secondo i dati dell’OIL (relativi al 2020), dei 160 milioni di bambini vittime del lavoro minorile in tutto il mondo, 79 milioni svolgono un lavoro considerato pericoloso per la loro incolumità (definito hazardous work). 97 milioni sono bambini, 63 milioni bambine, anche se queste ultime spesso sono costrette a svolgere mansioni domestiche che non appaiono nelle statistiche.

Il settore in cui vengono impiegati maggiormente i bambini è quello agricolo ma, come spiega ActionAid, i minori vengono costretti a lavorare anche nelle fabbriche di abbigliamento, nelle discariche, nelle miniere, in ambito domestico e, molto spesso, sono vittime di sfruttamento sessuale.

Secondo Terre des Hommes, rete di 9 organizzazioni nazionali dedite alla difesa dei diritti dei bambini e alla promozione dello sviluppo equo, la regione in cui è più diffuso il lavoro minorile è l’Africa Subsahariana, dove sono 125,6 milioni i bambini lavoratori, di cui 38,6 milioni sono costretti a svolgere lavori pericolosi. Come riporta ActionAid, in questa regione quattro bambini su cinque sono costretti a lavorare nei campi. Secondo l’associazione, in Burkina Faso i bambini che lavorano nelle miniere sono tra il 30 e il 50% della forza lavoro; i più piccoli hanno 8 anni. Molti, spiega ActionAid, per resistere alle condizioni durissime in cui lavorano assumono alcol, cannabis o anfetamine. Sempre secondo l’ong, nella Repubblica Democratica del Congo molti bambini lavorano nelle miniere di cobalto, che si trova nelle batterie di smartphone, tablet e altri dispositivi elettronici.

Subito dopo l’Asia Pacifica, dove i bambini lavoratori sono 70,9 milioni, di cui 22,2 milioni occupati in lavori rischiosi.

La situazione in Italia

Il lavoro minorile, però, è ancora diffuso in molte zone del mondo, Italia compresa. E i dati sono drammatici. Sono 78.530 i lavoratori minorenni tra i 15 e i 17 anni nella Penisola secondo il rapporto statistico dell’Unicef Lavoro minorile in Italia: rischi, infortuni e sicurezza sui luoghi di lavoro, diffuso il 12 giugno 2024, in occasione della Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Si tratta del 4,5% della popolazione totale dei minori in quella fascia di età. Un dato in aumento rispetto al 2022, in cui erano 69.601, e al 2021, in cui erano 51.845. La maggior parte dei lavoratori, secondo il report, rientra nella categoria “dipendente”, seguita da “operai agricoli” e “voucher”.

Dal report emerge che le regioni con in cui ci sono più minori occupati dai 15 ai 17 anni sono il Trentino-Alto Adige (21,7%), Valle D’Aosta (17,8%), Abruzzo (7,6%) e Marche (7,2%). Come si evince, si tratta di percentuali superiori a quella nazionale del 4,5%. Le regioni in cui si registra il maggior numero di lavoratori entro i 19 anni sono Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia.

Anche il lavoro minorile è colpito dal gender gap. Nel 2022 su 376.814 lavoratori minori fino a 19 anni, 233.638 erano di genere maschile e 143.176 di genere femminile. Si tratta in entrambi i casi di dati in aumento rispetto al 2021, quando i lavoratori erano 193.182 e le lavoratrici 117.218. Secondo il rapporto, nelle regioni del Sud il divario di genere è più marcato; la regione in cui è minore è la Valle D’Aosta. Dal 2018 al 2022 lo stipendio settimanale per i lavoratori è aumentato del 7,7%, mentre quello per le lavoratrici ha segnato un +10,2%. Tuttavia lo stipendio dei lavoratori rimane più alto rispetto a quello delle lavoratrici.

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Un altro dato allarmante riguarda le denunce di infortunio per i lavoratori e le lavoratrici fino ai 19 anni di età.  Nel quinquennio 2018-2022 le regioni in cui sono state registrate più denunce di infortunio sono Lombardia (75.552), Emilia-Romagna (39.047), Veneto (38.162) e Piemonte (30.645), che da sole rappresentano più del 50% delle denunce di infortunio nazionali. Preoccupanti anche i dati sulle denunce di infortunio con esito mortale: tra il 2017 e il 2021 sono state 67 nella fascia di età 15-19, 7 sotto i 14 anni.

In Italia l’età minima per poter accedere al lavoro è 15 anni a condizione di aver assolto l’obbligo scolastico di 10 anni, quindi, di fatto, è possibile iniziare a lavorare a 16 anni.

Secondo l’indagine sul lavoro minorile in Italia Non è un gioco condotta da Save The Children Italia e pubblicata nel 2023 nella Penisola sono 336mila i minori tra i 7 e i 15 anni che hanno avuto esperienze lavorative continuative, saltuarie o occasionali, il 6,8% della popolazione in questa fascia di età, quasi un minore su 15. Almeno un quarto sarebbe stato impiegato in lavori dannosi per la salute psicofisica.

Come combattere il lavoro e lo sfruttamento minorile?

Certo, non è facile né immediato trovare soluzioni a una problematica così complessa, né abbiamo la presunzione di poterlo fare qui. Possiamo però dire che il primo passo è guardare alle cause. Come sostengono molte associazioni che si dedicano all’infanzia e ai diritti dei bambini, è necessario ridurre le disuguaglianze sociali: il lavoro minorile è più diffuso laddove ci sono maggiori difficoltà economiche. Nel mondo, riporta l’Unicef, 1,77 miliardi di minori sono esclusi dalle prestazioni sociali, nonostante queste siano un diritto universale. Uno dei modi per arginare il lavoro minorile è quindi migliorare le condizioni di lavoro degli adulti e prevedere l’aumento dei salari.

Un altro punto fondamentale riguarda l’accesso universale all’istruzione, che dovrebbe essere garantito a tutti i bambini e a tutte le bambine.

di: Francesca LASI

FOTO: ANSA/EPA/NARENDRA SHRESTHA