La Cassazione conferma la violenza sessuale da parte di Oseghale, che sta scontando l’ergastolo per l’omicidio e il vilipendio del cadavere della 18enne romana
Confermato e definitivo l’ergastolo per Innocent Oseghale, accusato di omicidio, violenza sessuale, distruzione e occultamento di cadavere di Pamela Mastropietro, 18enne romana uccisa a Macerata e ritrovata fatta a pezzi in due valigie nel 2018. L’imputato aveva fatto ricorso contro l’aggravante della violenza sessuale.
È l’ultima parola della giustizia italiana in un caso di cronaca carico di sofferenza fra criminalità disumana, droga, abusi sessuali e disagio giovanile, quello riguardante l’omicidio di Pamela Mastropietro. La 18enne romana (oggi avrebbe avuto 25 anni) è morta a Macerata fra il 29 e il 30 gennaio 2018, uccisa da due fendenti al fegato dopo essere stata violentata. Il suo corpo venne poi lavato con la candeggina e fatto a pezzi; il cadavere venne ritrovato poche ore dopo, il 30 gennaio, all’interno di due valigie in un fossato a Pollenza, nel maceratese.
La Cassazione aveva già confermato la condanna per omicidio a Innocent Oseghale. In questa udienza la Corte era chiamata a valutare l’accusa di violenza sessuale: da questa aggravante dipendeva non la condanna per la morte di Pamela, ma l’ergastolo inflitto a Oseghale.
Le indagini sull’omicidio
Le indagini portano all’arresto di Innocent Oseghale, un cittadino nigeriano di 29 anni con permesso scaduto e precedenti penali per spaccio di droga. A casa di Oseghale, in Italia dal 2014, vengono ritrovati i vestiti insanguinati della ragazza. Tracciando il telefono di Oseghale, gli inquirenti risalgono a Lucky Desmond e Awelima Lucky e ricostruiscono la loro attività di spaccio di marijuana ed eroina: secondo le indagini il 30 gennaio Desmond procurò a Oseghale una dose di eroina, forse proprio quella destinata a Mastropietro.
I due vengono arrestati ma dopo qualche mese di custodia cautelare in carcere cadono le accuse di omicidio, diffamazione, distruzione e occultamento di cadavere nei loro confronti, che restano indagati per spaccio. Nel 2019 la Corte d’Appello di Ancona ha inflitto loro una pena di quattro anni e 8 mesi ciascuno.

Mastropietro, la ricostruzione del delitto
Ma in che circostanze Pamela Mastropietro incontra Oseghale?
Un anno prima di morire, nell’ottobre del 2017, Pamela Mastropietro si era straferita nella comunità di recupero per tossicodipendenza di Corridonia (Macerata). Nella sua deposizione al processo lo psichiatra Giovanni Di Giovanni ha dichiarato che la giovane “aveva gravi disturbi della personalità e dipendeva dalla droga“. La giovane era arrivata nella Comunità dopo un’overdose, “con una diagnosi clinica molto complessa, borderline grave, non aveva un rapporto realistico con la realtà” spiega ancora Di Giovanni, consulente della Comunità Pars di Corridonia.
Il percorso terapeutico di Pamela attraversa alti e bassi nella struttura, fra il desiderio di scappare, autolesioni e ancora droghe, come certificano le analisi che evidenziano l’assunzione di oppiacei mentre la 18enne è ancora in comunità. Con la famiglia Di Giovanni descrive un rapporto stretto, caratterizzato da un “grandissimo affetto, soprattutto per la madre“, ma anche da una “grande conflittualità” come spesso accade.
Il 29 gennaio la ragazza scappa dalla comunità per tornare a Roma e chiede un passaggio verso la stazione ferroviaria di Corridonia-Mogliano ad uno sconosciuto che, in cambio, le chiede un rapporto sessuale. Mastropietro, però, perde il treno e si ritrova da sola in stazione. Ancora una volta, accetta l’aiuto di uno sconosciuto, un tassista che le offre un passaggio. Pamela risulta avere un rapporto sessuale anche con quest’ultimo e il giorno dopo, dopo aver dormito a casa sua, torna in stazione.
Ancora una volta Pamela perde il treno, e si reca quindi ai Giardini Diaz di Macerata, nota piazza di spaccio. È qui che incontra Oseghale.
Lo spacciatore la convince a seguirlo a casa sua dove (ormai lo ha accertato la Cassazione) le cede dell’eroina; mentre la ragazza è sotto l’effetto della droga l’aguzzino abusa di lei. Dopodiché, e qui è l’autopsia a parlare, Mastropietro viene uccisa con due coltellate al fegato. Il suo corpo viene poi lavato con la varichina per cancellare ogni traccia biologica e tagliato a pezzi. I resti di Pamela vengono distribuiti in due valigie, che Oseghale personalmente abbandona a Casette Verdini, nella zona industriale di Pollenza.
Ad accompagnare Oseghale a Pollenza è Patrick Tchomchoue, tassista abusivo camerunense. L’uomo è insospettito da quelle due valigie che il nigeriano ha appoggiato all’aperto per poi fare ritorno a Macerata. Così il tassista torna per controllare i bagagli: li apre, capisce il loro contenuto e sporge denuncia in questura.
Oseghale cambierà più volte versione dei fatti, ma in tribunale testimonierà sempre la sua innocenza. Secondo la sua ultima confessione, il nigeriano ammette di aver fatto a pezzi la ragazza ma non di averla uccisa, sostenendo (contrariamente a quanto emerso dall’autopsia) che Mastropietro sia morta di overdose.
La madre di Pamela: “pretendo ancora risposte”
In attesa del processo, la madre di Pamela Alessandra Verni assicura ai cronisti: «la battaglia va avanti». Oltre alla conferma dell’ergastolo infatti la donna rivendica piena luce sui fatti: «ci sono due Dna che non si sa di chi siano, intercettazioni nelle quali alcuni personaggi dicono che quel giorno erano nella casa, ci sono troppe cose che non tornano, ci sono tanti aspetti che meritano una risposta. E qualcuno queste risposte me le deve dare. Io le pretendo» prosegue.

Luca Traini e la sparatoria a Macerata
All’omicidio di Pamela Mastropietro è connesso un altro fatto di cronaca che rese Macerata protagonista di tutti i telegiornali nazionali. Nel bel mezzo della campagna elettorale per le elezioni politiche 2018, il 3 febbraio il 28enne Luca Traini, incensurato apre il fuoco per le strade della città da un’Alfa Romeo 147 nera in movimento. Con una semiautomatica Glock 17 Traini spara colpi in diversi punti del Capoluogo, compresa una sede locale del Partito Democratico.
Il blitz, che si configurò come un vero e proprio attacco terroristico, venne poi confessato dallo stesso Traini come una retata di matrice razzista che aveva per obiettivo gli immigrati. Traini dichiarò che voleva vendicare la morte di Pamela Mastropietro, per la cui morte avvenuta pochi giorni prima era già sospettato Oseghale.
Traini, ideologicamente figlio dell’estrema destra, era stato in passato vicino a Forza Nuova e CasaPound. L’anno precedente si era candidato con la Lega per il consiglio comunale di Corridonia, ottenendo però zero preferenze.
Nel 2021 la Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna a 12 anni con rito abbreviato di Luca Traini. L’accusa è di strage aggravata dalla finalità di razzismo e altri reati fra cui porto abusivo d’arma da fuoco.
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/FACEBOOK PAMELA MASTROPIETRO