Parigi 2024 sarà lo scenario del debutto olimpico della danza sportiva, grazie alla breakdance. Pagano, direttore tecnico della Fids: “Grandi speranze azzurre”

Ai Giochi Olimpici di Parigi del 2024, la breakdance, o, meglio, “breaking”, raggiungerà ciò in cui nessun’altra disciplina di danza sportiva è riuscita prima: tra il 9 e il 10 agosto, i B-boys e le B-girls (così sono chiamati i praticanti) si batteranno per le medaglie olimpiche. Una pietra miliare per uno sport che affonda le sue origini in una sottocultura, quella hip hop.

Si è trattato di una mossa a sorpresa da parte del Comitato Olimpico Internazionale, che, di solito, approva i nuovi sport basandosi sulla struttura delle associazioni esistenti. Il breaking, invece, non è dominato dai club, ma da gruppi non ufficiali che si uniscono per sfidarsi tra loro a colpi di evoluzioni.

Il presidente del Cio Thomas Bach ha spiegato la sua decisione così: «Breaking, arrampicata sportiva, skateboard e surf sono chiaramente in linea con l’Agenda 2020 Olimpica, perché contribuiscono a rendere il programma dei Giochi Olimpici più equilibrato fra i generi, più giovane e più urbano. Offrono l’opportunità di entrare in contatto con la giovane generazione». E il Cio ha contato oltre 50mila spettatori e 2,5 milioni di streaming dei video della “prova generale” di breaking ai Giochi Olimpici della Gioventù del 2018 a Buenos Aires, con l’Italia che ha conquistato l’argento con Alessandra “Lexy” Cortesia.

Una grande soddisfazione per la Federazione Italiana Danza Sportiva, ad appena 11 anni dal suo riconoscimento ufficiale da parte del Coni (nel 2007), ma solo un punto di partenza verso il sogno olimpico di Parigi: «attualmente abbiamo due atlete nella top 20 del ranking mondiale, Antilai Sandrini in sesta posizione e Alessandra Chillemi in 17esima. Per le Olimpiadi si qualificano le prime 16, quindi saranno fondamentali i prossimi appuntamenti di Shanghai in maggio e di Budapest in giugno. A Parigi non si può andare improvvisati – spiega Edilio Pagano, direttore tecnico per le Danze olimpiche della Fids, – e i biglietti li abbiamo già comprati. Speriamo a buon fine…». Meno bene, invece, i ragazzi, «sui quali c’è ancora da lavorare, ma siamo fiduciosi», dice Pagano.

La “moda” del breaking è arrivata in Italia nei primi degli anni ‘80 grazie al film Flashdance e si è sviluppata di pari passo con il movimento hip hop. Furono i centri sociali a dare spazio ai primi breaker, soprattutto a Roma (Snia e Forte Prenestino) e a Bologna (Isola nel Kantiere, Livello 54). Il movimento italiano ha presto sviluppato uno stile personale che, nel ‘91 e nel ‘95, ha portato i B-boy italiani a trionfare nella Battle of the Year, una sorta di sfida mondiale tra i migliori atleti.

Dai marciapiedi del Bronx, dalle banlieue di Parigi, dai centri sociali di Roma alle palestre, fino alla competizione a cinque cerchi: la breakdance è ancora un’espressione della sottocultura hip hop o si è trasformata in uno sport con punteggi e medaglie? Michael Holman, il fondatore dei New York City Breakers (una delle prime leggendarie crew), 40 anni fa fece un appello per l’inclusione del breaking alle Olimpiadi, affermando che si trattava della naturale evoluzione delle sue origini di competizione tra gang rivali. Ma altri decani del movimento non sono d’accordo: «il bello del breaking è che rappresenta sé stesso – dicono Gabriel “Kwikstep” Dionisio e Ana “Rokafella” Garcia, fondatori della Full Circle Prod.Quando vai alle Olimpiadi, c’è un’atmosfera aziendale. Diventi la loro identità. Stai spingendo le Olimpiadi, non stai promuovendo la culturahip hop. E provochi la stessa reazione, nervosa ed eccitata, dell’apparizione di uno zio ubriaco a una cena di famiglia».

«Il passaggio è sicuramente difficile – commenta Pagano. – Chi è nato nel mondo dell’hip hop, fa fatica a vedere il breaking come sport e, forse, non lo vedrà mai come tale. Ma non è solo il caso di questa disciplina: pensiamo alla danza classica, al tango, alle danze orientali. C’è sicuramente un grande lavoro da fare per coinvolgere il movimento esterno: le nostre associazioni contano circa 500 tesserati, ma è evidente che la breakdance ha molti, moltissimi praticanti in più fuori dalle palestre».
«La realtà – prosegue il dirigente Fidsè che i nati nei primi anni 2000 sono gli ultimi testimoni del breaking di strada. I nostri istruttori, ad un meeting recente, mi hanno detto che agli atleti più giovani è necessario spiegare dove questa disciplina è nata, cioè sui marciapiedi. Farla in palestra, quindi, sarà il prossimo futuro e la strada diventerà la storia».

Se la decisione del Comitato di Parigi sulla breakdance è arrivata quasi a sorpresa, è stata sicuramente una doccia fredda quella dei colleghi d’Oltreoceano impegnati nell’organizzazione dell’Olimpiade di Los Angeles nel 2028, che hanno escluso di riproporla. «Un duro colpo per un movimento in crescita – ammette Pagano, – perché la pianificazione sulla carriera degli atleti si fa a lungo termine, e l’Olimpiade è sicuramente una tappa da preparare negli anni, sin da bambini».

Una decisione che lascia ancora più perplessi se si considera che proviene dalla nazione che il breaking l’ha visto nascere e crescere e che ha atleti ai primi posti del ranking: «credo che gli Stati Uniti abbiano un concetto diverso di sport rispetto agli europei: noi tendiamo ad essere inclusivi, le attività partono dal basso, mentre negli USA i laboratori atletici sono i college – riflette il dirigente Fids. – Ad esempio, a Los Angeles potrebbe fare la sua comparsa il cheerleading, a noi praticamente sconosciuto se non per averlo visto in televisione. Non credo sia una questione di razzismo: è solo che gli americani non considereranno mai la breakdance uno sport».