Le barriere coralline stanno vivendo il peggior fenomeno di sbiancamento mai registrato. L’sos in Australia
Sono migliaia i viaggiatori che ogni anno volano in Australia per esplorare la Great Barrier Reef, la Grande Barriera Corallina, che si trova in Queensland e che, con i suoi 2.300 km di lunghezza, 600 tipi di coralli e 1.625 specie di pesci, è la più grande di tutto il pianeta. Le barriere coralline, denominate “foreste pluviali del mare”, rappresentano uno degli ecosistemi più ricchi di specie animali e vegetali al mondo ma sono a rischio estinzione a causa di un evento di massa che potrebbe provocare la morte di ampie aree popolate dai coralli. Di che fenomeno si tratta? Scopriamolo.
Lo sbiancamento della barriera corallina e le sue cause
Quello dello sbiancamento dei coralli (bleaching) è un fenomeno causato da uno stress ambientale molto intenso subito dalla barriera corallina per via dell’avanzamento inarrestabile del cambiamento climatico. Per la Grande Barriera Corallina si tratta della quinta volta in 8 anni ma quello registrato adesso è il peggiore mai avvenuto nella storia, a segnalarlo sono stati gli esperti del parco marino australiano Macquarie Island Marine Park.
Per capire meglio come e perché si verifica, abbiamo intervistato Marzia Bo, docente del Dipartimento di scienze della terra, dell’ambiente e della vita dell’Università di Genova.
Le recenti indagini condotte dalla Great Barrier Reef Marine Park Authority comunicano che su almeno due terzi della Grande Barriera Corallina si sta verificando uno sbiancamento dei coralli. Sono stati presi dei provvedimenti? Secondo lei c’è possibilità di ritorno alla normalità?
«I report delle autorità australiane confermano che è in corso un esteso fenomeno di bleaching (sbiancamento) sulla Grande Barriera Corallina. I survey aerei indicano che si tratta di uno dei fenomeni più estesi tra quelli monitorati, con circa il 50% dei reef in forte sofferenza da caldo prolungato, ovvero ambienti soggetti a temperature medie superficiali dell’acqua superiori di 2.5°C alla media per almeno 15 settimane. I medesimi survey indicano che circa il 75% dei reef monitorati mostra un bleaching avanzato, con alcune aree soggette a sbiancamento estremamente esteso (oltre il 90% della copertura a coralli). Questo non significa necessariamente che siano reef morti, ma ovviamente aumenta considerevolmente il rischio di mortalità delle madrepore le quali, perdendo i propri simbionti algali (le zooxatelle), non riescono più ad alimentarsi bene, a produrre scheletro carbonatico e a difendersi dai parassiti.
Tale fenomeno può verificarsi a seguito di molteplici cause come forte caldo, forte freddo, inquinamento, esposizione all’aria, forte piovosità, ma la causa principale negli ultimi 20 anni è stata certamente l’aumento delle temperature medie dell’acqua per periodi molto prolungati. Tali aumenti della temperatura sono legati ai cambiamenti climatici globali dovuti all’aumento di CO2 e altri gas che causano l’effetto serra. Negli ultimi decenni sta aumentando la frequenza dei fenomeni di bleaching di massa, il che riduce la naturale capacità dei coralli di recuperare, ovvero di ripopolare i propri tessuti di alghe simbionti e tornare allo stato normale. In situazioni non più stressate il recupero del reef può richiedere 10-15 anni perchè è necessario che nuove larve arrivino da reef pristini e formino nuova barriera.
Provvedimenti diretti non si possono attuare perchè i cambiamenti climatici sono appunto globali e dipendono da variazioni su scala planetaria non locale. I reef australiani sono però soggetti ad un monitoraggio intenso (aereo ed in acqua), che permette di valutare in tempi brevissimi l’estensione del fenomeno e la sua evoluzione. Inoltre, vi è una grande attenzione nel minimizzare tutte quelle altre fonti di stress che riducono la resilienza dei coralli in situazioni di heatwave, come i danni meccanici sui reef (l’ancoraggio, la pesca) o la presenza di predatori di coralli. La realtà è che, trattandosi di un problema con una causa globale, tutti dovrebbero fare attenzione a ridurre il proprio impatto sul clima».

Da docente di biologia ed ecologia marina all’Università di Genova, ci sono importanti barriere coralline in Liguria? Qual è il loro stato?
«Le barriere coralline, biocostruzioni di madrepore zooxatellate, si trovano per definizione solo nella fascia tropicale e subtropicale, ovvero laddove la temperatura dell’acqua non scende mai sotto i 18°C. Ecco perchè barriere coralline in senso stretto non ci sono alle latitudini fredde o temperate, come nel Mar Mediterraneo dove invece sono presenti delle biocostruzioni dominate da madrepore (ma prive di zooxatelle) a profondità intermedie. Basti pensare alle formazioni madreporiche pugliesi tra 50 e 70 metri di profondità o le biocostruzioni di coralli bianchi a 200-800 metri, a profondità batiali, presenti anche nel Mar Ligure. Data la profondità e l’assenza di zooxatelle non sono interessate da fenomeni di sbiancamento ma sono fortemente impattate dalle attività di pesca demersali come lo strascico e la pesca ricreativa con palamiti.
Le ondate di calore sono comunque diventate molto frequenti anche nel Mediterraneo a causa dei cambiamenti climatici chee negli ultimi due decenni hanno causato estesi fenomeni di mortalità di massa di specie superficiali con zooxatelle (ma che generalmente non formano biocostruzioni come la madrepora Cladocora caespitosa) o senza zooxatelle (gorgonie e spugne). I tempi di recupero per tutte queste biocenosi è considerabile solo su media-lunga scala temporale».
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Da cosa sono composte le barriere coralline?
La barriera corallina è una formazione tipica di mari e oceani tropicali ed è costituita da strutture rocciose sottomarine biogeniche che nascono dalla sedimentazione degli scheletri calcarei dei coralli e da animali polipoidi. Sono ambienti unici che nel tempo sono stati capaci di dar vita a isole e lagune trasformando i fondali e le coste: la barriera corallina è parte di una piattaforma carbonatica e, di solito, ne compone la fascia marginale. Le particolarità e proprietà uniche dell’habitat che si crea a ridosso dei cosiddetti “reefs” si manifestano grazie alla presenza degli stessi coralli che offrono riparo e protezione a migliaia di pesci diversi, tra cui molluschi, echinodermi (invertebrati marini) e crostacei. Sono situate in mari e oceani tropicali dove la temperatura dell’acqua varia tra i 18°C e 30°C. La loro importanza è dovuta al sostegno che offrono al 25% di tutte le specie marine del pianeta nonostante occupino soltanto lo 0,1% dei fondali presenti sulla Terra. Ci sono due tipologie differenti di coralli a seconda della profondità alla quale sono situati: negli abissi si nutrono di plancton e materia organica mentre più in superficie si alimentano di alghe zooxantelle, pianta che li aiuta a crescere, riprodursi e a resistere alle malattie. Nello specifico quindi, con il fenomeno dello sbiancamento, viene a mancare la simbiosi tra i polipi del corallo e le alghe unicellulari fotosintetizzanti responsabili della loro lucentezza e brillantezza. Le ricerche e gli studi degli scienziati, secondo quanto riferiscono le autorità, indicano che circa 730 delle oltre 1.000 barriere coralline della Grande Barriera Corallina hanno perso colore.
Le soluzioni a questo grande problema possono essere diverse: a livello governativo si potrebbero iniziare a ridurre le emissioni, si potrebbero vietare progetti legati a gas, petrolio e carbone e si potrebbe usare energia rinnovabile; per quanto riguarda l’azione del singolo individuo, invece, figurano il rispetto e l’educazione legati al non gettare rifiuti in acqua, attività di volontariato per la pulizia della barriera corallina, il sostegno alla creazione e al mantenimento delle riserve marine (il che vuol dire eliminare l’abitudine di prelevare i coralli tropicali per farne dei “ricordi”). Tutti gesti molto semplici che possono essere compiuti da chiunque voglia rispettare l’ambiente in cui viviamo. Se pensiamo che il benessere dei mari e degli oceani non ci interessi da vicino, ci sbagliamo perché tutto questo può e avrà delle ripercussioni anche su di noi. Al momento, infatti, abbiamo menzionato solo attività importanti volte a mantenere la biodiversità marina, ma le barriere coralline sono importanti per motivi connessi anche alla salute dell’essere umano. I coralli vengono sempre più spesso usati per produrre farmaci adatti a curare il cancro, i virus, l’artrite e le infezioni batteriche. Anche i benefici dal punto di vista economico sono significativi perché rappresentano un sostegno per la pesca commerciale e per il turismo. Inoltre, la loro conformazione e collocazione sono fondamentali per la protezione delle coste che potrebbero essere colpite e danneggiate dalla forza delle onde, da inondazioni e da tempeste.
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Un quadro passato e futuro…
Attualmente sembra che circa la metà delle barriere coralline presenti sulla Terra sia in stato di degrado, ma quale potrebbe essere il futuro? È previsto che entro la fine del decennio gran parte dei coralli sarà colpito dal fenomeno dello sbiancamento almeno due volte ogni 10 anni fino ad arrivare ad un’alta possibilità di scomparsa totale entro il 2100. Il vero problema è infatti la ripetizione altamente ravvicinata di questi fenomeni, proprio come sta accadendo in Australia. Nel 2016, il 93% dei coralli della Grande Barriera Corallina era stato colpito dal fenomeno dello sbiancamento ma alla fine solamente il 22% è morto. Le zone però colpite più severamente hanno visto la morte di percentuali molto più alte, fino al 50-90% dei coralli. In sostanza, niente è detto perché potrebbero sempre esserci dei miglioramenti dovuti al potenziamento delle condizioni dell’ambiente, ma le barriere coralline necessitano di un tempo enorme per riprendersi, gli esperti marini ci insegnano che crescono soltanto di pochi centimetri l’anno e che quindi hanno bisogno di oltre 10 anni per riprendersi definitivamente. A seguito dello sbiancamento avvenuto nel 2017, sono state segnalate riduzioni fino all’89% di crescita di nuovi coralli: più vengono colpiti dal fenomeno, più la ripresa dell’ecosistema è complicata.
Cosa fa il WWF?
Il WWF, organizzazione internazionale non governativa di protezione ambientale, collabora da tempo con diversi governi per istituire aree marine protette, tra cui il “Triangolo dei Coralli”, una zona importantissima per la biodiversità marina che si sviluppa per 6 milioni di chilometri quadrati: copre l’area dall’Indonesia e dalla Malesia che si estende fino all’isola di Papua Nuova Guinea e alle isole Salomone. L’intervento del WWF ha lo scopo di tutelare la biodiversità assicurando allo stesso tempo vantaggi alle popolazioni locali, ma come lo fa? Si tratta di un impegno che mira a promuovere l’allevamento sostenibile di pesce e di frutti di mare per diminuire l’impatto che ha la pesca (creando al contempo opportunità economiche) e a lavorare con i consumatori e le catene di ristoranti, incitandoli ad adottare politiche di approvvigionamento consapevoli e responsabili.

«Lo sbiancamento dei coralli che si sta verificando ora sulla Grande Barriera Corallina è il risultato dell’ondata di calore sottomarino globale iniziata lo scorso anno nell’emisfero settentrionale. Le barriere coralline in Florida e nei Caraibi sono state decimate a causa dello sbiancamento nel 2023. Il destino dei coralli della Grande barriera corallina è in bilico: è necessario un significativo raffreddamento della temperatura dell’acqua per evitare un esito simile a quello dell’emisfero settentrionale. Questo evento dimostra che nessuna barriera corallina è al sicuro dagli impatti del cambiamento climatico», ha detto Richard Leck, il responsabile Oceani del Wwf Australia.
L’organizzazione del Wwf, quindi, chiede a tutti i Paesi del mondo di prendere seriamente la questione climatica per mitigare le conseguenze.
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Le barriere coralline nel mondo…
Le aree migliori del pianeta per la crescita e la vita delle barriere coralline, che necessitano di temperature dell’acqua piuttosto elevate, sono quelle del Pacifico centrale e la costa orientale dell’Australia (la parte occidentale è infatti contraddistinta da correnti fredde). Tra le principali troviamo: la Grande Barriera Corallina australiana, che è costituita da 3.000 sistemi di barriere, come anticipato si estende per circa 2.300 Km e dal 1981 è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO; la Barriera Corallina del Mar Rosso che è situata al largo delle coste di Egitto, Israele e Arabia Saudita; la Barriera Corallina della Nuova Caledonia, nel Pacifico del sud, fa parte anch’essa dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO dal 2008; il Mesoamerican Reef (Caraibi), è la più grande dell’Oceano Atlantico ed infatti è lunga quasi 1.126 Km ed è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1996; la Barriera Corallina delle Isole Maldive, nell’Oceano Indiano; la Barriera Corallina di Apo, nelle Filippine e il Belize Barrier Reef, nel Mar dei Caraibi, si estende da Ambergris Caye nel nord alle Cayes Sapodilla nel sud.

Gli effetti del cambiamento climatico non riguardano soltanto la barriera corallina ma tutti i mari compreso il Mediterraneo dove negli anni abbiamo osservato stragi ed epidemie di moltissime specie, come denuncia il rapporto “Operazione Mare Caldo”. Gli specialisti del Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici già nel 2008 avevano sottolineato come un nuovo aumento di mezzo grado delle temperature complessive avrebbe alzato di tanto i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici, supponendo una sovversione delle calotte glaciali e la morte fino al 90% delle barriere coralline.
Cosa ci aspettiamo dal futuro se non facciamo niente per avere un pianeta sano?
di: Alice GEMMA
FOTO: SHUTTERSTOCK