Cooperanti o giornaliste, blogger o turiste; condividono con i connazionali maschi che subiscono un sequestro la stessa nazionalità, ma non sempre lo stesso trattamento mediatico

“Chi è la ragazza italiana arrestata? Vado in Iran dal 1980: i visti sono brevi e devono essere rinnovati con una trafila. I visti lunghi li ha solo chi studia o lavora lì. La donna italiana arrestata in Iran era lì da due mesi (22 luglio). Cosa faceva? In ogni caso ora serviranno soldi e tempo per riportarla a casa. Ma qui non siamo degli idioti”. Le parole di un complottista da tastiera? Non proprio: a scrivere questo post (molto contestato dai suoi stessi follower) su Facebook, è Alberto Negri, storica firma de Il Manifesto e inviato in aree di rischio da decenni. La ragazza invece è Alessia Piperno, blogger italiana detenuta dalla polizia morale iraniana fino al 10 novembre. Ma non è la prima volta che anche il mondo del giornalismo mal gestisce certi casi di sequestro (soprattutto quelli in cui è coinvolta una donna).

Nei media mainstream manca spesso una narrazione puntuale e continua del processo di liberazione, che causa pericolosi vuoti di informazione (spesso colmati da leoni da tastiera e complottisti). Il copione è sempre lo stesso: il connazionale viene rapito, l’evento fa notizia e riempie i media; poi però le trattative mancano dell’attrattiva che ha sul pubblico una notizia flash, e quindi non vengono più seguite. Come scrive su Internazionale Andrea De Giorgio in relazione al rapimento in Burkina Fasu di Giovanni Langone, Rocco Antonio Langone e Maria Donata Caivano (famiglia di missionari ancora in attesa di liberazione): «succede ogni volta che un cittadino italiano viene rapito all’estero ed è capitato di nuovo, purtroppo, il 19 maggio scorso. La notizia, non appena divulgata, per qualche ora risuona ovunque: dall’apertura dei telegiornali alle prime pagine dei quotidiani nazionali. Ma poi, fino alla liberazione del malcapitato connazionale di turno (che molto spesso avviene dopo alcuni anni), scende il silenzio». Ne sa qualcosa padre Paolo Dall’Oglio, su cui si rincorrono voci contrastanti (alcuni lo vorrebbero ancora vivo, altri sostengono che sia stato ucciso immediatamente dopo la cattura in Siria) dopo il suo sequestro, avvenuto a Raqqa il 29 luglio 2013. Un inghippo così insolvibile che gli inquirenti hanno chiesto l’11 ottobre scorso l’archiviazione del caso perché “non è possibile accertare, dal punto di vista giudiziario, la sorte del religioso”.

La scarsa conoscenza delle dinamiche territoriali è particolarmente pericolosa in determinate aree, come ad esempio il Sahel. Qui infatti operano sia piccoli gruppi di tipo tribale sia milizie jihadiste più o meno inquadrate nel grande arcipelago terroristico di Al Qaeda; che spesso usano i prigionieri o come fonte di introiti (nel caso di pagamento di riscatto) o come merce di scambio per ottenere la liberazione dei commilitoni. Come successo in occasione del rilascio di padre Maccalli,di Nicola Chiacchio, della cooperante francese Sophie Petronin e del politico maliano Soumaila Cisse. Allora furono liberati 250 mujahidin dalle carceri di Bamako. I gruppi terroristici del Sahel ancora detengono una decina di cittadini occidentali, oltre a centinaia di soldati, insegnanti, religiosi e funzionari governativi maliani.

Quello che è certo è che non a tutti i casi viene applicato lo stesso approccio mediatico. E qui cominciano le dolenti note; perché è abbastanza palese, leggendo sia i commenti sui giornali che quelli degli haters online, che ci sono elementi che la differenza la fanno. A cominciare dal sesso. Nel 2002 fu liberato in Colombia dalle milizie antigovernative il tecnico italiano dell’Ansaldo Energia, Gianluigi Ravotti, sequestrato il 10 novembre 2001; una liberazione avvenuta senza troppe polemiche, grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Quando invece il 7 settembre 2004 furono rapite le 29enni Simona Pari e Simona Torretta, catturate da un commando di 20 uomini armati, per molti la responsabilità di questo evento era totalmente da attribuire alle due ragazze. Poco importa che fossero in Iraq per lavoro, cooperanti per la ong Un ponte per… (nei cui uffici furono infatti sequestrate insieme a due colleghi iracheni). Le due ragazze saranno liberate il 28 settembre insieme ai loro colleghi. Ma pochi giorni più tardi una notizia divulgata dal Sunday Times – che dichiara che il nostro governo avrebbe pagato un riscatto pari a quattro milioni di euro, notizia però smentita dalla Farnesina – torna a far cadere la gogna mediatica su di loro. Non avviene lo stesso per Daniele Mastrogiacomo, inviato del quotidiano La Repubblica in Afghanistan e rapito in un sanguinosissimo sequestro nel 2007; secondo l’ex direttore de La Stampa sarebbero stati pagati 9 milioni di euro per il giornalista, oltre la liberazione di alcuni talebani. Un’ipotesi smentita, senza troppi ritorni di fiamma questa volta, dall’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Nel 2014 è la volta di altri due cooperanti, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo: le due volontarie erano arrivate in Siria il 28 luglio per conto dell’associazione Horryati (non riconosciuta dal ministero degli Esteri). La notte del 31 luglio, poche ore dopo il loro arrivo, le due ragazze sono state rapite da un gruppo di una decina di miliziani. Anche in questo caso le reazioni dei macho si sono sprecate: dall’Huffington Post che le soprannominò “le stronzette di Aleppo” a Il Giornale che le apostrofò come “due incoscienti da salvare” fino all’assessore di Varese Stefano Clerici che disse che erano “partite per farsi i selfie coi miliziani”.PerfinoAnsa dopo la loro liberazione asserì che era stato pagato un riscatto “di oltre 20 milioni” (il Guardian sosteneva ne fossero stati pagati 12, smentito dalla Farnesina) appoggiando questa tesi alla delibera di un tribunale rivoluzionario siriano. Fino a uno dei casi più eclatanti, quello di Silvia Romano, la cooperante rapita da miliziani vicini ad Al-Shaabab nel 2018, a 80 chilometri dalla capitale kenyana Nairobi, e detenuta in prigionia fino al 9 maggio 2020. Su di lei in particolare i media si accanirono a motivo della sua conversione all’Islam, considerata una sorta di “resa al nemico”. Si possono riscontrare diverse similitudini nel linguaggio maschilista di questi commenti: le donne vengono sminuite come “alla ricerca di rapporti” con uomini identificati come inferiori (“scimmie” è il termine più usato riguardo il contesto africano); se tornano convertite sono “ingrate” che si sono lasciate “plagiare” dal “nemico”; se tornano, in generale, sono responsabili di quanto accaduto loro perché “che ci facevano lì?”. In un ossessivo uso di lessico simil bellico, che identifica la donna non solo come il capro espiatorio della vicenda, ma proprio come un oggetto. Loro sono “rubate”, non “rapite”; si “vendono”, non sono sequestrate.

Non è sfuggita a questo tipo di macchina del fango nemmeno Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio 2005 da un commando armato mentre si trovava in un quartiere di Baghdad. Scrittrice e cronista di guerra affermata – tra le poche donne della carta stampata italiana che seguirono in loco gli eventi della Guerra del Golfo – ricevette commenti sprezzanti e astiosi anche da colleghi come Enzo Biagi che si spinse a dire: «sarebbe stato meglio se fosse rimasta in Italia a fare la calza». Non che ci sia da stupirsi troppo, in un settore che in Italia nonostante grandi figure di anchor-women e giornaliste, è saldamente in mano a un esercito di uomini: secondo il Global Media Monitoring Project in una scala da -100 (solo uomini nei media) a +100 (solo donne nei media), l’Italia ha in pagella -49. Le giornaliste sono meno presenti e ricevono, secondo l’ultimo Osservatorio Europeo del Giornalismo, 13 mila euro in meno all’anno in busta paga. Non stupisce quindi che il maschilismo serpeggi anche nelle redazioni, nonostante carte deontologiche e Testo Unico.

La giornalista Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio del 2005 a Baghdad, Iraq, e liberata dai servizi segreti italiani il 4 marzo successivo. Crediti: ANSA/CLAUDIO PERI

Oggi Giuliana Sgrena è protagonista, con la sua storia, della graphic novel Giuliana Sgrena. Baghdad, i giorni del sequestro, edito da Roud Robin e illustrato da Irene Carbone. «Sono passati più di 17 anni dal mio rapimento – ci racconta Sgrena ma i ricordi e soprattutto le emozioni sono ancora vivi. Io però, fin da subito, ho voluto raccontare la mia drammatica esperienza un po’ per affrontare il trauma ma anche, forse soprattutto, per ricordare Nicola Calipari, la persona che mi ha salvata due volte. Calipari, dopo essere stato celebrato come un eroe, è stato volutamente dimenticato». Il caso della Sgrena è infatti ancora più sinistro, anche per come evolverà in seguito alla cattura; anche se ci tiene a specificare che «per la mia esperienza, e non solo, le istituzioni si sono sempre impegnate per salvare gli italiani. Un impegno favorito da una intelligence preparata a far fronte a simili situazioni». Anzitutto Giuliana Sgrena si trovava in quella zona per intervistare alcuni profughi provenienti da Falluja. I fatti di Falluja furono una delle più sanguinose violazioni dei diritti umani e del diritto di guerra compiute dagli Stati Uniti in territorio iracheno: fu proprio la Sgrena a raccogliere per prima le testimonianze, verificate poi inseguito da altri, riguardo bombardamenti indiscriminati con fosforo e napalm da parte dell’esercito americano, responsabile per altro di inaudite violenze sulla popolazione civile. Stranamente, durante la sua prigionia, saranno proprio gli Stati Uniti a opporsi in tutti i modi al pagamento di un riscatto, motivando che avrebbe creato un precedente pericoloso. Il 4 marzo, dopo due settimane di incertezza, Giuliana Sgrena viene liberata grazie alla mediazione dei servizi segreti militari italiani (Sismi). Quella sera lei e l’agente del Sismi Nicola Calipari viaggiano su una Toyota dei servizi segreti, con alla guida Andrea Carpani. Stanno transitando attraverso un posto di blocco degli Stati Uniti quando i militari U.S.A. aprono il fuoco sull’auto. Calipari fa da scudo alla giornalista, rimanendo ucciso da un colpo alla testa, mentre Sgrena e Carpani restano feriti. Gli Stati Uniti forniscono una loro versione, che però non convince in molti punti: secondo i militari l’auto viaggiava a oltre 100 chilometri orari e ha ignorato l’“alt”; i passeggeri testimoniano invece che la Toyota stesse viaggiando non oltre i 50, e di non aver ricevuto alcun segnale di fermarsi. L’America asseriva inoltre di non essere a conoscenza dell’operazione del Sismi, e che l’auto viaggiasse a fari spenti: un’altra tesi smascherata da un video due anni dopo. Una storia con molte ombre e che lascia molti ancora poco convinti.

Per quanto riguarda il pregiudizio misogino, secondo Sgrena, ci sono pochi dubbi: «c’è sicuramente un pregiudizio misogino nell’informazione rispetto ai rapimenti di donne, ai maschi non si rimprovera mai di essersela “andata a cercare” e non si dice mai che dovevano “stare a casa a fare la calza”. Così le donne rapite sono state rappresentate come “vispe terese”, “oche giulive”…». Una discriminazione particolarmente grave, quando resta scritta sulle pagine di un giornale: «è gravissimo che l’informazione non rispetti una deontologia professionale la cui applicazione è stata definita e ribadita dal Manifesto di Venezia. Nonostante gli accordi sottoscritti spesso non si rispetta il linguaggio di genere. Purtroppo – conclude in riferimento allo stato attuale dell’arte – non penso sia cambiato molto, nonostante gli sforzi portati avanti da associazioni come GiULiA (Giornaliste unite libere autonome), di cui faccio parte, contro gli stereotipi di genere».

Magari sei una ragazza nata in un secolo senza dogane né limiti, abituata a pensare che la tua casa non sono quattro linee di confine che delimitano un’aiuola con una bandiera, ma il Mondo, gli spazi che nome e forma immutabili solo su una carta. Magari prendi uno zaino, una macchina fotografica, e decidi che la tua vita sarà nella grande casa-pianeta che è la Terra, e che ogni uomo e ogni donna è il tuo vicino; magari scegli di farlo in uno di quei Paesi che lo Stato dove sei nata, quello che è scritto in calce sul tuo passaporto, ha depredato o ha contribuito a depredare, ha schiavizzato, lacerato, distrutto. E vieni catturata, per una disattenzione, per troppa fiducia, perché sei andata a toccare gli interessi di qualcuno che vorrebbe che i propri affari rimanessero sepolti nella sabbia, nel silenzio dell’omertà e del disinteresse generale. E come se tutto questo non bastasse, sai che se anche ne uscirai viva, sarà per subire un processo alle intenzioni, alla tua persona, al tuo sogno di vivere il mondo come un posto senza frontiere geografiche o umane; sarà per essere trattata come un oggetto, una cosa meno che umana, un fastidio da mettere in riga per tornare alla quotidianità obbediente e aproblematica di ogni giorno. Questa è la (triste) storia comune di una sequestrata.