Keith Haring

Cosa si cela dietro a una tag? A Caorle è possibile scoprire il misterioso mondo della Street Art

Dal 10 maggio al primo settembre 2024 al centro culturale A. Bafile di Caorle (VE) è possibile visitare la mostra “Basquiat, Haring, Banksy: the international and mysterious world of Street Art” dove sono esposte oltre 70 opere – provenienti da Italia, Spagna, Francia, Inghilterra e Stati Uniti – tra lavori su tela, legno, carta, serigrafie firmate, poster, memorabilia e una selezione di disegni preparatori forniti direttamente dagli artisti selezionati dopo oltre due anni di ricerca. Le opere esposte sono dei principali portavoce di quell’espressione internazionale che ha unito intere generazioni: Banksy, Jean-Michel Basquiat, Delta 2 e Arte di Frontiera, D*Face, Dolk, Stelios Faitakis, John Fekner, KayOne, Keith Haring, Logan Hicks, JR, Mike Giant, Mr. Brainwash, Nasty, Obey, Seen, Slog 175, Sten e Lex, Swoon, Taki 183, Vhils, Mr. Wany e molti altri ancora.

A curare la mostra è Matteo Vanzan, direttore artistico di MV Arte, che spiega si tratti di una mostra “strutturata per essere un’indagine scientifica, oltre che artistica, sul fenomeno generazionale della Street Art, partendo dalla nascita del graffitismo nella New York di fine anni sessanta per arrivare fino ai nuovi protagonisti contemporanei. Vogliamo porre al visitatore una serie di interrogativi che parlano di una sottocultura indomabile, affascinante, misteriosa e per molti versi ancora avvolta nel mistero che, all’improvviso, emerse dall’underground per riversarsi nei canali mainstream grazie ad alcuni protagonisti: Basquiat, Haring e Banksy. Questi artisti rappresentano solamente la punta di un iceberg ben più profondo: un mondo fatto di attitudine, regole non scritte e codici interni svolti in non luoghi come le metropolitane o i muri del mondo per un’arte senza confini che si estende in ogni angolo del pianeta e che raccoglie le voci di un’umanità in continua urgenza espressiva”. Aggiunge il curatore: «credo che la Street Art abbia rinunciato al suo status di entità alternativa contro il mainstream nel momento stesso in cui Taki 183, il writer che diede inizio a tutto, venne “promosso” con l’articolo “TAKI 183 Spawns Pen Pals”, apparso sul New York Times nel 1971. Grazie a quell’articolo venne considerato il padre dei graffiti contemporanei e la sua leggenda si è estesa a dismisura. Tutto questo interessamento mediatico verso un fenomeno sovversivo e di istanza polemico-sociale fu solamente la miccia che fece esplodere l’attenzione verso quello che viene ancor oggi considerato un luogo della notte dell’invisibilità. Questo luogo si manifesta in altrettanti non-luoghi: le metropolitane, i sottopassi, i cavalcavia, ma soprattutto su muri bianchi che diventano il campo per una battaglia disputa a suon di marker, colori acrilici e bombolette spray. Quello rappresentato in questa esposizione è dunque questo luogo del mistero, consapevoli che non c’è più tempo per definizioni o accademismi, ma che la Street Art è oggi linguaggio universale della nostra società».

Keith Haring. ANSA/RED

Abbiamo posto alcune domande a Matteo Vanzan, a cominciare da: cosa aspettarsi da questa mostra? 

«Abbiamo voluto creare un’esposizione dedicata alla Street Art internazionale dalla sua nascita, quindi nei primi anni ‘70, in una Manhattan che trovava tutti i ragazzi, spesso minorenni, a invadere la città e la metropolitana con le loro tag fino ai giorni nostri con le opere di Banksy, Obey, Invader e tutti i protagonisti che dominano la scena della Street Art internazionale».

E qual è l’urgenza di questa mostra?

«Più che urgenza della mostra è l’urgenza espressiva di tutta questa generazione di artisti. Oggi, grazie a Banksy, dopo gli anni ‘90, la Street Art è tornata sulla bocca di tutti, però dal mio punto di vista è fondamentale anche capire che la Street Art non è solo Banksy, ma è un mondo di artisti che dialogano anche tra loro in tutto il mondo creando un circuito generazionale che sui muri esprime la propria protesta, il proprio dissenso nei confronti di alcune criticità dell’umanità contemporanea come la guerra, come le disuguaglianze e quant’altro. Lo fanno attraverso le immagini, attraverso l’arte, attraverso le bombolette, come se fosse una battaglia svolta però per immagini in cui tutti questi contestatori esprimono il proprio punto di vista».

Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente. ANSA/EPA/MUSEE D’ART MODERNE DE LA VILLE DE PARIS

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Cosa rappresenta oggi la Street Art?

«La Street Art oggi è anche attivismo. Banksy lo ha ben dimostrato non restando a casa a Bristol o a Londra, ma andando fisicamente in Palestina, in Ucraina durante la guerra, per esprimere il suo dissenso, molti altri artisti lo fanno ed è forse il concetto anche fondante questa mostra, anche da un punto di vista dell’allestimento. Viene espresso un concetto di invasione, una silenziosa e pacifica invasione, che anima gli artisti con le stesse motivazioni dei ragazzi minorenni degli anni ‘70 a New York: una volontà di uscire dall’anonimato per portare nei circoli non ufficiali, quindi non nelle gallerie o nei musei, questa questa protesta per immagini. Volendo raccontare questa evoluzione, questa urgenza espressiva, noi lo possiamo fare solamente attraverso anche queste istituzioni, in modo che il visitatore si trovi di fronte a queste opere d’arte. E avremo oltre spray su tela, anche serigrafie, ma anche degli oggetti che questi artisti usano, una delle opere che più ricordo avermi colpito è una mappa, la mappa di Invader che di fatto il racconto il suo processo di creazione, di invasione. L’artista distribuisce questa mappa sulla quale sono segnati i punti nei quali inserire il suo lavoro e invita i giovani da tutto il mondo a ritrovarsi in quel luogo, in quel momento, per dare inizio all’invasione. Ecco, questo è il modo di lavorare nella Street Art e questo è avvenuto anche negli anni ‘70 quando i ragazzi del Bronx, portoricani e afroamericani, per uscire dal ghetto, per uscire dall’anonimato, entravano nelle metropolitane. A New York è difficile non prendere la metropolitana e di conseguenza erano sicuri che tutta la città avrebbe visto quella tag che non era altro che uno pseudonimo “Taki” seguito da un numero “183”, ovvero la strada di New York dove viveva l’artista, ho citato Taki 183 perché la mostra inizia con lui, dato che è considerato il padre dei graffiti, è infatti stato il primo a scrivere sui muri e sui vagoni delle metropolitane la sua tag. E lì ha avuto inizio tutto».

L’opera di Banksy a Irpin, Ucraina, 30 April 2023. ANSA/EPA/SERGEY DOLZHENKO

Taki 183 non a caso è lo street artist citato dal New York Times nel 1971…

«Proprio quell’articolo noi abbiamo stampato e messo come documentazione della della mostra, perché grazie a quell’articolo sia gli artisti sia i newyorkesi hanno preso atto che qualcosa stava avvenendo ed è stato grazie a quell’articolo che poi anche Jean-Michel Basquiat ha iniziato con la scritta SAMO a taggare con i suoi aforismi Manhattan. E da Jean-Michel Basquiat si è arrivati a Keith Haring».

Nella mostra sono presenti anche artisti italiani?

«Assolutamente sì, abbiamo selezionato tre artisti storici e un contemporaneo. Slog 175, di base a Venezia, KayOne, street artist per eccellenza di base a Milano e Mr. Wany, artista che ha lavorato in tutto il mondo. Il nostro obiettivo comunque è stato quello di riunire dei nomi fondamentali per chiunque voglia capire, approfondire, conoscere la Street Art, in questo senso abbiamo voluto creare questo racconto, storico e non solo».

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: UFFICIO STAMPA