Dai “dopati” alle farfalle malate di anoressia, passando per gli arresti cardiaci sui campi e sulle strade. Professor Ermolao: “l’AI può essere un valido strumento”

Praticare attività fisica è considerato prezioso per il raggiungimento ed il mantenimento di una buona condizione di salute, sin dall’antica Grecia, ma può anche essere dannosa, fino alla morte.

Ad esempio, allenarsi troppo intensamente o senza adeguato recupero può portare a lesioni muscolari, affaticamento cronico e problemi di salute come il sovrallenamento; può causare problemi cardiaci, squilibri ormonali e indebolire il sistema immunitario. Eseguire esercizi con una tecnica sbagliata può aumentare il rischio di infortuni, come stiramenti, distorsioni o danni articolari. Persone con problemi cardiovascolari, articolari o malattie croniche devono essere particolarmente caute. Un esercizio troppo intenso o non adeguato può aggravare la situazione. È essenziale consultare un medico prima di iniziare un nuovo programma di allenamento, soprattutto se si hanno condizioni di salute particolari.

E poi, allenarsi in condizioni climatiche estreme (troppo caldo o troppo freddo) o con scarpe/abbigliamento non idonei può causare problemi, come colpi di calore, ipotermia o lesioni ai piedi. Iniziare un’attività fisica senza riscaldamento aumenta il rischio di lesioni muscolari: non fare stretching o defaticamento può portare a rigidità muscolare e dolori post-allenamento. Inoltre, partecipare a gare o allenamenti ad alta intensità senza un’adeguata preparazione può sovraccaricare il corpo e provocare danni, specialmente a livello cardiaco o muscolare.

Come riferito dalla letteratura in materia, per evitare problemi sono necessari gradualità nell’incrementare l’attività fisica, tecnica per svolgere correttamente i movimenti, riposo, controlli medici ma anche ascoltare il proprio corpo. Queste attenzioni potrebbero non essere sufficienti, se si praticano sport estremi. Gli sport con il più alto rischio di mortalità sono spesso quelli caratterizzati da intensità estrema, ambienti pericolosi o rischi intrinseci legati all’attività. Negli sport legati ai motori, alte velocità, impatti violenti, perdita di controllo, incendi, le morti sono sono molto frequenti, nonostante il miglioramento delle condizioni di sicurezza. Cadute da grandi altezze, valanghe, condizioni meteorologiche estreme rendono letali anche gli sport di montagna. Viceversa, immersioni subacquee e apnea (freediving) possono provocare morti per mancanza di ossigeno, errori nell’attrezzatura, attacchi di panico. Tralasciando l’ovvio rischio di tutte le attività che comportano il lancio nel vuoto da grandi altezze (un deceduto ogni 500 atleti), anche il popolare ciclismo ha un alto tasso di rischio, per le alte velocità, le discese tecniche e gli incidenti con veicoli (ultima vittima la 18enne Muriel Furrer, durante i Mondiali Juniores).

Tribito a Muriel Furrer, deceduta per un incidente in gara il 24 settembre – ANSA

E poi la boxe e gli altri sport da combattimento, dove un colpo subito nel posto sbagliato può essere letale; lo sci, in cui l’alta velocità è una componente fondamentale. Infine, anche il calcio conta le sue vittime. 

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Doping, cuore e controlli

L’uso di sostanze per il miglioramento delle prestazioni sportive o dell’aspetto fisico è una pratica che, sebbene comune in alcuni ambienti, comporta numerosi rischi per la salute. Tra le sostanze più diffuse ci sono gli steroidi anabolizzanti, utilizzati per aumentare la massa muscolare, migliorare la forza e ridurre i tempi di recupero. Tuttavia, il loro impiego può avere conseguenze gravi sul sistema cardiovascolare, come ipertensione, alterazioni dei livelli di colesterolo e un rischio maggiore di infarti e ictus. Anche il fegato può subire danni significativi, fino a sviluppare tumori. Negli uomini, l’uso di steroidi può portare a ginecomastia, atrofia testicolare, riduzione della produzione naturale di testosterone e infertilità. Nelle donne, invece, può causare virilizzazione, con effetti come voce più profonda e crescita di peli sul viso, oltre a irregolarità del ciclo mestruale. Sul sistema nervoso, queste sostanze possono indurre irritabilità, aggressività e depressione.

L’ormone della crescita, o GH, è un’altra sostanza usata per stimolare la crescita muscolare e ridurre il grasso corporeo. Anche in questo caso, i rischi non mancano: l’uso può causare crescita anomala dei tessuti, come mani e mascella ingrossate (acromegalia), insulino-resistenza e diabete di tipo 2. Problemi cardiaci, come l’ipertrofia cardiaca, sono altre conseguenze preoccupanti.

Molti ricorrono anche a integratori di testosterone e pro-ormoni per migliorare i livelli di testosterone e aumentare forza e massa muscolare. Tuttavia, gli effetti collaterali sono simili a quelli degli steroidi anabolizzanti e includono problemi cardiaci, squilibri ormonali e un calo della produzione naturale di testosterone al termine del ciclo.

I test antidoping sono sempre più diffusi e frequenti – SHUTTERSTOCK

Peptidi e SARMs, considerati da alcuni un’alternativa più sicura ai tradizionali steroidi, promettono di aumentare la massa muscolare con meno effetti collaterali. Purtroppo, non si conoscono ancora gli effetti a lungo termine e, nel frattempo, si segnalano danni al fegato e squilibri ormonali. Anche gli stimolanti, come l’efedrina o la caffeina in alte dosi, vengono spesso utilizzati per aumentare l’energia e migliorare la performance atletica. Tuttavia, possono causare seri problemi cardiovascolari, come aritmie, ipertensione e infarti, oltre a provocare ansia, insonnia e irritabilità.

L’insulina è talvolta impiegata per favorire l’anabolismo muscolare, ma presenta rischi enormi, tra cui la grave ipoglicemia, che può condurre al coma o addirittura alla morte, e l’aumento di grasso corporeo se non gestita correttamente. I diuretici, utilizzati per ridurre la ritenzione idrica e ottenere un aspetto più definito, comportano rischi significativi legati alla disidratazione e agli squilibri elettrolitici, con conseguenti crampi muscolari e, nei casi peggiori, aritmie o collassi cardiovascolari.

Per quanto riguarda integratori più comuni, come proteine, creatina e BCAA, in genere sono considerati sicuri se usati nelle dosi raccomandate. Tuttavia, un abuso può sovraccaricare i reni, specialmente in persone con patologie preesistenti, e alcuni prodotti potrebbero essere contaminati da sostanze proibite.

L’uso prolungato di queste sostanze comporta anche rischi cumulativi, come dipendenza psicologica, con la sensazione di non poter progredire senza di esse, e danni irreversibili agli organi interni, in particolare cuore, fegato e reni. Alcuni cambiamenti fisici e ormonali possono essere permanenti. Per ridurre i rischi, è fondamentale essere informati sugli effetti collaterali delle sostanze, sottoporsi a visite mediche regolari per monitorare la salute degli organi principali e considerare alternative naturali. Una dieta equilibrata, un allenamento strutturato e un adeguato recupero possono portare a risultati eccellenti senza mettere a rischio la salute.

Lo sportivo con una sana alimentazione non necessita di integratori – SHUTTERSTOCK

«L’utilizzo di integratori e farmaci non deve essere demonizzato, ma va fatto con cautela. L’abuso, chiaramente, non è mai una buona pratica. L’alimentazione corretta è fondamentale, e in molti casi gli integratori possono risultare superflui, soprattutto quando si segue una dieta equilibrata» spiega Andrea Ermolao, professore associato di Medicina all’Università di Padova e direttore di Medicina dello Sport e dell’Esercizio dell’ospedale patavino. «Tuttavia – prosegue Ermolao, in alcuni sport con un elevato dispendio energetico o con richieste nutrizionali particolari, gli integratori possono essere utili per migliorare il recupero, ottimizzare le performance e favorire una più rapida rigenerazione muscolare, sempre che siano sostanze consentite e non confinate nel doping. L’esempio più banale riguarda l’acqua: un’adeguata idratazione è essenziale, soprattutto negli sport di resistenza, per evitare il calo delle prestazioni».

Negli ultimi anni, i controlli sugli atleti professionisti hanno fatto enormi passi avanti, grazie ai progressi della tecnologia, all’implementazione di normative più severe e alla crescente attenzione verso la salute e l’equità nello sport. Questi miglioramenti hanno riguardato sia l’aspetto antidoping che il monitoraggio generale della salute degli atleti, con l’obiettivo di garantire competizioni più pulite e sicure.

La lotta al doping ha beneficiato di importanti innovazioni tecnologiche e normative. I test antidoping sono diventati molto più sensibili, permettendo di rilevare quantità minime di sostanze proibite. L’introduzione del passaporto biologico, che monitora parametri come emoglobina e testosterone nel tempo, ha rivoluzionato il sistema, consentendo di individuare variazioni anomale anche senza trovare direttamente la sostanza dopante. Strumenti avanzati, come la spettrometria di massa e la cromatografia, permettono oggi di identificare metaboliti che in passato sarebbero sfuggiti ai controlli.

Inoltre, i controlli si sono intensificati: gli atleti possono essere testati in qualsiasi momento, anche durante gli allenamenti, e vengono raccolti campioni di sangue, urine e talvolta tessuti per aumentare le probabilità di rilevare pratiche illecite. Una svolta significativa è rappresentata dalla possibilità di conservare i campioni a lungo termine, per riesaminarli con tecnologie future più avanzate. Questo approccio ha portato a squalifiche retroattive in sport come l’atletica e il ciclismo, dove scandali come quello legato al campione iridato Lance Armstrong hanno spinto verso regole più rigorose.

Al ciclista Lance Armstrong sono stati revocati sette Tour – ANSA

Casi estremi Campioni assassini

Oltre al doping, c’è una crescente attenzione verso la salute complessiva degli atleti. I controlli medici pre-stagionali, che includono elettrocardiogrammi e test ortopedici, sono diventati prassi per prevenire problemi cardiaci e muscoloscheletrici. Durante la stagione, analisi periodiche di sangue e urine aiutano a monitorare lo stato di idratazione, eventuali carenze nutrizionali e lo stress fisico. Tecnologie indossabili, come i cardiofrequenzimetri e i GPS, permettono inoltre di controllare il carico di lavoro in tempo reale, prevenendo il sovrallenamento.

Anche il benessere psicologico è ora una priorità. Squadre e federazioni collaborano con psicologi dello sport per aiutare gli atleti a gestire lo stress, prevenire disturbi mentali e mantenere un equilibrio tra le esigenze competitive e la salute mentale.

La sicurezza degli atleti è garantita da normative sempre più dettagliate. Ad esempio, sono stati introdotti limiti alle competizioni per i giovani per evitare pressioni eccessive. Altre norme riguardano pause obbligatorie tra gli eventi sportivi per prevenire il sovraccarico fisico, e politiche anti-abuso per proteggere gli atleti da qualsiasi forma di violenza o coercizione.

Organizzazioni come la WADA (World Anti-Doping Agency) lavorano in sinergia con agenzie nazionali e laboratori di ricerca per uniformare gli standard di controllo in tutto il mondo. Questa collaborazione consente di sviluppare continuamente nuove metodologie di test e di promuovere una maggiore trasparenza. Inoltre, programmi di whistleblowing proteggono chi segnala pratiche scorrette, come dimostrato dai casi dello scandalo del doping di stato in Russia.

Infine, le tragedie sportive, come quella di Piermario Morosini (nella foto di copertina), hanno avuto un impatto profondo nel sensibilizzare il mondo dello sport sull’importanza dei controlli medici e della sicurezza degli atleti. Durante una partita di Serie B tra Livorno e Pescara, Morosini, centrocampista 26enne, si è accasciato al suolo per un arresto cardiaco. Nonostante i tentativi di rianimazione, è deceduto. Da allora c’è l’obbligo di defibrillatori in tutti gli impianti sportivi italiani, grazie alla Legge Balduzzi, c’è una maggiore attenzione alla formazione di personale in grado di gestire emergenze cardiache e un aumento degli screening cardiologici preventivi per gli atleti, con test come l’elettrocardiogramma.

«Dal 1982 – ricorda Ermolao -, in Italia esiste una legge che tutela la salute degli sportivi e previene eventi estremi, non solo nel calcio ma in tutti gli sport agonistici. La legge stabilisce che i giovani che praticano sport agonistico, da una certa età in poi, devono sottoporsi a visite medico-sportive regolari. Questo sistema di screening permette di identificare precocemente patologie che potrebbero mettere a rischio la salute dell’atleta. Tuttavia, in casi estremi come quello di Morosini, purtroppo, non sempre è possibile individuare patologie insidiose che è difficile da diagnosticare, nonostante l’impegno. La medicina e gli screening non sono perfetti, e sarebbe economicamente insostenibile fare test su tutti gli sportivi. Comunque, il sistema italiano, pur con i suoi limiti, rappresenta un buon esempio di prevenzione».

«L’intelligenza artificiale ha un enorme potenziale. Oggi è molto promettente in ambito diagnostico, come nell’analisi dell’elettrocardiogramma, dove può supportare il medico nel rilevare anomalie – prosegue il direttore -. Tuttavia, l’AI non sostituirà mai il medico, che rimane fondamentale nell’interpretazione del quadro clinico. L’intelligenza artificiale può invece aumentare la sensibilità diagnostica e ridurre gli errori, soprattutto nell’identificazione di patologie ancora sfumate, potenziando la medicina preventiva. È uno strumento che, se usato correttamente, può portare enormi vantaggi».

Nonostante i progressi, la lotta contro il doping e il monitoraggio degli atleti restano una sfida. L’emergere di nuove sostanze, metodi di doping più sofisticati come le microdosi o il doping genetico, e la mancanza di infrastrutture adeguate in alcuni paesi rappresentano ostacoli da affrontare. Anche il cosiddetto “dopaggio tecnologico”, che coinvolge la manipolazione di attrezzature, richiede attenzione e regolamentazioni aggiornate.

Farfalle malate

I disturbi alimentari, come l’anoressia, la bulimia o l’ortoressia, sono purtroppo frequenti tra le ginnaste, specialmente nella ginnastica artistica e ritmica, ma anche in altri sport dove il peso corporeo e l’aspetto fisico sono considerati fattori determinanti per la performance. Questa problematica nasce da un mix di pressioni legate all’ambiente sportivo e alle influenze sociali.

La leggendaria Nadia Comaneci, nel ’76, alle Olimpiadi di Montreal – ANSA

Le ginnaste sono spesso esposte a un’enorme pressione per mantenere un corpo magro, poiché si ritiene che ciò migliori agilità, eleganza e leggerezza durante le esibizioni. Questo messaggio è spesso rinforzato da allenatori, giudici e ambienti competitivi, spingendo molte atlete a sviluppare abitudini alimentari dannose o a tentare di perdere peso in modo rapido e insalubre. Inoltre, nelle discipline come la ginnastica artistica e ritmica, l’estetica gioca un ruolo fondamentale accanto alla performance tecnica: il fisico, il portamento e la presenza scenica sono parte del giudizio complessivo. I commenti sul peso e sull’aspetto fisico possono quindi amplificare il rischio di sviluppare disturbi alimentari.

La natura stessa dello sport, spesso caratterizzata da un’atmosfera competitiva e da un perfezionismo esasperato, contribuisce a un controllo ossessivo del peso e della dieta. Le ginnaste, che iniziano la loro carriera in età molto giovane, risultano particolarmente vulnerabili a queste dinamiche. In questa fase, la consapevolezza del proprio corpo è ancora in evoluzione, rendendo le atlete più esposte all’influenza di modelli sociali e mediatici che celebrano l’ideale di un corpo estremamente magro.

L’anoressia ha conseguenze gravi sul piano fisico e psicologico per le ginnaste. La perdita di massa muscolare e di energia compromette forza, resistenza e prestazioni sportive. L’amenorrea, dovuta al basso livello di grasso corporeo e agli squilibri ormonali, è un sintomo frequente, così come l’osteoporosi precoce, che aumenta il rischio di fratture. Il sistema immunitario indebolito rende le atlete più suscettibili a malattie e infortuni. Sul piano mentale, depressione, ansia e bassa autostima accompagnano spesso questi disturbi, con un’ossessione per il peso e il cibo che distoglie l’attenzione dall’allenamento e peggiora la qualità della vita. In molti casi, queste condizioni possono condurre a infortuni, affaticamento cronico e un declino delle prestazioni, fino a determinare l’abbandono precoce della carriera sportiva.

Alcune discipline sportive richiedono fisici estremamente magri, al limite della malattia – ANSA

Per prevenire e affrontare questo problema, è fondamentale un approccio consapevole e multidisciplinare. L’educazione alimentare è un primo passo essenziale: bisogna promuovere una dieta equilibrata che sottolinei l’importanza della nutrizione per la salute e le prestazioni sportive. Il supporto psicologico da parte di specialisti esperti in disturbi alimentari può aiutare le atlete a sviluppare un rapporto sano con il proprio corpo e il cibo. Anche gli allenatori hanno un ruolo cruciale: devono essere formati per riconoscere i segnali di disturbi alimentari e incoraggiare una cultura sportiva che dia priorità alla salute delle atlete anziché all’estetica. Sarebbe inoltre utile ridurre l’enfasi sull’aspetto fisico nei criteri di valutazione delle competizioni, un cambiamento che potrebbe contribuire a creare un ambiente più inclusivo e meno oppressivo.

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Un monitoraggio medico regolare è indispensabile per prevenire complicazioni a lungo termine e intervenire tempestivamente in caso di problemi. Infine, le testimonianze di ginnaste che hanno affrontato disturbi alimentari sono preziose per sensibilizzare sull’importanza di creare ambienti sportivi più sani. Eventi drammatici come la morte di Christy Henrich, una ginnasta statunitense deceduta nel 1994 per complicazioni legate all’anoressia, hanno acceso i riflettori su questa problematica, spingendo verso un cambiamento culturale nel mondo dello sport.

Anche se i disturbi alimentari tra le ginnaste sono un problema diffuso, non sono inevitabili. Con il giusto supporto da parte di allenatori, famiglie e organizzazioni sportive, è possibile prevenire queste condizioni e promuovere uno sport più sano e rispettoso delle atlete.

«Il problema non riguarda solo la ginnastica, ma è comune in tutti quegli sport in cui è richiesto un fisico molto snodato e magro, come la danza o la corsa – sottolinea Ermolao. La ginnastica è particolarmente esigente perché spesso inizia con una specializzazione precoce. A partire dai 7-8 anni, le atlete affrontano carichi di allenamento elevati. Se non si bilancia correttamente il dispendio energetico con l’alimentazione, questo può portare a un deficit energetico, che ha impatti significativi sia a livello ormonale che metabolico, come nel caso del “REDS” (Relative Energy Deficiency in Sport). La condizione può causare disordini nel ciclo mestruale, diminuzione della densità ossea e altri problemi gravi. Lo stress psicologico è altrettanto importante, e il rischio di cadere in un circolo vizioso di sovrallenamento e pressioni esterne è reale».

Sul ruolo dei genitori, il docente dice che «lo sport agonistico è una scelta che può portare grandi soddisfazioni, ma deve essere fatta in equilibrio. È fondamentale che i genitori non trasmettano la pressione psicologica, facendo sentire i figli come se dovessero competere per soddisfare le loro aspettative. L’atleta giovane deve essere in grado di prendere la sua decisione in modo autonomo, con il supporto dei genitori, ma senza forzature. La competizione deve rimanere un piacere e non una fonte di stress. Lo sport deve essere visto come un’opportunità di crescita, ma anche di socializzazione e divertimento. Purtroppo, vediamo troppi casi di atlete che si sentono costrette a praticare il loro sport per non deludere le aspettative di chi le circonda».

Fragili eroi

Marco Pantani dopo una caduta su strada. Quella vera sarebbe arrivata pochi anni dopo- ANSA

La tragedia di Marco Pantani è un esempio drammatico che, pur non essendo direttamente legata agli aspetti fisiologici di sicurezza durante le competizioni, evidenzia quanto sia importante prendersi cura della salute globale degli atleti, inclusi gli aspetti psicologici, sociali e post-carriera. La sua storia sottolinea il rischio che una carriera sportiva di alto livello, con tutte le pressioni e i sacrifici che comporta, può avere sulla salute mentale e sulla vita personale degli atleti.

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Pantani era un simbolo di successo e determinazione, ma il peso delle aspettative da parte del pubblico, dei media e del mondo sportivo si è rivelato schiacciante. Le accuse di doping e la conseguente esclusione dal Giro d’Italia 1999, in uno dei momenti di maggior gloria della sua carriera, hanno avuto un impatto devastante sulla sua autostima e sulla sua identità. La solitudine e la depressione hanno giocato un ruolo centrale nel declino del pirata romagnolo. Questi problemi sono spesso sottovalutati nello sport professionistico, dove l’attenzione tende a concentrarsi sulle prestazioni fisiche.

Il ciclismo, come altri sport di endurance, può accentuare l’isolamento, specialmente per atleti che faticano a gestire la pressione o a trovare un equilibrio nella vita personale. Anche se Pantani non è morto direttamente per abuso di sostanze dopanti, la sua carriera e il suo stato mentale sono stati profondamente segnati dalle accuse e dall’ossessione per la performance.

Il caso ha evidenziato come il doping non sia solo un problema etico o legale, ma anche un pericolo per la salute fisica e psicologica degli atleti. Dopo il ritiro o la fine di una carriera sportiva di successo, molti atleti faticano a trovare un nuovo equilibrio. Per Pantani, l’assenza della competizione e il senso di isolamento hanno contribuito al suo declino personale. La mancanza di un adeguato supporto durante la transizione alla vita post-sportiva è un problema che ancora oggi affligge molti ex atleti.

Infine, la tragedia ha messo in luce il ruolo di un sistema sportivo che, a volte, può spingere gli atleti al limite senza fornire il necessario supporto. Il ciclismo negli anni ’90 e 2000 era caratterizzato da una cultura del doping diffusa, che creava un ambiente altamente tossico.

Infine, la vicenda ha contribuito a sensibilizzare il mondo dello sport sull’importanza della salute mentale. Oggi molti team sportivi includono psicologi e consulenti per sostenere gli atleti. Le federazioni sportive hanno iniziato a promuovere programmi per la prevenzione di problemi psicologici, come la gestione dello stress e il supporto nella transizione post-carriera. Il Pirata è stato un richiamo potente all’importanza di considerare gli atleti come persone a tutto tondo, con esigenze fisiche, psicologiche e sociali. Non basta focalizzarsi sulla performance: è necessario creare un ambiente che li sostenga anche nei momenti di crisi, durante la carriera e oltre. 

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Meglio tardi che mai

Un fenomeno abbastanza recente mostra che molti atleti cinquantenni, e persino oltre, riescono a praticare sport impegnativi come il triathlon, le maratone o altre attività che richiedono un notevole impegno fisico. Questo risultato è il frutto di una combinazione di fattori biologici, psicologici e legati allo stile di vita, che permettono loro di mantenere un’ottima forma fisica nonostante l’avanzare dell’età.

Dal punto di vista fisiologico, l’allenamento costante riveste un ruolo cruciale. Sebbene con l’età si verifichi un naturale declino della massa muscolare, noto come sarcopenia, gli esercizi regolari di resistenza e forza consentono di rallentare questo processo, mantenendo muscoli, tendini e articolazioni in ottima forma. Anche la capacità aerobica, pur diminuendo fisiologicamente con l’età, può essere preservata grazie a un allenamento costante che migliora l’efficienza metabolica e cardiovascolare. Inoltre, atleti esperti sviluppano una tolleranza alla fatica che li aiuta a gestire le sfide fisiche e mentali di gare lunghe e impegnative.

Una partecipante senior alla maratona di Bangkok – SHUTTERSTOCK

Un altro elemento chiave è l’esperienza. Gli atleti maturi conoscono profondamente il proprio corpo, sanno come gestire il ritmo, l’alimentazione e l’idratazione, e hanno affinato tecniche di movimento più efficienti che riducono il dispendio energetico. A questo si aggiunge una mentalità resiliente: la maturità porta con sé una maggiore capacità di concentrazione e di gestione dello stress, che diventa un vantaggio in competizioni estenuanti.

Lo stile di vita sano gioca un ruolo fondamentale. Molti atleti di questa fascia d’età seguono diete equilibrate, ricche di proteine magre, carboidrati complessi e grassi sani, che supportano le loro esigenze energetiche e il recupero. Sono anche attenti ai segnali del proprio corpo, dando priorità al riposo e utilizzando tecniche di recupero come il massaggio muscolare o il sonno di qualità. Inoltre, spesso evitano abitudini nocive come fumo o eccesso di alcol, che potrebbero compromettere la loro salute e le loro prestazioni.

Un ulteriore aiuto arriva dalla medicina moderna e dalle innovazioni tecnologiche. Grazie ai progressi scientifici, è possibile prevenire e trattare eventuali problemi fisici, riducendo il rischio di infortuni cronici. Tecnologie avanzate, come attrezzature sportive più performanti e dispositivi come smartwatch o power meters, consentono di ottimizzare l’allenamento. Anche integratori di vitamine, minerali e aminoacidi possono essere utili per mantenere l’equilibrio del corpo durante gli allenamenti più intensi.

Culturalmente, l’invecchiamento non è più visto come un ostacolo all’attività fisica. La società incoraggia sempre di più il movimento a tutte le età, e molti trovano nello sport una fonte di motivazione personale e un modo per mantenersi giovani e vitali. La passione per lo sport diventa spesso un obiettivo a lungo termine, trasformando l’attività fisica in un elemento fondamentale della propria identità.

Dal punto di vista psicologico, gli atleti cinquantenni dimostrano una straordinaria resilienza mentale. La consapevolezza acquisita con l’età li rende più pazienti e capaci di affrontare le sfide degli sport di endurance, come triathlon e maratone. La comunità sportiva, inoltre, offre un grande supporto sociale, creando un ambiente motivante e inclusivo che li stimola a continuare.

Esempi di atleti over 50 che hanno raggiunto traguardi straordinari sono tanti: Ed Whitlock, maratoneta canadese che a 85 anni ha corso una maratona in meno di quattro ore; Diana Nyad, che a 64 anni ha completato la traversata a nuoto da Cuba alla Florida senza protezioni; e numerosi settantenni e ottantenni che ogni anno partecipano agli Ironman, la gara di triathlon più dura al mondo.

Secondo il professor Ermolao, «il ritorno all’attività fisica tra gli adulti è positivo, e molte persone si trovano in una condizione migliore rispetto a quando erano giovani. Tuttavia, è importante fare attenzione ai rischi, in particolare per quanto riguarda le condizioni cardiovascolari e muscoloscheletriche. Con l’avanzare dell’età, è fondamentale fare controlli regolari e non esagerare con allenamenti troppo intensi. La maratona o il triathlon, ad esempio, sono attività che richiedono un impegno fisico notevole, e bisogna essere consapevoli dei rischi, soprattutto in presenza di fattori di rischio cardiovascolari. La salute deve essere sempre al primo posto, e il medico può guidare il soggetto nell’adattare l’intensità dell’attività fisica alle sue capacità».

Giovani romane ritratte su un affresco mentre praticano sport – SHUTTERSTOCK

«Mens sana in corpore sano», quando quest’ultimo non implica sforzi letteralmente sovrumani sia a livello fisico sia psicologico. Un corpo sano è quello che gode del proprio benessere e lo condivide con la mente. Non necessariamente grazie alla palestra. 

di: Giulia GUIDI

FOTO: ANSA/SHUTTERSTOCK