Le immagini dell’attentato a Trump hanno fatto il giro del mondo e tra paura e complottismo hanno riaperto la discussione sulla violenza ai danni dei politici negli Usa
Le presidenziali negli Stati Uniti sono una via lastricata di buone intenzioni urlate ai comizi e sangue versato sull’asfalto. Più volte i candidati alla Casa Bianca sono stati vittime di attentati, complotti e finanche omicidi, e l’ultimo esempio è ovviamente quanto accaduto a Donald Trump durante un comizio elettorale in Pennsylvania. Partendo da questo fatto, ripercorriamo la storia degli inquilini dello Studio Ovale che sono finiti nel mirino degli attentatori con uno sguardo all’attualità e uno al complottismo che sempre si annida nell’ombra dei casi irrisolti.
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Attacco al tycoon
L’ex presidente americano Donald Trump ha fatto spesso – e quasi sempre in male – parlare di sé. Tra vicissitudini giudiziarie e denunce per molestie gli ultimi mesi del tycoon sono stati davvero ricchi di inconvenienti, ma nessuno poteva aspettarsi ciò che è accaduto il 14 luglio scorso durante un comizio a Butler, Pittsburgh, in Pennsylvania. L’ex leader della Casa Bianca – di nuovo in corsa in parallelo all’attuale presidente Joe Biden – stava affrontando l’ultimo comizio prima dell’apertura della convention repubblicana quando un uomo ha aperto il fuoco ferendolo all’orecchio destro. Trump stava parlando di immigrazione quando sono iniziati i colpi: si è portato la mano destra sul collo e sul viso macchiato di sangue e si è accasciato a terra. A seguire, protetto da un cordone di agenti, si è rialzato e ha alzato il pugno, accompagnato dal boato della folla.


L’attentatore si chiamava Thomas Matthew Crooks, 20 anni, di Bethel Park: era appostato sul tetto di un edificio a circa 400 metri a nord del palco su cui si trovava Trump e imbracciava un AR-15, un fucile d’assalto prodotto dalla ditta Colt che è diventato negli ultimi anni il simbolo della lotta contro la limitazione delle armi: conta 40 milioni di pezzi venduti nel Paese ed è “l’arma delle stragi” negli States. Può sparare fino a 60 colpi al minuto ed è acquistabile per poco più di mille dollari: è stato usato sia nella sparatoria alla scuola elementare Sandy Cook in Connecticut nel 2012 sia in quella di Las Vegas nel 2017, e nel marzo scorso è stato imbracciato per la strage del Convent School di Nashvill ein Tennessee.
L’attentatore dunque faceva parte dei 40milioni di americani che hanno acquistato l’AR-15 ma il suo profilo ha scatenato le supposizioni complottistiche: Crooks era infatti un giovane repubblicano secondo i registri elettorali, anche se aveva fatto un’unica donazione nel 2021 di 15 dollari per sostenere i candidati democratici. Inoltre non aveva precedenti penali e gli inquirenti non sono ancora stati in grado di identificare un movente. Si era diplomato nel 2022 alla Bethel Park High School e aveva ricevuto un “premio stellare” da 500 dollari dalla National Math and Science Initiative. Crooks è stato ucciso dai cecchini che erano presenti nelle vicinanze dopo lo sparo all’ex presidente ma non è stato l’unico morto: l’attentato è costato la vita a Corey Comperatore, vigile del fuoco 50enne che ha fatto da schermo a moglie e figlia.
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Le teorie del complotto e i fail dei servizi segreti
In un’intervista rilasciata poco dopo il fatto al quotidiano conservatore Washington Examiner, Donald Trump ha dichiarato di essersi salvato perché “ha distolto lo sguardo dalla folla per rivolgerlo verso uno schermo con gli appunti” del suo discorso e ha specificato che “non distoglie mai lo sguardo” perciò se non lo avesse fatto in quel momento sarebbe morto. Gli interrogativi sull’accaduto sono molti e, come sempre accade in questi casi, fioccano le teorie del complotto. Nello specifico ci si interroga sulle falle nella sicurezza di una campagna elettorale molto tesa e sugli errori dei servizi segreti, che hanno consentito si verificasse l’attentato. Una su tutte, la rilevazione che confonde di più è questa: il killer era stato visto sul tetto dell’edificio da cui ha poi sparato ma era stato ignorato. Benché fosse in posizione di tiro. Lo ha raccontato l’Associated Press, che ha intervistato alcuni testimoni i quali avevano notato Crooks salire appunto sul tetto e puntare il fucile e lo avevano segnalato tanto alla polizia quanto al Secret Service. Come avesse superato armato il perimetro per riuscire a salire nel punto da cui poi ha sparato non è stato chiarito: la procedura di protezione di Trump (così come degli altri candidati) prevede che prima di un comizio vengano valutati pericoli e minacce e che nella zona dell’incontro si schierino il Counter Sniper Team e il Counter Assault Team. Entrambi non sono intervenuti però finché Crooks non ha iniziato a sparare.
Secondo la ricostruzione testimoniata dai video, il giovane spara 8 volte da 125 metri. Trump sta dicendo “take a look at what happened“, fa un piccolo scatto con la testa per “guardare il gobbo” e viene ferito all’orecchio, ma si salva. Nel frattempo Crooks spara un’altra volta, colpisce Comperatore e lo uccide; poi cadono feriti altri due e viene colpito un altoparlante. Solo a quel punto i cecchini sparano e lo neutralizzano.
Ci sono svariate teorie del complotto: secondo alcune, i servizi di sicurezza di Biden volevano far uccidere Trump; secondo altre, era tutto organizzato per rendere eroica la figura di Trump e fargli vincere le elezioni. Per quanto rigaurda quest’ultima ipotesi, in rete circolano le keywords “Trump” “Shooting” “BB” e “Staged”. BB è l’acronimo delle pistole ad aria compressa, “staged” significa messa in scena ed è diventata subito trending. Secondo l’autrice e conduttrice di podcast Cheri Jacobus, “è una montatura“. “Me lo dice il mio istinto, così come la mia lunga esperienza con Trump e il fatto di essere stata presa di mira da lui e dai suoi banditi. Questo. Non è. Vero“.
Altri dettagli controversi sono il fatto che i sostenitori dietro il podio non siano fuggiti ma abbiano anzi tirato fuori i cellulari; si parla molto dei testimoni che hanno segnalato Crooks sui tetti ma senza risultato; Trump non è stato allontanato dal podio: normalmente ci sarebbero voluti nove secondi e mezzo, in quel caso invece è rimasto sul palco due minuti e 9 secondi, per dargli il tempo di alzarlo, quel pugno destinato a fare la storia verso i suoi sostenitori. L’analista del Washington Post Megan Squire ha analizzato le teorie più assurde comparse sui social e ha spiegato che “gli episodi di violenza politica generano teorie cospirative e false narrazioni perché le persone cercano di manipolare l’evento per adattarlo alle loro convinzioni”. Ecco spiegato allora perché i blog di sinistra si siano lanciati sull’ipotesi “false flag”, costruita ad arte, e i blog di destra abbiano accusato la Cia di aver ordito un piano per eliminare il candidato.
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I precedenti storici
Come dicevamo, non è la prima volta che negli Stati Uniti la campagna elettorale e la politica in generale diventa un bagno di sangue. Secondo un rapporto redatto nel 2008 dal Congressional Research Service ci sono stati attentati in 15 diverse occasioni (senza considerare ovviamente l’ultimo a Trump) e cinque di questi sono stati fatali. Il 29% delle persone che hanno ricoperto la carica di presidente (13 su 45) sono state oggetto di tentati omicidi quando non di omicidio vero e proprio. Ricostruiamoli in ordine cronologico.
Nel 1835 un uomo di nome Richard Lawrence sparò contro l’allora presidente Andrew Jackson: il colpo non andò a segno e Lawrence venne dichiarato clinicamente pazzo. Il movente dell’attentato lo spiegò lui stesso alle forze dell’ordine: riteneva che Jackson gli impedisse di ottenere “grandi somme di denaro” e che stesse “rovinando il Paese”.

Il 14 aprile del 1865 il sudista John Wilkes Booth, alla fine della guerra di Secessione, attentò alla vita del primo presidente repubblicano, Abraham Lincoln. L’attaccò riuscì e Lincoln morì. L’omicidio, studiato per vendicare il Sud sconfitto, finì per causare una crisi istituzionale quando il democratico Andrew Johnson salì al potere. Lincoln lo aveva scelto come vice in ottica di pacificazione e inclusione verso i territori meridionali ma la sua venuta alla Casa Bianca determinò un forte astio del Congresso, che era in mano ai repubblicani radicali.
Di nuovo nel 1881 il presidente repubblicano James Garfield, eletto nel 1880, venne colpito da un colpo di revolver mentre saliva su un treno alla stazione di Washington. Morì due mesi più tardi per un’infezione: i medici non avevano usato strumenti sterilizzati per operarlo. L’assassino in questo caso rispondeva al nome di Charles Guiteau, un uomo che pare fosse convinto che Garfield avesse vinto le elezioni grazie a un suo discorso e che dunque dovesse essere ricompensato per questo con una nomina ad ambasciatore che non arrivò mai. Venne impiccato per aver ucciso il presidente, ma anche in questo caso fioccarono varie tesi complottiste: la più affascinante voleva nel vice di Garfield, Chester Arthur, il vero mandante dell’attentato.
Nel 1900 fu il turno di William McKinley, giunto al suo secondo mandato come presidente. Era un uomo estremamente popolare e molto amato (aveva guidato gli States fuori dall’isolazionismo della dottrino Monroe che prevedeva la non intromissione nelle dispute internazionali) e perciò era solito non avvalersi dei servizi di sicurezza. Questo gli si rivelò fatale quando il 6 settembre del 1901 venne ucciso durante una visita a Buffalo dall’anarchico Leon Czolgosz, che sarebbe poi stato ucciso a sua volta sulla sedia elettrica. La morte di McKinley portò alla Casa Bianca il suo vice, Theodore Roosevelt. Anche quest’ultimo fu vittima di attentato: fu colpito al petto durante un comizio nel 1912, ma fortunatamente sopravvisse. Nel 1933 ci riprovarono con Franklin Roosevelt poco prima del suo insediamento: a sparare in questo caso un disoccupato che però mancò il futuro presidente e colpì invece il sindaco di Chicago, Anton Cermak, che morì.
Ci furono poi trent’anni di pace, almeno interna al Paese che si strinse intorno ai suoi presidenti nel periodo della Seconda guerra mondiale, fino a che, il 22 novembre del 1963, a Dallas, il presidente John Fitzgerald Kennedy non venne assassinato a colpi di fucile mentre si trovava a bordo della limousine del corteo presidenziale, con la moglie Jacqueline. L’America subì un fortissimo shock: l’omicidio avvenne infatti in diretta, dopo 62 anni dall’ultimo presidente morto ammazzato. L’omicida si chiamava Lee Harvey Oswald, un operaio che aveva simpatie sovietiche e che venne arrestato nel giro di qualche ora. Venne ucciso due giorni dopo per mano di Jack Ruby. La morte di Kennedy rimane il “cold case” più famoso d’America: secondo l’opinione pubblica infatti – ma anche secondo molti esperti – era impossibile che Oswald avesse agito da solo e si supponeva ci fosse stata una macchinazione molto più ampia, contrariamente a quanto stabilito dalla Commissione Warren, incaricata dal nuovo presidente, Lyndon Johnson, di far luce su quanto accaduto. Nel 2017 sono stati declassificati nuovi file dal presidente Trump che però non aggiungono molti dettagli nuovi, tranne il fatto che l’FBI era stata allertata sembrerebbe sulla possibilità che Oswald venisse ucciso dopo l’arresto. Tra le piste più dibattute sulla morte di Kennedy c’è quella mafiosa: il padre era legato al gangster Sam Giancana e secondo alcuni JFK sarebbe riuscito a vincere le elezioni nel ’60 proprio grazie ai rapporti con la malavita, che però non avrebbe apprezzato le pressioni del ministro della Giustizia, il fratello di JFK, Robert. Secondo altri invece il mandante dell’omicidio sarebbe stato Johnson, che voleva arrivare alla Casa Bianca. La pista di Bob Kennedy comunque rimane aperta per una serie di eventi che ebbero inizio poco dopo: nel 1968 si candidò alla nomination democratica ed era molto probabile, data la sua popolarità, che sarebbe arrivato a sfidare il repubblicano Richard Nixon. Il 5 giugno del ’68, però, Bob Kennedy venne ammazzato a colpi di revolver da un immigrato giordano-palestinese, Sirhan Sirhan, mentre si trovava all’hotel Ambassador a Los Angeles. Secondo quanto dichiarato dall’omicida, il movente era l’appoggio mostrato da Kennedy a Israele nella Guerra dei sei giorni. Di nuovo, naturalmente, si parlò di complotto.










Ci furono altri casi negli anni a venire: il segregazionista George Wallace, candidato alle elezioni nel 1972, venne attaccato e rimase sulla sedia a rotelle e Ronald Reagan, eletto poi nel 1980, subì un attentato non mortale il 30 marzo del 1981 mentre rientrava sulla sua limousine dopo un discorso tenuto all’Hilton Hotel di Washington. L’aggressore si chiamava John Hinckley Jr e sparò 6 colpi, ferendo altre persone. In seguito dichiarò che voleva attirare l’attenzione dell’attrice Jodie Foster. Reagan non morì ma se la vide brutta: fu operato d’urgenza e dimesso solo 12 giorni dopo.
Uno dei casi più recenti prima di Trump è stato quello del 1995, quando un ex soldato di nome Francisco Duran ha crivellato di colpi la facciata della Casa Bianca per colpire Bill Clinton.
Dal complotto alla nostalgia, le tragedie nella cultura pop
Eventi come quelli appena raccontati hanno un grande impatto sull’opinione pubblica. Non solo per ciò che concerne le già citate teorie del complotto, anche se fanno sicuramente parte del discorso, ma anche perché eventi tragici come questi, particolarmente spaventosi e violenti, diventano dei racconti avvincenti non appena il pericolo è – o risulta essere – in qualche modo scampato. Ciò che succede dopo è che questi grandi avvenimenti diventano parte dell’immaginario collettivo e finiscono per influire sulla cultura, trasformandosi così in veri e propri elementi “mainstream”.
Un’analisi: Il fascino del male
Basti pensare a quanti film, libri, a quante serie tv e canzoni, vengono scritti e distribuiti che hanno come oggetto una grande tragedia o che alla stessa sono ispirati. Lo stesso titolo di questo pezzo né è riferimento ed esempio. Per citare qualche prodotto di “fantasia” ispirato ai fatti reali sopra riportati, che proprio per questo ha avuto un grande successo, possiamo parlare del film del 1991 firmato da Oliver Stone, “JFK“, tratto a sua volta dal libro scritto dall’ex procuratore di New Orleans Jim Garrison “On the Trail of the Assassins“. Il volume racconta le indagini condotte dallo stesso Garrison sull’omicidio di JF Kennedy a Dallas nel ’63 e partendo da questo, Stone crea il suo capolavoro, una delle più grandi detective story del cinema. Nel cast alcuni di quelli che poi sarebbero diventati gli attori più celebri di Hollywood: Kevin Costner nei panni di Garrison, insieme a lui Joe Pesci, Kevin Bacon, Donald Sutherland, Gary Oldman, e la lista continua. È un capolavoro, ma anche il film forse più complottista di sempre. Basato sulla tragedia dei Kennedy è anche “Nel centro del mirino” del ’93, in cui Clint Eastwood veste i panni del protagonista.
Sempre sullo stesso tema un altro capolavoro è il romanzo 22.11.63 di Stephen King, che mischia il tema dei viaggi nel tempo con l’assassinio di Kennedy e con la critica sociale di un’America devastata dalle rivolte razziali e dalle guerre oltre confine.
Nel 2010 invece la sapiente mano di Robert Redford ricostruire l’assassinio di Abraham Lincoln in “The Conspirator“, un thriller legale che diventa anche elemento di controcultura andando a scavare in ciò che accadde dopo l’omicidio e mettendo alla berlina il segretario della Guerra Stanton e il segretario di Stato Holt accusati di trasformare il processo in una farsa.

Fioccano naturalmente anche i film sul presidente Usa che gli americani vorrebbero – che tutto il mondo vorrebbe – e che fanno sorridere perché non esitiamo a definirli “americanate” ma che ci trascinano comunque in sala: Air Force One del ’97 con Harrison Ford che veste i panni del presidente James Marshall ma ricorda terribilmente Indiana Jones; ma anche Big Game del 2014, con Samuel L. Jackson che interpreta il presidente William Alan Moore, attaccato mentre è a bordo dell’Air Force One da alcuni terroristi e si ritrova in una capsula di salvataggio tra le foreste nordiche aiutato da un 13enne che vuole fare il cacciatore.
Dai un’occhiata: Sotto il cielo di Ustica
Non mancano i prodotti ispirati dal terrorismo e dalla guerra in senso più ampio (viene in mente d’impatto American Sniper), ma ci sono anche altri settori, di meno immediata riflessione, che traggono ispirazione da eventi come l’attentato a Trump.



A Napoli, in via San Gregorio Armeno, la via dei presepi conosciuta in tutto il mondo, la bottega Ferrigno – una delle più celebri e, secondo l’opinione di chi scrive, anche una di quelle che lavora meglio – ha colto al volo l’occasione di quanto accaduto in Pennsylvania e ha costruito una statuetta del presepe che raffigura proprio Donald Trump, insanguinato e circondato dalle guardie del corpo dopo l’attacco. Non è nemmeno la prima volta che succede. D’altronde il presepe napoletano, si sa, non ha origini esclusivamente cattoliche e mischia con sapienza il sacro e il profano raccontando una storia di rinnovamento e tradizione continua, rappresentando il ciclo della rinascita certo, ma anche l’attualità delle persone, la vita reale, quotidiana, e il modo in cui, nella quotidianità, i grandi eventi vengono processati.
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di: Micaela FERRARO
FOTO: ANSA/SHUTTERSTOCK