A quasi tre anni dall’inizio del conflitto in Ucraina, Zelensky ammette le difficoltà militari sul campo, mentre Putin alza la posta in gioco e chiama “elezioni” nell’ex satellite. La parola fine è in mano di Trump
Foto in copertina: celebrazione per commemorare i mille giorni dall’inizio della guerra. A Kiev 1000 candeline sono state accese sotto al Monumento della Madrepatria (Andreas Stroh/ZUMA Press Wire)
Giorno 1.029 di guerra: cade la maschera. «Di fatto, questi territori [il Donbass, che comprende Donetsk e Luhansk, e la Crimea, ndr] sono ora controllati dai russi. Non abbiamo la forza per riconquistarli. Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative». Con queste le parole il presidente ucraino Zelensky, intervistato da Le Parisien, ammette pubblicamente per la prima volta che la forza militare del suo Paese, da sola o con gli aiuti, non è in grado di reagire all’attacco russo ripristinando i confini precedenti al 2022 (figuriamoci al 2014). Il conflitto, è convinzione di molti, avrebbe i giorni contati, eppure impazza infuocato senza cenni di desistenza. A che punto è la guerra in Ucraina e come procede il “raggiungimento degli obiettivi” russi?
Se è vero che la guerra tocca il suo apice distruttivo massimo appena prima della tregua, non è tanto l’idea di un negoziato a far ben sperare per il 2025: gli occhi, soprattutto quelli di Putin, sono tutti puntati su Trump. È anche per questo che Zelensky, da settimane alla ricerca di un colloquio diretto e senza mediazione con il futuro presidente degli Stati Uniti, gli ha praticamente teso un’imboscata approfittando del patrocinio di Macron e dell’inaugurazione della Cattedrale di Notre Dame de Paris, restituita al mondo dopo l’incendio che la distrusse cinque anni fa. Come ha osservato il politologo ucraino Max Dzhyun, «Zelensky sa che per l’Ucraina perdere gli Stati Uniti equivale a perdere la guerra». Per dirla ancora meglio: è ora di cominciare a ragionare su come “perdere il meno possibile”, piuttosto che vincere. Zelensky è stato comunque molto chiaro sul fatto che invocare alla diplomazia “non significa consolidare l’occupazione come qualcosa di legale“, e dunque sono fuorvianti quei titoli che hanno interpretato le parole del presidente ucraino come una “resa” tout-court.

Chi combatte: il fronte umano
Il problema militare è fortemente legato ai contingenti al fronte. Il dibattito è già acceso sul tema, con gli Stati Uniti che da tempo invitano l’Ucraina ad abbassare l’età della coscrizione, da 25 a 18 anni. Zelensky si è mostrato riluttante all’ipotesi, («non possiamo compensare la nostra mancanza di armi e addestramento abbassando l’età della leva»), in parte rispondendo ad un sentimento popolare fortemente contrario e in parte considerando i costi della riforma, in termini di equipaggiamento e di demografia. Anche Putin del resto irride l’ipotesi, sottolineando che nemmeno abbassando l’età della leva a 14 anni, “come nella Germania di Hitler, creando una Gioventù hitleriana” (il riferimento non è casuale) Kiev potrebbe resistere.
La Russia ha in parte risolto la questione sfruttando ampiamente soldati arruolati a contratto, con un costo non indifferente per lo Stato. Solo nel 2024 si sono arruolate oltre mille persone al giorno in media (il dato lo comunica Putin stesso), e tra il 2023 e il 2024 l’esercito russo si è servito di 913mila contractors. A questi si devono aggiungere gli 11mila soldati reclutati dalla Nord Corea che a partire dal primo novembre sono stati schierati nel Kursk (il dato è stato fornito dall’intelligence ucraina).

Fonti sul campo ucraino ricondivise da Zelensky hanno riportato diverse criticità nell’arruolamento di nordcoreani, da un punto di vista organizzativo e linguistico ma anche strategico, con le truppe di fanteria di Kim Jong Un che impiegano “le stesse tattiche di 70 anni fa” per attaccare al fronte, perlopiù in un territorio ostile a cui non sono avvezzi, subendo pesantissime perdite. Un ufficiale statunitense ripreso anche da Adnkronos ha testimoniato che “se dovessi descrivere le loro capacità in modo più generale e non pensare all’equipaggiamento, direi che queste (truppe, ndr) non sono mai state in combattimento prima d’ora“.
Al cinismo della carne da macello si aggiunge ancora una volta l’orrore: Kiev ha apertamente accusato Mosca di aver tentato di camuffare la componente nordcoreana dell’esercito, non solo nascondendo i loro volti nei video delle esercitazioni ma cercando “anche di nascondere le perdite bruciando i volti dei soldati nordcoreani uccisi in battaglia“. Le immagini dei volti bruciati o sfigurati sono state ricondivise dal presidente ucraino. Né Russia né Corea del Nord hanno ufficialmente riconosciuto la presenza di militari di Kim nelle zone di conflitto, ma il generale veterano dell’esercito sudcoreano a riposo Chun In-bum assicura che Pyongyang è pronta a inviare altre truppe, selezionando “il meglio” delle “forze di élite“.
Prove di pace
Il piano di Kiev quindi non punta più (solamente) sul rinforzo militare e sulla fornitura di armi, ma è già proiettato ad offrire a Washington un interesse strategico ed economico che spinga Trump a negoziare termini più favorevoli per l’Ucraina – se la guerra sul campo è data per persa, l’unica priorità devono essere delle condizioni di pace “accettabili”. Le armi a disposizione di Zelensky a tale scopo sono principalmente due: i giacimenti di materie prime fondamentali per l’industria pesante di cui il Paese è ricco (gas, petrolio carbone, ferro) e il percorso di adesione alla Nato, che rafforzerebbe le difese atlantiche con nuove truppe in Europa (un valore aggiunto se si considera il disimpegno millantato dagli USA). Ci sono, è vero, dei procedimenti penali in corso presso la Corte Penale Internazionale che hanno già prodotto le prime imputazioni contro Mosca, ma l’autorità e l’efficacia attuativa del Tribunale dell’Aja sono state più volte messe in discussione in questi mesi.

La posizione del tycoon è ancora embrionale, per così dire, ma chiara: «la carneficina in Ucraina deve finire», tanto che si parla di un accordo già prima della sua elezione. Se l’ex inviato speciale per l’Ucraina del tycoon Kurt Volker è convinto che il presidente dovrebbe “rispondere no alle false aperture [di Putin, ndr] e dirgli che se vuole una soluzione, deve mettere fine alla guerra che ha scatenato e trattare in maniera onesta“, Keith Kellogg, che prenderà il posto di Volker durante il secondo mandato del tycoon, si limita a sostenere che “entrambe la parti siano pronte – e credo che il presidente Trump possa riuscire“. Il piano per la pace redatto ad aprile da Kellogg (America First, Russia and Ukraine) punta e concentra tutta la forza negoziale USA nella fornitura di armi, come leva per spingere Zelensky a sedersi al tavolo e come deterrente per i russi alla prosecuzione del conflitto. Washington negli ultimi mesi ha però puntato molto sulla leva e meno sulla deterrenza, mostrandosi spesso riluttante ad approvare nuovi pacchetti di aiuti, con l’evidente risultato che i combattimenti e le offensive russe si sono inasprite. Ancora una volta la strada sembra in salita.
In occasione del discorso di fine anno alla Nazione, Vladimir Putin ha ammesso che in questi ultimi tre anni ha “quasi smesso di ridere”, aprendo al negoziato partendo da un sillogismo: «la politica è l’arte del compromesso e i negoziati sono un compromesso», dunque la Russia è pronta e ben disposta ad aprire un dialogo. Ma scomparso un ostacolo se ne materializza immediatamente un altro: per trattare con uno Stato straniero bisogna rivolgersi ad un’autorità legittima, e certamente l’attuale Governo di Kiev non può essere definito tale.
Potrebbe interessarti anche leggere Attraverso la Russia
Alzando la posta in gioco ma anche perseguendo una narrazione propagandistica che non può essere stravolta dall’oggi al domani, Putin ha quindi inserito le “elezioni” in Ucraina tra le pre-condizioni ad un negoziato concreto. In quel caso, “se qualcuno diventerà legittimo, parleremo con tutti, incluso Zelensky“. Le elezioni presidenziali in Ucraina si sarebbero dovute tenere nel mese di marzo di quest’anno, ma sono state rinviate in seguito al prolungamento della legge marziale. Questa decisione è stata adottata all’unanimità dal Parlamento ucraino, la Rada, e tutte le forze politiche si sono dimostrate compatte nel conferire poteri speciali a Zelensky anche oltre il suo mandato, scaduto a maggio, e rinviare le elezioni fino alla cessazione della stessa.
Guerra in Ucraina: la mappa
Attualmente (al 20 dicembre, dati DeepStateMAP) è occupato dalle forze russe il 18.50% del territorio ucraino, di cui l’11.22% dopo il 24 febbraio 2022 (le restanti aree sono, lo ricordiamo, la Crimea e le repubbliche separatiste del Donetsk e del Luhansk).

Tra le aree liberate dalle forze ucraine c’è Kherson, l’oblast con l’omonima città meridionale, al confine con la Crimea. La città venne presa di mira e conquistata dai russi nelle prime fasi dell’invasione. Dopo aver tentato di dichiarare un’annessione unilaterale (riconosciuta solo dalla Corea del Nord e dall’ormai ex Siria) e millantato un referendum di annessione, gli ucraini sono riusciti a riconquistare l’area. Nel giugno del 2023 l’area venne poi devastata dall’esplosione della diga di Kakhovka, con l’allagamento e la distruzione di vaste porzioni di territorio.


Le immagini da satellite mostrano il prima e il dopo l’attacco alla diga di Nova Kakhovka, nel Kherson, che comprendeva anche un impianto idroelettrico sul fiume Dnipro. Oltre agli ingenti danni infrastrutturali e alle ulteriori restrizioni energetiche cui è andata incontro la popolazione, decine di villaggi sono stati allagati, completamente o parzialmente, e sono stati accertati 29 morti.
È stata riconquistata anche un’ampia porzione del Kharkiv occidentale, fino a Kupiansk; al confine dell’oblast però è tutt’ora in corso un’offensiva durissima con continue incursioni, bombardamenti e devastazioni russe nei villaggi occidentali. L’Ucraina ha riconquistato anche aree nella regione di Sumy e nell’oblast di Kiev, dove nei primi mesi del conflitto abbiamo conosciuto le tragedie di Irpin e Bucha. Resta invece occupata militarmente – sempre al netto delle repubbliche autoproclamatesi – tutta la fascia che si affaccia sul Mar Nero, da Mariupol a Henichesk, passando per Melitopol.
Dal canto suo, Mosca ha dichiarato che il 2024 è stato un anno fondamentale per “il raggiungimento degli obiettivi” in Ucraina, con la conquista di 189 centri abitati. Più precisamente, secondo quanto riferito dal ministro della Difesa russa Andrei Belousov (dichiaraizioni non pienamente verificabili), Mosca occuperebbe attualmente il 99% del Luhansk, il 76% di Kherson, il 74% di Zaporizhzhia e il 70% del Donetsk. Si tratta, è bene ribadirlo, di stime improprie che deliberatamente escludono dal conto i grandi centri urbani abitati di queste regioni, ancora sotto il controllo dell’amministrazione ucraina.

A proposito di Zaporizhzhia però, vale la pena ricordare che l’impianto nucleare più grande d’Europa è attualmente al centro di una zona di guerra attiva. In questi tre anni gli accorati e continui appelli del direttore dell’AIEA Raphael Grossi sono caduti nel vuoto. «La possibilità di un incidente nucleare con conseguenze radiologiche è sempre in agguato» avverte promettendo un presidio costante nella centrale, che subisce non solo attacchi spregiudicati ma anche “interruzioni del servizio elettrico esterno che compromettono la funzione del raffreddamento dei reattori“.
L’Europa attende alle porte
E l’Europa? «Pensavo che avrebbe colpito in maniera limitata. Non immaginavo che la Russia avrebbe attaccato in tutta l’Ucraina». Chissà se, quel 24 febbraio di due anni fa, qualcuno dei protagonisti dell’infausta guerra che oggi ha già oltrepassato la soglia del mille giorni immaginava la reale portata del conflitto. Angela Merkel, più famosa per la sua realpolitik pragmatica che non per il suo candore ottimista, è fra quelli che hanno sbagliato i calcoli. E dire che Putin non avesse lanciato segnali propriamente distensivi alla cancelliera. Quando nel 2006 il presidente russo aveva saputo della fobia di Merkel per i cani, le regalò un cagnolino di peluche. Un anno più tardi sarebbe rimasto negli annali della geopolitica l’immagine di Koni, il labrador nero di Putin, aggirarsi indisturbato nel salottino fra le gambe di una Merkel di gesso. «Non sapevo che avesse paura dei cani» sorride oggi sornione lo zar, commentando l’episodio citato nell’autobiografia della cancelliera.

Se consideriamo l’influenza e l’autorevolezza di cui la cancelliera tedesca ha ampiamente goduto in Europa e nel complesso intreccio delle sue relazioni internazionali, questo piccolo episodio può offrirci una buona proporzione di quanto il Vecchio Continente sia rilegato ad un ruolo secondario nella risoluzione del conflitto, nonostante questo impazzi alle sue porte. Nel corso del Consiglio Affari esteri del 16 dicembre l’UE ha approvato il suo 15esimo pacchetto di sanzioni economiche “massicce e senza precedenti” contro i soggetti ritenuti corresponsabili dell’aggressione russa in Ucraina (il primo pacchetto venne adottato nel 2014 in risposta all’occupazione della Crimea e del mancato rispetto degli accordi di Minsk). Esse in tre anni hanno preso di mira tanto gli asset e la libertà di movimento dei privati cittadini con interessi particolari quanto i soggetti e le imprese coinvolte nella catena dell’industria bellica e accusate di rifornire l’armamentario russo.
Parliamo di 2400 fra persone ed entità (qui l’elenco del Consiglio Europeo) Restrizioni sono state apposte al commercio di prodotti provenienti dalla Russia, ma anche in risposta a violazioni di diritti umani e minacce ibride. Sanzioni collaterali sono state annunciate anche contro Bielorussia, Iran e Corea del Nord, accusati di supportare l’aggressione. Le “entrate straordinarie e impreviste derivanti dall’attuazione delle sanzioni” sono poi state destinate ad aiutare l’Ucraina. La prima tranche da 1,5 miliardi di euro è stata messa a disposizione di Kiev nel luglio 2024, allo scopo di “sostenere le forze armate, l’industria della difesa e la ricostruzione dell’Ucraina“.

Al netto di queste sanzioni, l’Europa ha dimostrato una tiepida compattezza nel sostegno a Kiev, resa zoppa soprattutto dall’assenza di una politica di Difesa davvero comunitaria e il progetto di un esercito europeo ancora sfocato sullo sfondo. Il commissario europeo al bilancio Piotr Serafin ha fatto sapere che a novembre 2024 l’UE aveva stanziato 124 miliardi per l’Ucraina dall’inizio della guerra, di cui 47,8 mld di assistenza finanziaria (in buona parte sotto forma di prestiti) e 45,5 mld di assistenza militare. Si tratta di cifre imponenti che da un lato lasciano intendere gli investimenti in atto nel Paese, la cui ricostruzione vedrà l’Europa in prima linea. Questi dati lasciano però scoperto il vero nervo dolente per l’UE: il famoso 2% del Pil da destinare alla spesa militare imposto dall’Alleanza Atlantica e tutt’ora non rispettato dagli Stati membri.
Potrebbe interessarti anche The Donald bis
The Donald, che ai favori gratuiti non è avvezzo, sfrutterà in ogni modo possibile questa “insolvenza” europea. Che un po’ di prepotenza aiuti l’Europa a drizzare la schiena e costituirsi davvero come un attore politico autorevole e potente? Potrebbe essere questione di tempo, e proprio di tempo ha parlato la first lady ucraina Olena Zelenska alla nona edizione delle Conferenze di Estoril in Portogallo, lo scorso ottobre. «Un missile russo può colpire una tranquilla casa di Kharkiv in soli 30 secondi. […] Non ci sono più di due minuti per fermare l’emorragia di una persona ferita da un bombardamento. L’urgenza della guerra ridisegna la nostra concezione del tempo. Le decisioni critiche devono essere prese in pochi secondi, mentre l’agonia di sopportare la guerra allunga il tempo in un calvario senza fine».
Il calvario: oltre 700mila morti fra l’esercito russo (dato delle Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Ucraina) 11 milioni di rifugiati. Le perdite dell’esercito ucraino sono fortemente sottostimate nelle comunicazioni a media; secondo la fonte russa, di ancor più difficile verifica, dall’inizio della guerra quasi un milione di ucraini è morto o rimasto ferito, di cui 560mila morti solo nel 2024.
1 thought on ““Calvario senza fine””