L’ex generale Prabowo spinge l’Indonesia nel cuore del multilateralismo. Come cambia lo scacchiere asiatico dopo l’ingresso del Paese nei BRICS?
Che anno sarà il 2025 per le relazioni internazionali? Il bianco ha già fatto la sua prima mossa e, avanzando di un pedone, rivoluziona tutta la scacchiera. Il 7 gennaio infatti l’Indonesia è ufficialmente entrata a far parte dei BRICS, portando il gruppo (fondato da Cina, Russia, Brasile, India, Sudafrica) a rappresentare, da solo, il 51% della popolazione mondiale, oltre al 30% del PIL globale. Se la Terra fosse un’Assemblea, parleremmo della fatidica maggioranza +1.
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Se è vero che sempre più il multilateralismo spinge alla ribalta attori finora relegati a comparse, attribuendo nuovo protagonismo alle potenze emergenti e ponendo nuove sfide di cooperazione in capo ai Big, cosa aspettarci dall’Indonesia? Più precisamente, è alla nuova leadership politica del Paese che dobbiamo guardare. Lo scorso ottobre Prabowo Subianto è entrato in carica come ottavo presidente dell’Indonesia e molti si attendono un cambio di passo nella politica estera del Paese rispetto al suo predecessore Joko Widodo (Jokowi).

Il Paese ha tutte le carte in regola per la ribalta, e non solo perché con i suoi 280 milioni di abitanti è il quarto Stato più popoloso al mondo. Da alcuni anni infatti l’Indonesia costituisce uno dei poli di investimento più attrattivi in Asia. Mentre i partner cinesi hanno già messo radici nelle risorse preziose del Paese, nichel in primis, anche Washington guarda con interesse strategico a Giacarta, dai piani di Apple fino a Elon Musk. Il miliardario ha attivato il sistema satellitare Starlink nell’isola di Bali lo scorso anno e prevede di intensificare gli investimenti a partire da uno stabilimento di produzione di batterie Tesla. Non dovrebbe quindi stupire che secondo il Financial Times nel 2027 l’Indonesia sarà la sesta economia al mondo.
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Il passaggio di testimone: chi è Prabowo
Già ministro della Difesa di Jokowi, suo predecessore e presidente per 10 anni, Prabowo non è un uomo nuovo della politica indonesiana. Il suo nome ha però subito un efficace restyling negli ultimi anni che lo ha portato, dopo due tornate di sconfitta, a conquistare la presidenza al terzo tentativo. Da tempo noto al grande pubblico in quanto genero di Suharto, dittatore indonesiano al Governo per 30 anni, Prabowo è un ex paria del populismo che ha saputo rivendersi come rassicurante. Nel suo passato ci sono legami con i gruppi islamici, compresi quelli più conservatori, con cui ha condiviso imponenti campagne in funzione anti-cinese, contro quell’elitismo etnico accusato di svendere il Paese alle potenze straniere a discapito del ceto medio indonesiano (del suo rapporto con la Cina parleremo anche più avanti). Ma soprattutto c’è molto sangue sulle sue mani, raccolto proprio negli anni di Suharto in quanto suo generale e protagonista di violente repressioni nei confronti di comunisti, ribelli autonomisti (vedi Timor Est) e oppositori politici.

Con una discreta giravolta, Prabowo è passato dall’accusare Jokowi di frode elettorale e cospirazione a rispettarlo in quanto suo “devoto studente e seguace“. Ha riabbracciato l’Islam moderato e zuccherato i toni nei confronti dei rivali politici, cavalcando il suo ingresso nella coalizione di Governo e l’incarico da ministro per istituzionalizzare la sua figura. Con questa ricetta, Prabowo ha consolidato un’immagine seria e confortante che ha fatto presa anche e soprattutto sui giovani, tanto che anche TikTok ha avuto un ruolo decisivo nella sua elezione. L’Indonesia dopotutto è il secondo Paese al mondo per l’utilizzo del social cinese, con oltre 125 milioni di utenti attivi al mese.
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La metamorfosi di Prabowo però sembra più una strategia che non la naturale conseguenza di una maturità ammorbidita. Il suo populismo ha messo da parte gli scontri frontali con l’élite al solo scopo di entrarne a far parte e ha accantonato la retorica divisiva e filo-islamica che, fino a quel momento, lo aveva tenuto al di là del cordone sanitario delle altre forze politiche.
Indonesia nei BRICS: meta o trampolino?
Anche se si è presentato come la naturale prosecuzione di un Governo che ha sempre mantenuto tassi altissimi di gradimento, e nonostante abbia scelto proprio il primogenito di Jokowi come vice-presidente, permangono grandi incognite sulla leadership di Prabowo che dal suo predecessore ha però sicuramente ripreso un agile pragmatismo. Lo storico non-allineamento del Paese, che in virtù del pragmatismo di Jowoki si è sempre tenuto equidistante dai grandi poli e amico di chiunque avesse qualcosa da offrire, sta infatti lasciando il posto ad una spiccata propensione al multilateralismo.
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Più che schierarsi, Prabowo vuole partecipare ai consessi che contano e cavalcare il ruolo strategico del Paese, che da sempre si pone come ago politico della bilancia in uno scacchiere dal delicatissimo equilibrio come quello asiatico. Lo ha testimoniato chiaramente proprio l’ingresso di Giacarta nel club dei BRICS, annunciato dal Brasile che nel 2025 deterrà la presidenza del gruppo, come prova di “impegno nel rafforzare la cooperazione multilaterale per creare un mondo più inclusivo e più equo“. Non dimentichiamoci che proprio nella Capitale indonesiana ha sede il quartier generale dell’Asean (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico) e che l’Indonesia è anche l’unico Paese Asean membro del G20.

La partita con la Cina
La prova diplomatica più dura sarà quella con Pechino, inaugurata con il primo viaggio di Stato della presidenza Prabowo lo scorso aprile. La lunga e sanguinosa dittatura di Suharto, cui Prabowo ha aderito con ruoli militari di spicco, ha infatti a lungo perseguitato le minoranze cinesi del Paese in funzione anti-comunista e anti-elitaria, attraverso politiche di censura, repressione, assimilazione forzata e persino eliminazione. I dati, tutti stimati e tutti al ribasso, parlano di almeno mezzo milione di omicidi di matrice etnica ma soprattutto politica nella comunità cinese.
Ora il nuovo volto dell’ex genero del dittatore preferisce fare buon viso a cattivo gioco e tenersi stretto l’alleato cinese. È così che si è tornato a insegnare il Mandarino nelle scuole (in precedenza, era vietato qualsiasi riferimento alla cultura cinese così come era proibito esporre pubblicamente i caratteri in cinese), che i cinesi non sono più costretti a cambiare cognome e decade persino il divieto per loro di acquistare terreni. Pechino ha persino sponsorizzato uno dei cardini della campagna elettorale di Prabowo, che ha promesso makanan gratis, pasti gratuiti ai ceti più in difficoltà – in principio si parlava di colazioni, poi diventati pranzi. Le prime valutazioni del MBG (il cosiddetto Programma Pasti Nutrienti), che vorrebbe fornire dei pasti nutrizionalmente completi alla popolazione, sono state negative: secondo l’esaminatore, solo un menù dei 6 proposti rispetta gli standard di adeguatezza nutrizionale.

Oggi a dividere Pechino e Giacarta c’è ancora una vecchia contesa su una porzione del Mar Cinese Meridionale (l’Indonesia rivendica l’istituzione di una ZES mentre la Cina vorrebbe controllare l’area, ricca di risorse). La “linea a 9 tratti” cinese non è riconosciuta dagli altri Stati regionali e questo pone grandi sfide alla cooperazione locale, mentre si promuove a gran voce quella globale.
Il cinismo di Pechino non le ha comunque impedito di riavvicinarsi all’India nel consesso dei BRICS, figuriamoci di promuovere floride relazioni commerciali con l’Indonesia. È anche per questo che, come già fece il suo predecessore, Prabowo ha scelto la Cina come primo viaggio istituzionale, un segnale forte nella costruzione di un legame sempre più solido. Come anticipato, da anni Pechino ha aperto i rubinetti investendo miliardi nel Paese, dalle infrastrutture all’industria, sulla scia della Belt and Road Initiative già accolta da Jokowi. La Cina è anche direttamente impegnata nel progetto della nuova Capitale del Paese, Nusantara, attualmente in fase di costruzione nel Borneo. I vecchi dissapori politici si dissolvono come neve di fronte alle commesse a sei zeri, tanto che i famigerati comunisti cinesi sono gradualmente passati dal rappresentare nemici dell’ordine pubblico a modelli di sviluppo economico da seguire.

I BRICS e l’ago della bilancia
Oltre agli Stati fondatori, sono iscritti al club dei BRICS anche Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran. L’Arabia Saudita non ha ancora risposto al suo invito, mentre l’Argentina di Milei lo ha gentilmente declinato. Nel corso del vertice tenutosi a Kazan in Russia nell’ottobre 2024 poi il gruppo aveva poi istituito la figura di Stato Partner in quanto attore invitato ai consessi e aperto a progetti di cooperazione ma senza diritto di voto. Attualmente ricoprono questo status Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda e Uzbekistan (l’Indonesia è passata da membro partner a membro permanente).
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Il sogno della de-dollarizzazione che aveva trainato l’ascesa dei BRICS intanto è già stato accantonato, non tanto perché la destabilizzazione economica avrebbe impatti negativi su chiunque, ma perché il potere delle infrastrutture e dei sistemi bancari che sostengono il dollaro sono ancora troppo vincolanti per le altre valute. Lo yuan non è pronto a imporsi sul dollaro e le valute digitali sono troppo volatili rispetto alla poca liquidità disponibile.
Un passo alla volta, però, il bacino dei non-allineati si restringe mentre il ruggito dei Paesi emergenti in cerca di voce si fa sempre più forte. Sarà proprio questa la sfida dell’Indonesia: da un lato ripararsi sotto l’egida di un’alleanza globale, sviluppando così maggior cooperazione a livello regionale, dall’altro mantenere la propria indipendenza pragmatica continuando ad allacciare relazioni economiche con tutti, Occidente compreso. È anche per questa sua disinvoltura che i BRICS hanno accolto calorosamente Giacarta, attribuendole un importante ruolo di centro di mediazione degli interessi economici.

A ulteriore riprova di questa disinvoltura, notiamo che nell’agenda di investimenti esteri dell’Indonesia c’è anche l’Italia. Nel marzo del 2024 fu lo stesso Prabowo da ministro della Difesa a siglare un accordo con l’omologo dicastero italiano: Fincantieri ha siglato un contratto da 1,18 miliardi di euro per la fornitura di due Pattugliatori polivalenti d’altura (PPA). Un altro indicatore dell’impronta fortemente militare che il nuovo presidente, per deformazione professionale, apporrà alla sua politica estera ed economica.
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E gli USA? Anche qui, non ci si aspettano porte chiuse dall’Indonesia, più orientata all’opportunismo che non alle contrapposizioni ideologiche. Non stupisce quindi che Prabowo si sia affrettato a congratularsi con Trump all’indomani della sua rielezione, pubblicando poi l’estratto video della telefonata. Dopotutto era stato proprio Trump nel 2020 a rimuovere il ban che impediva a Prabowo l’ingresso negli States per le violazioni dei diritti umani a lui imputate. Nel coltivare i rapporti personali con Trump (gli unici sui quali il tycoon sembra fare affidamento) avrà un ruolo di spicco anche il magnate indonesiano dei media Hary Tanoesoedibjo, tra i finanziatori della campagna repubblicana e coinvitato insieme a Musk nei festeggiamenti per la vittoria a Mar-o-Lago. La diplomazia degli affari mette d’accordo tutti, perlomeno finché conviene.
Crediti foto copertina: Veri Sanovri/Xinhua via ZUMA Press