Cantante, pianista, attivista per i diritti civili, è stata interprete del tormento, della rabbia e della ricerca della libertà
«All I want is equality / For my sister, my brother, my people, and me. / Yes, you lied to me all these years».Così canta Nina Simone in Mississippi Goddam, chiedendo uguaglianza “per mia sorella, mio fratello, la mia gente e me”. Il brano è contenuto nell’album Nina Simone In Concert, registrato dal vivo alla Carnegie Hall di New York nel 1964: è questo il disco più politico della cantante e pianista statunitense, che oltre alla reinterpretazione di standard jazz, contiene canzoni scritte da lei. Tra queste, appunto, Mississippi Goddam, composta dopo l’omicidio dell’attivista Medgar Evers e la strage di Birmingham, in cui quattro bambine nere persero la vita a causa dell’esplosione di una bomba piazzata in una chiesa battista da quattro membri del Ku Klux Klan.
Così inizia l’attivismo di Nina Simone, con quella che lei stessa ha definito la sua prima canzone per i diritti civili, scritta in seguito a un impeto di rabbia per l’ennesimo brutale, episodio di discriminazione e violenza contro la comunità afroamericana, ennesima espressione del razzismo sistemico negli Stati Uniti. Da quel momento in poi Simone diventa una delle voci più radicali del Movimento per i Diritti Civili, oltre che una delle leggende della musica mondiale (dopo essere stata a lungo dimenticata) con il suo mix di blues, jazz, folk, gospel, soul innestati sulla sua formazione classica. Questi due aspetti si sono intersecati presto nella sua vita.
Tryon, North Carolina, anni Quaranta. Una bambina, Eunice Kathleen Waymon, considerata un prodigio della musica, si appresta a esibirsi al pianoforte nel municipio della città. La sua insegnante di piano, la signora Muriel Massinovitch, aveva aperto un fondo volto a raccogliere soldi per permettere a Waymon, proveniente da una famiglia povera, di studiare lo strumento. Quando è già sul palco succede qualcosa. I suoi genitori vengono invitati a sedersi nell’ultima fila per lasciare i posti davanti ad alcune persone bianche, ma lei dice no, se volete che suoni dovete ridare i posti ai miei genitori. Ed è quello che accade. Un avvenimento, questo, che segna profondamente la giovane, che oltre a studiare Bach, Beethoven e Debussy canta in chiesa e a scuola a Tryon – dove è nata il 21 febbraio 1933 – insieme alle Waymon Sisters, il gruppo formato con le sue sorelle. All’inizio degli anni Cinquanta grazie al fondo di Miss Massinovitch si iscrive alla Juilliard School di New York per prepararsi al test di ammissione al prestigioso Curtis Institute of Music di Philadelphia, in Pennsylvania che, però, non passa. Eunice Waymon si vede sfuggire la possibilità di diventare la prima pianista classica nera. L’unica spiegazione che la musicista trova è di essere stata scartata a causa del colore della sua pelle, anche se l’istituto smentirà questa affermazione.
In quel periodo negli Stati Uniti sono ancora in vigore le leggi Jim Crow, che sistematizzano la segregazione razziale, decretando la separazione tra persone bianche e nere nei luoghi pubblici, nelle scuole, sui mezzi di trasporto, nei bagni dei ristoranti e ostacolano il diritto di voto per le persone afroamericane. Nel 1954 la segregazione giuridica nelle scuole viene dichiarata illegale e nello stesso anno la 21enne musicista inizia a esibirsi in un club di Atlantic City, in New Jersey, e lì nasce Nina Simone: Nina deriva da un soprannome datole dal suo fidanzato dell’epoca, “niña”, mentre Simone dall’attrice Simone Signoret. Qui Simone canta per la prima volta, la sua esibizione comprende un vortice di tutto quello che sarà la sua musica successiva: jazz, gospel, blues, spiritual, soul ma anche folk.
Il successo arriva nel 1958 con il primo album Little Girl Blue, che contiene un classico come I Loves You, Porgy (dall’opera Porgy and Bess musicata daGeorge Gershwine scritta dal fratello Ira),che Simone riporta in auge anni dopo l’interpretazione di Billie Holiday. Tra le canzoni cantante da “Lady Day” la musicista reinterpreta anche Strange Fruit, denuncia contro i linciaggi delle persone afroamericane. Lo “strano frutto” del titolo fa riferimento al corpo di un uomo nera impiccato a un albero.
Nel 1963 è la prima pianista nera a suonare alla Carnegie Hall, ma non suona musica classica, bensì il repertorio che l’ha portata sotto i riflettori. Anche questi, però, sono anni duri. Nel 1961 Nina Simone sposa Andrew Strout, un poliziotto che diventa suo manager, che la spinge a lavorare a ritmi forsennati, senza fermarsi mai, dal quale verrà picchiata e violentata, come racconta lei stessa anni dopo. Con lui ha la figlia Lisa.
È un periodo di fermento, durante il quale Simone diventa sempre più attiva nella lotta per i diritti civili. Nel 1965 si esibisce a Montgomery dopo l’ultima delle tre marce da Selma che porteranno, cinque mesi dopo, all’approvazione del Voting Rights Act, legge che proibisce la discriminazione razziale nel voto. Durante la sua formazione come militante la pianista incontra figure cardine come lo scrittore James Baldwin, il poeta Langston Hughes (di cui Simone metterà in musica la poesia Backlash Blues), la cantante Miriam Makeba, instancabile oppositrice del regime di apartheid in Sudafrica e poi delegata della Guinea alle Nazioni Unite, e l’allora marito di Makeba, Kwame Ture (all’epoca conosciuto come Stokely Carmichael), la drammaturga e attivista Lorraine Hansberry, la prima e più giovane donna afroamericana a vincere il New York Drama Critics Award per la pièce A Raisin in the Sun. Proprio lei ha ispirato uno dei brani più noti di Nina Simone, To be young, gifted and black. Simone si avvicina anche al femminismo e nel brano Four Women (1966) racconta l’oppressione delle donne nere attraverso il ritratto di quattro figure femminili. La canzone, una critica asprissima al retaggio della schiavitù, viene censurata: le radio non la vogliono trasmettere, troppo provocatoria. Troppo scomode anche le posizioni politiche della musicista, che sostiene la rivolta armata e il nazionalismo nero di Malcolm X, allontanandosi dalla nonviolenza di Martin Luther King Jr.
Non è solo la sua musica a diventare strumento di protesta, è la stessa Nina Simone a farsi volontariamente veicolo e incarnazione della lotta, perché è lì che trova il suo senso di appartenenza. Ma questo non piace all’industria discografica. Nel documentario del 2015 What Happened, Miss Simone?, diretto da Liz Garbus, Lisa Simone Kelly dice che la madre era penalizzata e punita dallo show business perché era se stessa. E questo la faceva soffrire e sentire sola, sottolinea.
Altri avvenimenti sconvolgono la vita della “High Priestess of Soul”, come il titolo di un suo album del 1967. Nel 1965 viene assassinato Malcolm X, poi, nel 1968, King. Al reverendo Simone dedica Why? (The King of Love is Dead). Montano sempre più la rabbia e la delusione, così all’inizio degli anni Settanta Simone lascia gli Stati Uniti. Negli anni successivi gira il mondo e vive a Barbados, in Liberia, in Svizzera, nei Paesi Bassi e in Francia. Il mondo, però, sembra essersi dimenticato di lei. Negli anni Ottanta le viene diagnosticato il disturbo bipolare, con cui, in realtà, aveva convissuto per tutta la vita ma che fino ad allora non era mai stato riconosciuto.
Nel 1987 succede qualcosa. My Baby Just Cares For Me, tratta dal suo primo album, viene utilizzata per una pubblicità di Chanel. Oggi è una delle interpretazioni più note di Miss Simone, ma all’epoca dell’uscita passò praticamente inosservata. Con lo spot, però, ritorna il successo, ricominciano i concerti e le tournée. Il mondo riscopre la sua musica e le sue interpretazioni cariche di pathos e di disperazione come Sinnerman, Don’t Let Me Be Misunderstood, Feeling Good, I Put a Spell On You, Lilac Wine, solo per citarne alcune. Le parole del chitarrista Al Shackman, che l’ha accompagnata per quasi tutta la carriera, descrivono nitidamente la postura di Simone nei confronti nella musica: non interpretava semplicemente un pezzo ma lo sottoponeva a una metamorfosi.
Nel 1993 registra il suo ultimo album, A Single Woman. Dieci anni dopo, il 21 aprile 2003, a 70 anni, Nina Simone muore a causa di un tumore al seno, a Carry-le-Rouet, in Francia. Due giorni prima il Curtis Institute of Music di Philadelphia, circa 50 anni dopo non averla ammessa, aveva conferito alla pianista un diploma ad honorem “per il suo contributo all’arte della musica”.
La vita di Nina Simone è stata una tensione frenetica e straziante verso la libertà, ricerca alla quale ha dato forma attraverso la sua musica (a questo proposito, indimenticabile la sua versione di I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free). Nel documentario What Happened, Miss Simone? viene mostrato un frammento di un’intervista in cui le viene chiesto cosa sia la libertà. La musicista risponde: «è stato il mio tormento e la mia ossessione. La risposta che ho trovato è stata: non avere paura».