Da oltre 60 anni l’Occidente si interroga sulla banalità del male, una via d’uscita dalla connivenza potrebbe arrivare dall’Oriente

Nel 1961, osservando le sedute del processo ad Adolf Eichmann, Hannah Arendt teorizza la “banalità del male”. Secondo la filosofa ebrea, l’imputato non è un fanatico nazista antisemita che persegue l’obiettivo di sterminare la popolazione ebraica, bensì un uomo senza idee proprie “e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo”; un uomo banale che, compiendo azioni banali, diviene parte integrante di un crimine di dimensioni inenarrabili, così durante il processo Arendt nota come un anonimo burocrate abbia partecipato all’Olocausto mancando di una spiccata malvagità interiore.

La concezione di banalità del male diviene fondamentale proprio per comprendere l’Olocausto – e i totalitarismi, altro tema centrale nelle speculazioni di Arendt – perché mette in discussione l’idea propria di una tradizione filosofica che da Sant’Agostino si estende fino a Kant, ovvero che solo individui intrinsecamente malvagi possano perpetrare atti malvagi quali uno sterminio, arrivando a ipotizzare che potenzialmente ogni persona banale, in circostanze particolari, potrebbe agire il male. Tra gli aspetti del burocrate nazista che colpiscono maggiormente la filosofa è anche una sua certa “spensieratezza” intesa come “quasi totale incapacità di guardare qualsiasi cosa dal punto di vista dell’altro”, non che questa potesse in qualche modo assolvere Eichmann ma potesse “provocare più devastazione di tutti quegli istinti malvagi che, forse, sono intrinsechi nell’uomo”. Aspetti che portano Arendt a teorizzare un “nuovo tipo di criminale” che commette crimini “in circostanze che gli rendono quasi impossibile capire o sentire che sta sbagliando” e, dunque, un nuovo tipo di coscienza. Secondo la filosofa Eichmann non avrebbe mai avuto bisogno di “chiudere le orecchie alla voce della coscienza”, né di esserne privo, perché in realtà era la voce della coscienza della società in cui viveva e agiva a rassicurarlo del fatto che non avrebbe dovuto sentirsi in colpa per le sue azioni. Il totale asservimento a quella che per Eichmann era la normalità non gli permetteva dunque di pensare a cosa facesse, quali fossero le sue azioni e soprattutto le conseguenze di quelle azioni.

Una questione che dal particolare si può estendere al generale portando la riflessione sul piano della responsabilità individuale e collettiva a proposito della prevenzione di azioni atroci e del rispetto dei diritti e della dignità umana.

Secondo il report Conflict Index dell’Ong ACLED (Armed Conflict Location and Event Data Project), nel 2023 il numero di conflitti mondiali è aumentato del 12% rispetto all’anno precedente e del 40% rispetto al 2020, nel mondo una persona su 6 vive in un’area in cui si registra un conflitto attivo. Dati che, insieme alla situazione di violenza assoluta che si vive a Gaza a seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, rendono la questione sollevata da Arendt drammaticamente attuale. Secondo i bilanci riportati, in meno di 200 giorni di assedio israeliano oltre 30mila persone sono state uccise e quasi 80mila ferite, mentre i leader israeliani parlano abitualmente della popolazione di Gaza come “animali” e dei bambini massacrati come di “futuri terroristi”. Parole che non riescono a scuotere sufficientemente la coscienza occidentale che seppur indirettamente sembra essere parte di quella logica della banalità del male che Arendt osservava oltre 60 anni fa. Seppur non esiste una ricetta per superare questo muro di indifferenza e banalità, è significativamente importante rispolverare il concetto dell’Ahiṃsā proprio di Induismo, Giainismo e Buddhismo, che si compone di “a”, “non”, e “hiṃsā”, forma desiderativa del verbo “han”, “uccidere” o “nuocere”, e che nell’induismo indica un più vasto principio di assenza di violenza.

Secondo la dottrina filosofica e la cultura del vedismo degli antichi popoli dell’India nord-occidentale, l’aldilà – governato da una sorta di legge del contrappasso – sarebbe stato costituito da punizioni inenarrabili a causa delle sofferenze inflitte in vita agli altri esseri viventi, così per prepararsi a un aldilà migliore gli indiani praticavano l’Ahiṃsā. Il concetto muta poi con l’introduzione del concetto di karma – ovvero quando il quadro della dottrina si arricchisce della trasmutazione e della retribuzione delle azioni – e gli aspetti rituali non sono più finalizzati a un aldilà meno doloroso quanto a una filosofia di vita incentrata su di un sentimento di comunanza con gli esseri viventi; l’Ahiṃsā si arricchisce di solidarietà e compassione. Quella che in origine intende essere una assenza del desiderio di uccidere che garantisce un aldilà piacevole diviene un insieme di valori comprendente l’amicizia, la gentilezza, la compassione e un generale rispetto dell’alterità capace di generare una convivenza civile senza soprusi.

Se l’Ahiṃsā risulta essere un concetto troppo complicato, forse, basterebbe non fingere di non notare come nel genocidio in corso a Gaza stiano venendo uccisi 85 bambini al giorno, smettere di accettare come parte di un ingranaggio – senza nessuna distinzione da Eichmann – la guerra e le atrocità che vengono compiute quotidianamente. Impegnarsi insomma a seguire quanto detto da chi il concetto di Ahiṃsā l’ha reso noto anche in Occidente, Mahatma Gandhi: «sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo».