La secessione della Regione, mai ufficializzata dal Cremlino, ostacola il cammino in Europa della Moldavia, già in bilico fra l’Ucraina e la Nato

È impossibile comprendere il conflitto in atto in Ucraina, e dunque porsi le giuste domande, senza aver prima attentamente osservato da vicino, propagande comprese, quello che accade nelle repubbliche filorusse extra-Ucraina, terminazioni nervose della politica estera del Cremlino e polso di un’opinione pubblica pedissequamente aizzata e divisa. Ecco perché negli ultimi giorni si è tornato a parlare di Transnistria, un dossier dimenticato ma mai chiuso che ancora si accende di nuovi fuochi incrociati. Gli attori in ballo sono sempre gli stessi: da un lato la Nato e l’Unione Europea, dall’altro la Russia.

Dopo 18 anni, a fine febbraio il Parlamento di Tiraspol (capitale della regione separatista della Transnistria) è infatti tornato a riunirsi per “una richiesta di sostegno diplomatico” indirizzata al Cremlino, a cui la risoluzione approvata ha chiesto “protezione” contro presunte “crescenti pressioni” della Moldavia. In questa occasione il presidente autoproclamato della Transnistria Vadim Krasnoselsky ha persino sollevato il rischio di “genocidio” degli oltre 220mila cittadini russi che vivono nella Regione. Appello immediatamente accolto da Mosca che, tramite il suo ministro agli Affari Esteri, assicura che “proteggere gli interessi degli abitanti della Transnistria, nostri compatrioti, è fra le nostre priorità“. Il Governo moldavo ha prontamente spedito al mittente le accuse, parlando di mera “propaganda” e fugando ogni ipotesi di conflitto o tensione in atto. Affrancamento o riunificazione, tertium non datur: la presenza di truppe russe in una regione autodeterminata de facto ma non riconosciuta de iure non è “solo” un problema di collocamento internazionale, ma riguarda il futuro stesso dell’Unione Europea.

L’elemento scatenante di quello che, per adesso, è solo un can che abbaia, sono state le ultime riforme fiscali moldave che i separatisti hanno interpretato come misure di ritorsione economica nei loro confronti. La nuova legge infatti equipara il regime fiscale delle aziende moldave e della Transnistria, con le seconde chiamate a pagare le medesime tasse di import ed export delle prime. Cade quindi il regime agevolato che finora aveva consentito un ampio respiro alla regione separatista, “piccoli passi verso la riunificazione economica del Paese” secondo la presidente della Moldavia Maia Sandu, “pressioni” occidentali e in chiave anti-Russia secondo la sua controparte separatista, guidata dal presidente Vadim Krasnosel’skij. Per capire meglio lo scambio in atto ma soprattutto la posta in gioco dobbiamo guardare indietro di 34 anni.

Presidente della Moldavia Maia Sandu (EPA/DUMITRU DORU)

La bandiera della Transnistria sventola su quella moldava?

La Transnistria è una sottile striscia di terra lunga 400 chilometri, stretta fra il versante orientale del fiume Dniester e il confine ucraino. Ancora oggi nella Regione si distingue la presenza militare russa, stimata in circa 1.500 soldati per 465mila abitanti. Nella regione sono concentrate le due minoranze principali del Paese, gli ucraini e i russi (entrambi russofoni), che insieme sfiorano il 20% della popolazione.

Tutto comincia da una fine, quella dell’Unione Sovietica, che lascia dietro di sé una polveriera di repubbliche politicamente lacerate. Così è stato, perlomeno, per la Moldavia che fin dal 1990 piomba in una guerra civile. Da un lato l’esercito moldavo, che fa riferimento alla Capitale Chişinău e riceve il supporto della Romania, dall’altro la regione russofona della Transnistria. Gli scontri si protraggono per due anni fino al 1992, provocando un migliaio circa di morti. Da allora la situazione è cristallizzata nella convivenza fra una Repubblica di Moldavia e una Repubblica Socialista Sovietica Moldava di Pridnestrovia (questo il nome ufficiale della Transnistria). Come abbiamo già visto accadere, nel 2006 un referendum indetto in Transnistria avrebbe confermato con il 97,1% dei voti la volontà di annessione alla Russia, volontà però mai riconosciuta dalla comunità internazionale o ratificata dalla stessa Mosca che, né in quell’occasione né nel 2014, durante le analoghe consultazioni nelle regioni separatiste ucraine, ha avviato un processo di implementazione del verdetto popolare. Così, ancora oggi le due regioni si affiancano vicine ma separate. 

Commemorazione delle vittime della guerra di Transinistria nella Capitale moldava nella Giornata istituita il 2 marzo (EPA/DUMITRU DORU)

Nato-Russia: il braccio di ferro

Oggi il territorio è sospeso in un limbo. Da un lato il Governo centrale moldavo persegue la strada filo-occidentale, sospinto dalla sua presidente Sandu che ad AFP spiegava: «vediamo il rischio e pensiamo di poter salvare la nostra democrazia solo facendo parte dell’UE». I negoziati per l’adesione all’Unione sono stati ufficializzati nel 2023, insieme al fascicolo aperto dell’Ucraina che però rimarrà tale almeno fino alla fine del conflitto. Non mancano, in questo percorso, gli ostacoli prevalentemente di natura economica, con la Moldavia che è lo Stato più povero d’Europa, vittima anche di problemi di corruzione strutturali. Il 30% della popolazione vive sulla soglia di povertà, con la ricchezza concentrata nel 10% appena dei moldavi e gli stipendi medi che nella Capitale, dove sono più alti, si aggirano sui 300 euro al mese (cifra che si dimezza persino nelle campagne).

Dall’altro fronte, nel 2023 la CNN aveva visionato e diffuso un documento redatto dal Servizio di Sicurezza russo (FSB) che programmava la destabilizzazione della Moldavia sostanzialmente in tre modi: supportando i gruppi filorussi, minacciando di tagliare i rifornimenti di gas e sfruttando l’influenza della Chiesa Ortodossa. Il documento tracciava una strategia decennale con piani operativi nel breve, medio e lungo termine, il tutto naturalmente atto alla “formazione di un’attitudine negativa nei confronti della NATO“. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva prontamente negato tutto: «non sappiamo nulla dell’esistenza di questo piano. Non escludo che si tratti di un’altra fake. La Russia è sempre stata e sempre sarà aperta alla costruzione di buoni rapporti di vicinato e relazioni di mutuo beneficio, Moldavia compresa».

A dispetto delle sue dimensioni la Transnistria sembra essere un obiettivo altamente strategico per le due superpotenze che si contendono il Vecchio Continente. «Nella città di Kolbasna si trova il più grande deposito di armi di tutta Europa. A Tiraspol c’è un aeroporto che non funziona più dall’indipendenza, ma che stanno sistemando, pulendo le piste, perché è strategico per l’esercito» raccontava nel 2022 l’attivista armeno Vahan Martirosian. Il deposito di arsenali è sorvegliato direttamente dai militari di Mosca, anche se secondo diversi analisti il materiale bellico conservato non sarebbe comunque sufficiente a supportare un intervento russo diretto nella Regione.

Monumento dedicato al generale Suvorov, principe ed eroe nazionale russo, a Tiraspol (EPA/STRINGER)

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La guerra in Ucraina ha avuto risvolti negativi a cascata per tutta l’Europa, con un impatto particolarmente segnante in Moldavia. Prima del 24 febbraio 2022, Mosca riforniva attivamente con beni alimentari e strumentali il mercato di Tiraspol, dove le merci arrivavano attraverso il porto di Odessa. Il supporto russo, inevitabilmente ostacolato dal conflitto, consiste anche in una pensione supplementare versata agli abitanti della Regione, che utilizza un rublo “fittizio” detto transinistriano.

Intanto la Moldavia ha avviato un processo per isolare ulteriormente la regione separatista con cui fino ad ora aveva perlomeno intrattenuto rapporti commerciali, in particolare nel settore dell’energia. Chişinău infatti acquistava le risorse energetiche dalla Russia proprio attraverso la vantaggiosa mediazione della Transnistria, perlomeno fino a poco tempo fa: oggi “la Moldavia non dipende più dalla Transnistria“, assicura il ministro degli Esteri moldavo Mihai Popșoi. «Per quanto riguarda il gas – prosegue intervistato da Politico lo acquistiamo sul mercato internazionale. Per quanto riguarda l’elettricità, stiamo costruendo linee ad alta tensione per collegarci alla Romania», di modo da tagliare un’importantissima fonte di sostentamento per lo Stato separatista. «Le élite della Transnistria riconoscono già che acquistiamo elettricità dalla regione non perché siamo obbligati a farlo, ma perché l’alternativa è gettare la regione in una crisi umanitaria» aggiungeva in un’altra intervista il ministro dell’Energia moldavo Victor Parlicov, evidenziando l’asimmetria dei rapporti economici della Regione.

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Ilan Shor, leader del Partito Shor (EPA/DUMITRU DORU)

Così, affacciata sul baratro di una guerra senza fine, è ancora troppo presto per una riunificazione politica ma soprattutto interna della Moldavia. Le accuse di complotti, colpi di stato, attentati ai rispettivi leader si alternano pericolosamente: nel febbraio 2023 Chișinău aveva accusato i separatisti di complottare un golpe, e nel giugno dello stesso anno ha dichiarato illegale il partito Shor dell’oligarca moldavo Ilan Shor. Il partito, una formazione filorussa populista, era stato accusato da un Tribunale di aver pagato persone violente per fomentare proteste e sommosse nel Paese. Shor, che oggi vive in Israele per sfuggire a una condanna per truffa e riciclaggio di un miliardo, è stato recentemente condannato a 15 anni di carcere, ma la Corte Costituzionale del Paese ha respinto la legge con cui si impediva ai partiti fuorilegge di correre per le elezioni. Così, ci si aspetta un testa a testa altamente polarizzato nell’autunno 2024, quando la Moldavia tornerà alle urne per determinare il suo nuovo presidente e, conseguentemente, il suo prossimo futuro.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/EPA/Zsolt Czegledi