L’Alleanza Atlantica tra la nomina del nuovo segretario generale, il vertice di Washington, le sfide della Russia (e della Cina) e l’ombra delle elezioni negli Stati Uniti. Ne abbiamo parlato con due esperti
Sono stati giorni intensi per la NATO quelli tra la fine di giugno e la metà di luglio, dalla nomina di Mark Rutte a nuovo segretario generale dell’Alleanza fino al vertice di Washington. Ma andiamo con ordine e partiamo da Rutte. Nome, quello dell’ormai ex premier olandese sul quale hanno concordato tutti e 32 gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica. Anche Ungheria, Slovacchia e Romania. Bucarest ha dato il suo sostegno a Rutte dopo il ritiro della candidatura del presidente romeno Klaus Iohannis il 20 giugno scorso.
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Il premier ungherese Viktor Orbán ha assicurato il suo appoggio dopo aver trovato un accordo in base al quale l’Ungheria potrà non partecipare alle iniziative della NATO in sostegno dell’Ucraina: in sostanza Budapest non avrà l’obbligo di fornire finanziamenti a Kiev e di inviare proprio personale nel Paese. Un patto che Rutte ha accettato di siglare nonostante sia da sempre un fervido sostenitore dell’Ucraina. È, poi, arrivato anche l’ok della Slovacchia, annunciato dal presidente Peter Pellegrini. «Dopo aver consultato entrambi i candidati [Rutte e Iohannis, NdR] – ha affermato Pellegrini – la Repubblica slovacca può immaginare di sostenere il premier olandese Mark Rutte come capo dell’Alleanza. Bratislava chiede l’aiuto dell’Aja per garantire la propria difesa aerea e Rutte ha espresso la volontà di occuparsene in futuro».
Mark Rutte succederà a Jens Stoltenberg, che lascia il posto da numero uno dell’Alleanza Atlantica dopo un mandato decennale, prorogato per ben quattro volte, vista la necessità di garantire alla NATO una certa continuità dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. L’investitura ufficiale è arrivata prima del previsto, il 26 giugno. «È un grande onore essere nominato Segretario generale della Nato – ha dichiarato Rutte – L’Alleanza è e rimarrà la pietra angolare della nostra sicurezza collettiva. Guidare questa organizzazione è una responsabilità che non prendo alla leggera. Sono grato a tutti gli alleati per aver riposto la loro fiducia in me. Sono ansioso di assumere l’incarico con grande vigore in ottobre, come successore di Jens Stoltenberg, che ha fornito alla NATO una leadership eccezionale negli ultimi 10 anni e per il quale ho sempre nutrito grande ammirazione».
Il mandato inizierà a ottobre, un mese prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Si tratta, però, di un momento cruciale per l’intero scenario internazionale. La prima questione è certamente quella della guerra in Ucraina, che si lega anche all’esito del voto statunitense del prossimo novembre.

Prima del vertice
La prima prova per Rutte è statoil vertice della NATO a Washington dal 9 all’11 luglio, al centro del quale c’è stata, ovviamente, la guerra in Ucraina, di cui il neo segretario dell’Alleanza Atlantica è sempre stato un fervido sostenitore. Intanto si può dire che il mandato del nuovo segretariocon molta probabilità sarà in continuità con quello di Stoltenberg. «Non conosco nei dettagli le biografie politiche di Mark Rutte e di Jens Stoltenberg ma senz’altro entrambi, prima di entrare a far parte della rosa di nomine al segretariato generale della NATO, hanno condiviso una carriera politica già ben inserita nella comunità euro-atlantica» ci ha spiegato Andrea Carati, professore all’Università degli Studi di Milano e Associate Research Fellow all‘ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), che abbiamo contattato prima dell’inizio del summit.
Il vertice è iniziato il giorno dopo dell’attacco russo su diverse città ucraine, che ha colpito anche un ospedale pediatrico nella Capitale Kiev che ha causato – al momento in cui scriviamo – 44 vittime. «Tutta la Nato, ossia i suoi Paesi membri e gli organi decisionali interni, sono stati sostenitori della causa ucraina e dunque l’alleanza non poteva che immaginare un futuro segretario generale in linea con ciò che ha fatto Stoltenberg – ha spiegato Carati – Rutte proseguirà nella stessa direzione, riconfermando il sostegno militare a Kiev e manterrà le porte aperte per un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO. Anzi, credo che la sua stessa nomina sia un segnale di piena continuità sulla crisi ucraina e sulla guerra, benché a oltre due anni dall’inizio del conflitto, con il fronte sostanzialmente fermo da quasi un anno, non se ne veda ancora via d’uscita».
L’altra questione è sicuramente quella delle elezioni presidenziali che si svolgeranno a novembre negli Stati Uniti, appena un mese dopo l’insediamento di Rutte. A suscitare quesiti è un eventuale secondo mandato di Donald Trump, che in passato non ha lesinato critiche alla NATO, anche se è improbabile che gli USA lascino l’Alleanza. «Non credo che Trump, al di là della retorica anti-globalista e anti-NATO, possa sul serio sganciare gli USA dall’alleanza e voltare le spalle all’Europa – ha affermato Carati – Trump è una figura piuttosto imprevedibile ma se il suo possibile secondo mandato alla presidenza assomiglierà al primo, per la NATO non cambierà nella sostanza nulla». Il più grande punto di domanda riguarda, invece, l’eventuale atteggiamento del tycoon nei confronti del conflitto in Ucraina. «Uno degli elementi di indeterminatezza rimane tuttavia ancora la guerra in Ucraina – ha spiegato ancora il professore – se Trump deciderà di aprire un negoziato per porre fine al conflitto, anche mettendo in conto concessioni a Mosca, le tensioni entro la NATO potrebbero essere piuttosto profonde. Gli alleati europei si vedrebbero costretti a tradire tutte le promesse fatte a Kiev negli ultimi due anni, a meno di continuare a credere che per la NATO e per la difesa europea gli Stati Uniti non siano indispensabili. Un atto di illusionismo che l’Europa potrebbe pagare molto caro negli anni a venire».
Il vertice di Washington è stata anche occasione per celebrare i 75 anni della NATO: il Patto Atlantico è stato firmato il 4 aprile 1949 proprio a Washington da 12 Paesi (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti) per garantire la difesa collettiva del blocco occidentale contro il blocco orientale, guidato dall’Unione Sovietica, la cui alleanza militare è stata siglata dal Patto di Varsavia del 1955. Negli anni, ovviamente, hanno aderito anche altri Paesi: oggi in totale sono 32 gli Stati membri. L’ultima a entrare, nel marzo 2024, è stata la Svezia, che proprio a Washington prende parte per la prima volta a un vertice con il primo ministro Ulf Kristersson. L’apertura all’ingresso di Stoccolma, così come a quello della Finlandia era arrivata durante il vertice di Madrid del 28-29-30 giugno 2022: Helsinki è, poi, entrata a far parte dell’Alleanza Atlantica nel 2023. Ma è un summit di prime volte: prima volta anche per il neo premier britannico Keir Starmer, vincitore delle elezioni tenutesi lo scorso 4 luglio, che ha riportato i laburisti al poter nel Regno Unito dopo 14 anni.
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Tra gli altri partecipanti – oltre, ovviamente, ai capi di Stato e di governo dei Paesi membri –l’attuale presidente del Consiglio europeo Charles Michel (al quale nel dicembre 2024 succederà Antonio Costa), l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell (ma non la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, rimasta a Bruxelles per le consultazioni in vista del voto). Presente anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Per l’Italia presenti la premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto. Ma c’erano anche i partner dell’Indo-Pacifico, ormai partecipanti regolari ai summit dell’Alleanza Atlantica: Australia, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda. Hanno partecipato, quindi, il vice primo ministro australiano Richard Marles, il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol, il primo ministro giapponese Fumio Kishida e quello neozelandese Cristopher Luxon. I quattro Paesi dell’Indo-Pacifico sono stati invitati a partecipare per la prima volta a un vertice dell’Alleanza Atlantica proprio in occasione del summit di Madrid, che ha evidenziato la necessità di affrontare la “questione Cina”. Punto ribadito anche durante il vertice di Vilnius, in Lituania, dell’11 e 12 luglio 2023 e che, come vedremo, ha subìto una svolta durante quest’ultimo summit a Washington.
E proprio il vertice di Vilnius era stata ribadita la necessità per tutti i Paesi membri di investire il 2% del PIL nelle spese per la difesa – come concordato durante il vertice di Celtic Manor, in Galles, nel 2014 – obiettivo che, però, ad oggi, non tutti gli Stati hanno raggiunto. tra questi non c’è l’Italia). Inoltre, secondo il Defense Production Action Plan, i Paesi membri devono impegnarsi a investire almeno il 20% dei bilanci per la difesa in equipaggiamenti principali, comprese le attività di ricerca e sviluppo.
Gli occhi, però, erano puntati sullo stato di salute del padrone di casa Joe Biden dopo il dibattito con l’eterno rivale Donald Trump. Certo, amaramente con il senno di poi, potremmo affermare che dopo la conclusione del vertice la situazione è diventata ancora più incerta con l’attentato a Trump durante un comizio a Bethel Park, nei pressi di Butler, in Pennsylvania [la maggior parte di questo articolo è stato scritto e le interviste sono state effettuate prima dell’attentato, NdR].
Poco prima dell’inizio del summit abbiamo chiesto al professor Carati quali fossero i temi sul tavolo. «I temi saranno gli stessi del summit dell’anno scorso a Vilnius: impegno sul conflitto in Ucraina e contenimento della Russia, controllo e contrasto alla proliferazione nucleare, attenzione all’attivismo della Repubblica Popolare Cinese in aree sensibili per la NATO (Artico e Mediterraneo in particolare). Le sfide e le priorità a cui si trova davanti la NATO oggi sono le stesse discusse dal vertice di Madrid del 2022 in poi».
Già prima dell’inizio, il Cremlino aveva fatto sapere che avrebbe seguito con la “massima attenzione” il vertice, con Dmitry Peskov, portavoce del presidente Vladimir Putin, che aveva dichiarato che l’Alleanza Atlantica “considera la Russia un nemico”.

Dopo il vertice
Ma cosa è successo? Quali sono state le conclusioni del summit? Innanzitutto risulta evidente come il vertice a Washington sia stata l’occasione per blindare il sostegno a Kiev. Dai leader è arrivato l’impegno a fornire al Paese aiuti militari per 40 miliardi di euro “entro il prossimo anno”, oltre all’invio degli F-16 – il cui trasferimento è già iniziato – e batterie di difesa come i SAMP/T. Ma non solo. Nel documento finale il percorso di adesione dell’Ucraina è stato definito “irreversibile”, anche se al momento non c’è una data precisa. Una decisione che mostra, sì, un forte sostengo all’Ucraina, ma che al momento non è realizzabile visto che un Paese in guerra non può entrare nell’Alleanza Atlantica, come ha ricordato Nicolò Fasola, docente di Relazioni Internazionali e Relazioni Russia-Cina presso l’Università di Bologna, e tutor per il corso di LM in East European & Eurasian Studies, che abbiamo intervistato subito dopo il summit.

«In effetti un Paese fintanto che è in guerra non può e non dovrebbe entrare nella NATO perché automaticamente implicherebbe l’entrata della NATO stessa in guerra per via dell’articolo quinto del Trattato Atlantico – ha spiegato Fasola – Sia nella dichiarazione finale del summit di Washington, sia nei vari comunicati rilasciati dai leader, sia nei comunicati congiunti tra NATO e Ucraina, in effetti compare questa frase per cui il futuro dell’Ucraina è nella NATO, l’integrazione dell’Ucraina nell’area euro-atlantica è irreversibile. Da un lato sicuramente questo modo netto di descrivere il destino dell’Ucraina è un cambio di tono rispetto alle intenzioni dell’Alleanza che sembrano perdere, almeno a livello retorico, un po’ di quell’indecisione che caratterizza le dichiarazioni singole di alcuni leader europei quando parlano individualmente al di là dei consessi NATO. Dall’altro lato ricordiamoci che la NATO non è nuova a dichiarazioni di questo tipo rispetto ad alcuni partner aspiranti membri che, però, poi non hanno trovato sostanza. Già nel 2008 nel famoso summit di Bucarest gli Alleati avevano affermato “Georgia e Ucraina diventeranno membri della NATO”: avevano usato un futuro indeterminato implicando che a un certo punto, non si sa bene quando, sarebbero sicuramente diventati membri. Ora, durante l’ultimo summit quest’idea è stata messa in modo un pochino più esplicito ma nella sostanza non ci porta troppo lontani da quelle che erano le dichiarazioni precedenti. Se guardiamo la dichiarazione del summit, al paragrafo 16 [qui si può leggere la dichiarazione integrale, NdR] in cui parla del futuro nella NATO dell’Ucraina si specifica che la membership è subordinata al parere unanime degli Alleati e alla capacità dell’Ucraina di raggiungere determinati requisiti. Quindi, anche in un mondo ideale in cui la guerra terminasse e l’Ucraina raggiungesse determinati requisiti militari per diventare un membro effettivo della NATO, penderebbe comunque la decisione politica che potrebbe giocare a sfavore della stessa Ucraina. L’ultimo pensiero riguarda proprio la guerra in corso. Come si accennava all’inizio, finché c’è guerra è difficile pensare che l’Ucraina diventerà membro della NATO, però questa è una questione particolarmente importante poiché fino a oggi non è ben chiaro quale sarà l’orizzonte temporale di risoluzione della guerra, pertanto questa membership potrebbe essere rimandata nel tempo all’infinito».
Sorvegliati speciali i rapporti tra la Russia e la Cina. Il cambiamento maggiore, infatti, è rappresentato dal monito diretto che gli alleati hanno lanciato a Pechino, accusandola apertamente di sostenere Mosca e definendola una “facilitatrice decisiva” nella guerra. «Questa dichiarazione segna un certo cambio di passo, forse più rispetto a quelle che riguardano l’Ucraina – ha dichiarato il dottor Fasola – Nelle dichiarazioni di Madrid e di Vilnius del 2022 e del 2023, nei comunicati e nel Concetto strategico dell’Alleanza, la Cina era identificata pur sempre come un attore problematico, però si notava come ci potessero essere degli spiragli e la Cina potesse essere convinta di non dare il proprio supporto netto alla Russia. Questo modo di vedere la Cina pare essere stato abbandonato durante questo summit. Effettivamente la Cina viene etichettata formalmente come un connivente della guerra, come un sodale della Russia, e si dice che questo non potrà che avere un impatto negativo sugli interessi e la reputazione della Cina, in qualche modo lasciando intendere che ci saranno delle conseguenze per questa sua scelta».
La questione dei rapporti sulla Cina, però, era sul tavolo già da diverso tempo. «La Cina viene ribadita in quanto sfida sistemica alla sicurezza euro-atlantica. Sembra che lo spazio di potenziale cooperazione o di dialogo con la Cina da parte della NATO si stia riducendo e questo segnala la presa di una certa direzione di un dibattito che era in atto all’interno della comunità transatlantica già da tempo – ha ribadito Fasola– Intorno al 2022 nelle discussioni con colleghi e membri ufficiali della NATO era molto accesso il dibattito sul cosa fare con la Cina e si vedeva chiaramente un divario di visioni che passava attraverso l’Atlantico. Da una sponda c’erano gli Stati Uniti, che erano decisi a nell’indentificarla come una minaccia fondamentale all’ordine internazionale e agli interessi degli Stati Uniti, intenzionati a coinvolgere la NATO nel gestire la minaccia o la sfida cinese. Dall’altra c’era la cosiddetta NATO Europe, la compagine europea – o quantomeno intellettuali e professionisti che provenivano dall’Europa – che, invece, avevano uno sguardo un po’ più scettico sulla questione, consapevoli del fatto che pochi Stati europei hanno le capacità militari per poter essere di supporto in modo efficace ed efficiente agli Stati Uniti nello scenario indo-pacifico, ma anche consapevoli del fatto che gli interessi politici ed economici dell’Europa sono diversi da quelli degli Stati Uniti quando si guarda alla Cina. E quindi, dal lato europeo si cercava di spingere verso un approccio un po’ più indulgente verso la Cina, o comunque meno ostile. Data la scelta cinese di supportare in modo pratico lo sforzo russo in Ucraina gli equilibri tra queste due fazioni di pensiero devono essersi rivolti a favore dei primi ed ecco la ragione potenziale di queste dichiarazioni» Non è, però, ancora chiaro, dal punto di vista concreto, cosa possa succedere in questo senso da qui in avanti. «Cosa farà la NATO nel concreto per dar seguito alla nuova etichetta “lotta alla Cina” non saprei dire – ha continuato Fasola – Immagino che nulla verrà fatto nel brevissimo termine, se non quanto era già stato avviato l’anno scorso, ossia un’intensificazione del partenariato con i cosiddetti Asia-Pacific Four, non soltanto in supporto dell’Ucraina nello scontro con la Russia ma anche nel supporto degli interessi transatlantici, ossia statunitensi nell’indo-Pacifico, a contenimento della Cina».
La Cina ha risposto che la NATO usa un linguaggio “provocatorio, pieno di bugie ispirate da mentalità da guerra fredda”. Immediata anche la reazione del Cremlino, che ha accusato l’Alleanza Atlantica di non sostenere la pace, con il portavoce Peskov che ha affermato che “la NATO è di fatto pienamente coinvolta nel conflitto attorno all’Ucraina”.

Sono state, però, affrontate altre questioni. L’Italia, insieme a Francia, Germania e Polonia, ha firmato una lettera di intenti sull’ELSA (European Long-Range Strike Approach), piano finalizzato, si legge, “a migliorare la nostra capacità, come europei, di sviluppare, produrre e fornire capacità nel campo degli attacchi a lungo raggio, che sono estremamente necessarie per scoraggiare e difendere il nostro continente“.
«Per ora, da quel che è trapelato, si tratta di una mera lettera di intenti – che potrebbe essere estesa anche al Regno Unito quando il governo che si è recentemente insediato avrà una presa sugli interessi e le dinamiche del Paese – sullo sviluppo di sistemi missilistici da crociera ground-launched con un raggio superiore ai 500 chilometri in funzione anti-russa – ha spiegato il dottor Fasola – O quantomeno, ciò che sta avvenendo in Europa è stato un trigger fondamentale per questa decisione. Perché farlo in gruppo e non individualmente? Per un’ovvia ragione di sinergia, di ammortizzamento dei costi, d’altronde il progetto partirà da un sistema missilistico già esistente utilizzato dalle forze armate francesi, sviluppato e implementato da un consorzio di Airbus, BAE Systems e Leonardo, quindi l’Italia aveva già degli interessi pregressi. È un progetto di un sistema missilistico europeo di lungo raggio fondamentale per coprire il cosiddetto capability gap che si è reso evidente alle Forze armate europee dato il ritorno a una guerra su larga scala in Europa. Nel dopoguerra gli Stati europei non si erano dotati di questi sistemi ground-launched, ossia lanciati da sistemi di terra, che si sono resi nuovamente necessari per questioni di deterrenza oppure per un eventuale scontro diretto con una grande potenza dalle grandi capacità militari come quelle della Russia. Ed era una categoria di armamenti che era precedentemente vietata sotto l’INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) in vigore fino al 2019 tra Stati Uniti e Russia, che vietava lo sviluppo e il dispiegamento in Europa delle capacità missilistiche con un raggio superiore ai 500 chilometri».
È innegabile, però, che già prima dell’inizio aleggiasse sul summit il tema delle elezioni negli Stati Uniti e, soprattutto, di un eventuale secondo mandato di Trump. Anche secondo il dottor Fasola un ritorno del tycoon alla presidenza non significherebbe un “cambiamento rivoluzionario” per l’Alleanza Atlantica. «Sono scettico circa il potenziale rivoluzionario che un’eventuale nuova presidenza Trump potrebbe avere sulla NATO in sé e per sé – ci ha spiegato – È vero che questo sarebbe il secondo mandato di Trump e dopo non potrebbe più essere rieletto quindi, storicamente, durante il secondo mandato i presidenti americani si permettono di implementare politiche un pochino più radicali rispetto a quelle del primo mandato. In questo senso potremmo aspettarci da Trump qualcosa in più rispetto a quello che aveva già fatto durante la prima presidenza. Cionondimeno, considerando che Trump è sì spregiudicato, sì con una narrativa deflagrante e non convenzionale e sì, ha un approccio transazionale alla politica internazionale (ma questo non è del tutto inusitato in generale, per certi versi anche la politica estera di Meloni all’interno dell’Unione europea è transazionale) ma è un uomo pratico. Se guardiamo quanto aveva fatto durante il primo mandato nei confronti della NATO si era limitato a ripetere, e in qualche modo a forzare la mano, su una questione che storicamente era già stata sollevata da qualsiasi altra presidenza americana – pur con toni più consoni alla normale politica internazionale – il burden sharing, ossia la distribuzione dei costi dell’Alleanza tra gli alleati. In una certa misura dobbiamo non soltanto ringraziare Putin – sarcasticamente parlando – ma anche Trump del fatto che più Stati membri negli ultimi anni si siano spinti fino al raggiungimento del 2% del PIL nelle spese per la difesa. Dubito per questo, ma anche per un’altra serie di ragioni, che Trump sceglierà corsi politici della serie “Lascio la NATO” poiché è stato dimostrato da numerosi analisti e studiosi come i cardini fondamentali della politica estera americana, anche durante la presidenza Trump, non siano cambiati sostanzialmente, e l’appartenenza alla NATO è uno di questi. Perché? Perché per quanto il presidente americano abbia una forte influenza sulla politica estera dello Stato, per quanto il suo carattere possa dare una certa forma e tono alla politica estera statunitense, lo sforzo di fare politica estera è concertato. Le istituzioni e i professionisti della sicurezza, della politica estera e della difesa, il cosiddetto “blob” dello stato americano, lavorano perché determinati corsi di azione vengano mantenuti e perché altri non vengano presi, dando una certa coerenza di lungo periodo alla linea di politica estera, a prescindere dai cambiamenti alla Casa Bianca. Questo, in realtà, succede in qualsiasi Stato. E anche per questa ragione non mi aspetto che ci siano delle rivoluzioni cataclismiche».
Anche per Fasola l’incertezza potrebbe essere data dalla postura di Trump nei confronti della guerra in Ucraina. «Quello che può cambiare è, invece, la linea specifica della politica estera degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina e dalla Russia – ha affermato l’esperto – Trump continua a dire che riuscirebbe a risolvere la guerra e a ottenere la pace ancor prima di insediarsi nel gennaio 2025: non si capisce bene se lo farà minacciando la Russia di neutralizzarla o se spingendo Zelensky al tavolo negoziale, probabilmente la seconda. Forse è questa la paura maggiore della NATO in questo momento, più che un abbandono tout court dell’Alleanza da parte degli Stati Uniti, ed è forse in quest’ottica che vanno lette alcune misure a supporto dell’Ucraina più istituzionalizzate, adottate dagli alleati durante questo summit. Al netto delle dichiarazioni di supporto politico e morale alla causa ucraina e vaghi riferimenti alla sua ineluttabile membership nella NATO, gli alleati hanno messo assieme queste soluzioni per stabilizzare nel medio periodo il supporto all’Ucraina, assicurando una certa stabilità dell’influsso degli aiuti militari, e quindi stabilizzando l’orizzonte strategico per l’Ucraina stessa assicurandola, almeno nel medio periodo, da eventuali azioni di una presidenza Trump 2.0. Anche questo “rimpacchettamento” del supporto NATO all’Ucraina, la sua maggiore istituzionalizzazione, da un lato aumenta la stabilità del supporto e lo assicura nel medio periodo ma non va dato per scontato che venga assicurato nel lungo periodo. Nelle dichiarazioni finali nella pledge sulla Long-Term Security Assistance for Ukraine, è scritto tra le righe che alcuni contributi saranno proporzionali e sottoposti a revisioni annuali e comunque dovranno essere erogati in accordo con le procedure di budget per la difesa nazionali. Quindi ci sono numerosi aspetti che potrebbero essere utilizzati o manipolati dai singoli Stati che vogliono dichiarare o ritirare il proprio supporto di lì a un anno».
Come abbiamo visto, questo vertice non ha rappresentato solamente un’occasione per celebrare i 75 anni della NATO. Ma ora qual è il focus dell’Alleanza Atlantica? «Fin dal primo paragrafo della dichiarazione del Washington summit si capisce qual è lo spirito di questa NATO nel 2024, che si percepisce come la più forte alleanza nella Storia e si definisce come “unica”, “essenziale” e “indispensabile”, quindi si percepisce come rinvigorita, in qualche modo, dagli eventi degli ultimi anni. Se secondo Macron la NATO era “brain dead” [“cerebralmente morta”, NdR], la guerra in Ucraina ha rinvigorito il cervello e le membra dell’Alleanza stessa. In effetti, da un punto di vista puramente militare, l’Alleanza ha registrato alcuni problemi, mancanze, incoerenze interne alla propria pianificazione, che l’avevano afflitta nel tempo perché non c’era una necessità concreta per l’Alleanza, l’aspettativa imminente di dover fronteggiare un cosiddetto near-peer, un’altra grande potenza, in uno scontro campale, militare diretto sul terreno. I piani di contingenza militare effettiva per più di quali capacità che i singoli Stati avrebbero potuto dare in questo o quell’altro scenario per difendere la sicurezza collettiva o, addirittura, una lista degli obiettivi nemici principali da colpire in caso di uno scontro diretto: tutte queste cose mancavano fino al 2022. Questo sicuramente è una garanzia in più per la capacità della NATO di difendere i propri cittadini. Anche politicamente, in qualche misura, si percepisce un’Alleanza un po’ più coesa nonostante permangano le solite fratture tra gli interessi americani e quelli europei, gli interessi dei cosiddetti nuovi membri delle istituzioni dell’Euroatlantico, quelli dell’Est Europa, e dei vecchi membri, quelli dell’Europa occidentale, e una divergenza tra Nord e Sud in termini di sguardo strategico. La guerra in Ucraina in qualche modo ha ridotto, almeno nel breve e medio termine, queste divergenze: rimangono lì ma non paiono essere più critiche come erano una volta. Al netto di tutto, in termini di autopercezione, ma anche di funzionamento e di mandato la NATO sembra essere ritornata a quelle che erano le proprie origini, cioè una NATO che è principalmente un’alleanza difensiva. Dopo la Guerra Fredda, essendo scomparso il grande nemico che aveva giustificato l’esistenza della NATO, ossia l’Unione Sovietica, la NATO per sopravvivere ha cercato di reinventarsi come un’istituzione non più soltanto regionale ma globale che avrebbe contribuito al crisis management e alla cooperazione per la sicurezza a livello globale, anche tramite mezzi e metodi non necessariamente militari. Il riorientamento era già iniziato intorno al 2014-2015 ma nel 2022 la NATO si è ri-orientata verso le proprie origini con un focus prettamente militare, e quindi verso il ritorno alla propria funzione principale come alleanza difensiva. La NATO continua a scrivere nei propri documenti che comunque continuerà a perseguire tutte e tre le “core tasks”, cioè quella di essere un’alleanza difensiva, il crisis management and prevention e la cooperative security , ma a queste due viene data sempre meno enfasi nei comunicati. Ad esempio, in quest’ultima dichiarazione del summit di Washington il terrorismo – il cui contrasto solitamente ricadeva nella task di “crisis management and prevention” – viene brevemente indicato come la seconda minaccia maggiore alla NATO, ma in pratica se ne parla solo in un paragrafo. Mentre alla Russia si dedicano i paragrafi dal 17 al 21 e tutta una serie di altri paragrafi vengono dedicati a questioni di difesa in senso militare tradizionale. Si parla, poi, della cooperative security, quindi sostanzialmente dei partenariati, che vengono ridotti a quello con l’Ucraina, quello con gli Asia-Pacific Four, e quello con l’Unione europea. Questi vengono reinterpretati soprattutto come un supporto alla sicurezza militare dell’Alleanza Atlantica e in chiave di supporto all’Ucraina nella propria guerra contro la Russia, quindi perdono un po’ quel senso di globalità e quella dimensione non militare che era, invece, propria dei partenariati fino a prima della guerra. Per concludere, è una sorta di NATO che sta ritornando alle proprie origini: un’alleanza militare difensiva. Questo può aiutare la NATO nei suoi sforzi di razionalizzazione, a diventare più efficace e d efficiente: dagli anni Novanta ha sempre avuto problemi di prioritizzazione, di utilizzo delle proprie limitate risorse finanziarie e militari perché disperse tra troppi obiettivi, però bisognerà vedere se c’è spazio nella politica internazionale per una simile alleanza nel lungo termine».
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Ad oggi abbiamo davanti una NATO che cerca il ritorno alle origini dal punto di vista militare e geopolitico, spingendosi verso quella maggiore centralità che prima della guerra in Ucraina sembrava aver perso.
di: Francesca LASI
FOTO: ANSA/EPA/Radek Pietruszka POLAND OUT