Il verdetto delle europee è chiaro: crolla la SPD e trionfano gli estremismi. Lo storico Niglia: “monitorare la salute dello stato di diritto”

Nelle ultime elezioni europee, i cittadini che si sono recati alle urne sono aumentati dell’1% (al 51%): in Italia c’è stato un crollo dal 54,5% al 48,3%, ma in Germania c’è stata la massima affluenza dalla riunificazione, con quasi il 65% di tedeschi aventi diritto al voto che sono andati alle urne. E per la prima volta l’età minima degli aventi diritto è stata di 16 anni. 

Ma questa tornata elettorale passerà alla storia anche per altro: la disfatta dei due principali partiti del governo federale e per la vittoria dei due partiti di estrema destra ed estrema sinistra. I socialdemocratici dell’SPD, il partito più forte della coalizione del governo Scholz, hanno registrato il peggiore voto nella loro storia, il 13,9%, inferiore al minimo storico del 15,8% delle elezioni europee del 2019. I Verdi, il secondo più importante partito al governo federale, hanno accusato il peggiore calo tra tutti e sono scesi dell’8,6% all’11,9%. 

Alternative für Deutschland (AFD), partito di estrema destra mai entrato in un governo federale o regionale finora, è diventato il secondo partito in Germania e primo in Germania dell’Est, conquistando un risultato record al 15,9% nonostante gli scandali che hanno travolto i suoi candidati di punta per le europee alla vigilia del voto.

L’altro partito con posizioni estreme, ma a sinistra, è Alleanza Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW). Fondato lo scorso gennaio staccandosi da Die Linke, questo nuovo partito trainato dalla carismatica leader Sahra Wagenknecht ha debuttato in queste elezioni con il 6,2%, andando ben oltre la soglia di sbarramento al Parlamento tedesco del 5%. 

Soddisfatti del voto sono stati anche i liberali, partito al governo della coalizione semaforo con la percentuale più piccola, ma con il ministero chiave delle Finanze: l’FDP è riuscito a mantenersi sopra il 5%, che non era affatto scontato nei pronostici, ma registrando il 5,2% ha comunque accusato un calo dello 0,2% rispetto alle elezioni del 2019.

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Tino Chrupalla di AFD – Ansa

Federico Niglia, storico e professore associato di Storia internazionale all’Università per stranieri di Perugia, fa il punto sulla situazione in Germania e su cosa potrebbe cambiare in Europa: «Il primo punto è sicuramente che AFD non è stata contenuta nei risultati come pensavano molti analisti, secondo i quali l’elettorato tedesco avrebbe avuto paura di votarli, soprattutto all’indomani di una serie di scandali che oscillano tra il politico e il giudiziario.  confidando nel fatto che l’elettorato tedesco sarebbe rimasto, in fin dei conti, moderato. Così non è stato e non è l’unico dato interessante: oltre alla CDU che comunque sta risalendo, ma rimane nella dialettica più tradizionale, è da notare anche la buona performance dei liberali (FDP), gli unici della coalizione che si sono sentiti liberi di spostarsi a destra, e il buon risultato della Alleanza Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW). E tutto questo come lo possiamo interpretare? Sicuramente con il dato dello spostamento a destra: se AFD è un’espressione chiaramente socialpopulista, quello che è più paradossale è che la sinistra di BSW ha delle forti tinte nazionalistiche, che li portano lontano dalla tradizione del socialismo. Di contro, c’è la contrazione dell’SPD e dei Verdi. Questi ultimi hanno perso molto elettorato (-8,9%) rispetto alle elezioni del 2021: erano emersi come il partito dei giovani, ma questa esclusiva non ce l’hanno più, in favore di AFD e BSW e hanno comunque perso il loro fattore di novità, anche nel giro di un tempo abbastanza ridotto. Sullo sfondo di tutto questo c’è una CDU che comunque riguadagna respiro: è molto diversa da quella di Angela Merkel, e si è spostata anch’essa a destra: è uscita dalla fase di lunga transizione in cui era entrata dalla fine dell’era Merkel, salutando l’ascesa di Friedrich Merz e con l’emergere in Baviera di Markus Söder». 

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Quali sono le colpe del cancelliere Olaf Scholz in tutto questo? Se ci sono…

«Scholz paga un problema oggettivo della socialdemocrazia. Lui era riuscito inizialmente a invertire la crisi di lungo periodo dell’SPD, che, come tutta la socialdemocrazia europea, ormai inizia a pagare una scelta compiuta 30 anni fa, l’adesione al modello new labour di Tony Blair. Il socialismo oggi viene percepito come una realtà anche poco attraente, perché in molti temi, come il progresso sociale, l’uguaglianza, anche in termini di sviluppo sostenibile, i partiti socialisti spesso fanno molta fatica a mostrare la propria originalità. Tutto questo li ha resi facile preda dei Verdi prima, della CDU della Merkel dopo e così via. Scholz era riuscito ad invertire, in parte, questo trend, riportando il socialismo tedesco su un binario più tradizionale, cioè di un partito identitariamente più forte: queste elezioni europee ci fanno un po’ dubitare che la proposta sia effettivamente di grande respiro. Poi ci sono delle circostanze oggettive: il forte schieramento sulla guerra in Ucraina può essere stato accettato dal punto di vista del primato del diritto internazionale, ma poi il tedesco si è sentito in bolletta ed impaurito e questo può aver penalizzato il partito e l’intera coalizione». 

Il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto una sconfitta simile e ha sciolto il parlamento. Cosa succederà in Germania?

«Parliamo di due sistemi costituzionali fortemente diversi: Macron ha uno strumento in più e può fare un’operazione che gli permetterà di contare le teste, di spingere i francesi che non si sono recati alle urne a presentarsi (in Francia l’affluenza è stata del 45,26%, ndr). Questo in Germania non può avvenire, perché c’è un meccanismo costituzionale diverso; e poi credo che questo non sia dell’interesse della CDU, cui probabilmente conviene una strategia di ulteriore logoramento della coalizione in carica». 

Michael Kretschmer della CDU – Ansa

Stiamo comunque parlando di elezioni europee.

«Sì, però in Germania le elezioni europee vivono nella loro pienezza. È un Paese che si è espresso molto in questa competizione (65%), Ma soprattutto è il Paese che ha investito più in Europa. Non possiamo derubricare il caso tedesco come quello italiano. In Germania c’è una forte coscienza del peso dell’Unione europea, se non altro perché il peso dell’affermazione tedesca è avvenuta proprio attraverso di essa». 

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Cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi?

«Sicuramente un’accelerazione del processo di logoramento. Quello che AFD può dire è di essere una forza di sistema, ma non può essere inserita in coalizioni: questo è un nodo che ora sarebbe azzardato cercare di sciogliere. La CDU ha posto un veto forte. Mi aspetto, quindi, che questo incida nella politica tedesca complicandola, sia sul piano europeo che su quello nazionale. Nel primo contesto, perché è accaduta una cosa mai avvenuta prima, cioè che gli affluenti dell’Europa critica, dell’antieuropeismo, fino a questo momento erano tutto tranne che tedeschi. Ora questo è cambiato e quindi cambierà anche il contributo che la Germania darà all’Unione. E poi c’è il tema interno: queste elezioni europee, come le leggiamo le leggiamo, segnano comunque uno spostamento a destra dell’asse. Perché ha vinto chi si è spostato a destra, inclusa Sahra Wagenknecht».

C’è da essere preoccupati?

«La preoccupazione deve sorgere al di là delle etichette politiche, bensì sulla salute dello stato di diritto. E su come si evolve. AFD e BSW dicono esplicitamente determinate cose e questo ci dovrebbe preoccupare. Ma, in questo che gli storici hanno cominciato a chiamare “il decennio pupulista”, il momento retorico va poi sempre testato, cercando di capire se quelle forze che mostrano una tendenza una tendenza anti sistema stanno semplicemente mirando a una conquista del consenso per poi avviarsi a un processo di normalizzazione o no. La forza antisistema è una forza molto magmatica, molti partiti poi sono “rientrati”: la domanda è se quello che sta accadendo adesso conferma questo trend o meno. Ma potrebbe anche esserci un trend esplosivo». 

È sorprendente il risultato di AFD?

«Fino a un certo punto. La crescita era ben solcata ma certo non mi sarei aspettato che avrebbero superato i socialisti. È il comparativo che più mi dà da pensare. Che fosse forte, soprattutto in certe aree, non c’erano dubbi. Ma riflettiamo: l’ex Germania Est è passata dall’impero guglielmino al nazismo e poi al comunismo; quindi, dov’è che tutto questo afflato democratico si sarebbe potuto sviluppare? C’è un problema di assorbimento di lungo periodo, il dato strutturale mi ha sorpreso solo in parte. Mentre Fratelli d’Italia è una destra che guarda al centro, AFD il centro non lo sta nemmeno cercando».

di Giulia GUIDI

Olaf Scholz – foto Ansa