Lai Ching-te, vittorioso dopo le elezioni di Taiwan, punta al mantenimento dell’indipendenza de facto ma Pechino tira dritto: “riunificazione inevitabile”
Se è vero che lo stato di salute della democrazia nel mondo non sia dei migliori – l’annuale Democracy Index 2023 dell’Economist Intelligence Unit, pubblicato nella metà di febbraio, ci dice che solo il 7,8% della popolazione mondiale vive in uno dei 24 Paesi in “piena democrazia” (37,6% in 50 Paesi in una “democrazia imperfetta”, il 15,2% in 34 Paesi in un “regime ibrido” e il 39,4% in 59 Paesi in un “regime autoritario”) e che delle 70 tornate elettorali andate in scena o attese nel 2024 solo 43 si svolgeranno in piena trasparenza -, potrebbe risultare difficile credere a Lai Ching-te quando ha detto che “Taiwan ha centrato una vittoria per la comunità delle democrazie”. Le sue parole, riferite a un processo apparentemente democratico, tuttavia, sono vere solo in parte, perché a volte ci sono voci più forti di quelle del popolo.
Tra gli appuntamenti elettorali forse più attesi di questo anno solare, possiamo smarcare dalla lunga lista proprio quello taiwanese, occorso a gennaio: il risultato non ha regalato grandi colpi di scena ma non è importante. A importare davvero, per lo Stato de facto ma non de iure, è ciò che verrà nei mesi a seguire.
Riassumiamo brevemente quanto successo. Il 13 gennaio circa 19,5 milioni di cittadini taiwanesi aventi diritto su una popolazione totale di oltre 23 milioni di abitanti sono stati chiamati – fisicamente, poiché non esiste il voto elettronico – alle urne, sparse tra scuole e templi taoisti e buddisti, per eleggere il presidente e rinnovare i 113 seggi dello Yuan legislativo (Parlamento monocamerale di Taiwan), di cui 73 eletti a maggioranza semplice in circoscrizioni definite e 34 “liberi”, ovvero assegnati proporzionalmente a ciascun partito. Del totale degli elettori “solo” il 71,86% si è presentato, dato in calo del 3,04% rispetto alle elezioni del 2020 che aveva visto riconfermarsi alla guida della Repubblica di Cina la presidente Tsai Ing-wen. A questa tornata a spuntarla, in linea con gli ultimi sondaggi prima del silenzio elettorale, è stato Lai Ching-te, meglio noto come William Lai. Veloci cenni biografici: nato a Wanli nel 1959, Lai ha studiato come medico alla National Cheng Kung University di Taiwan e alla National Taiwan University di Taipei, prima, e alla Harvard School of Public Health di Boston, dopo. Nel 1996 è stato eletto in Assemblea nazionale per poi entrare nello Yuan due anni dopo, dove è rimasto fino al 2010 quando è diventato sindaco di Tainan. Dal 2017 al 2019 è stato premier di Taiwan e nel 2020 è diventato vicepresidente del Paese. Tra pochi mesi, dopo il risultato positivo alle elezioni, subentrerà a Tsai nella carica di presidente. In politica dagli anni Ottanta, Lai ha sempre fatto parte delle fila dello stesso partito, il Partito Progressista Democratico (DPP), fondato illegalmente nel 1986, che nel 2000 è riuscito a mettere fine agli oltre 50 anni di potere del suo principale oppositore, lo storico Kuomintang (KMT). È proprio il principale esponente del KMT, e non solo, che lo scorso gennaio Lai è riuscito a battere, ottenendo il 40,05% dei voti contro il 33,49% del nazionalista Ho Yu-ih e il 26,46% di Ko Wen-je, candidato del Partito Popolare di Taiwan (PPT). L’elezione di Lai, come detto, non sorprende ma neanche tranquillizza. Come esponente dell’ala ultraprogressista del DPP, laddove Tsia si distingueva per una posizione più moderata, il medico si ritrova con le mani in pasta nello stato di rigida tensione con la “grande madre” Cina che ormai da anni tiene sotto scacco lo Stretto.
Inutile qui ripercorrere la Storia – operazione in questa sede in realtà già compiuta -, basti ricordare che attualmente solo 12 Paesi intrattengono rapporti diplomatici con la Repubblica di Cina, riconoscendola dunque Stato de iure, ovvero Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano. Lo scorso gennaio – appena due giorni dopo le elezioni – il presidente di Nauru, piccola isola-Stato del Pacifico, David Ranibok Adean, ha annunciato il riconoscimento della Repubblica popolare cinese, definendo Taiwan “parte inalienabile del territorio cinese”, in linea con la politica di “una sola Cina” adottata da Pechino. La decisione, commentata da Taipei, è stata vista come una “ritorsione della Cina” contro le elezioni “democratiche”, nonché una “sfida diretta all’ordine internazionale”. Perché l’Isola parli di ordine internazionale è presto detto: se è vero che diplomaticamente Taiwan è “isolata”, a livello commerciale i suoi rapporti sono più che floridi, con i settori dell’elettronica e dell’informatica che fanno da volano per l’economia della “regina dei microchip”. La taiwanese Foxconn International Holdings, a titolo di esempio, è il principale fornitore della statunitense Apple e se de iure è più forte di de facto, “de pecunia” è più forte di tutto.
Non a caso, dunque, nello stato di tensione con la Cina, gli Stati Uniti d’America (e in coda tutti quelli che seguono, Stati europei in primis) si sono rivelati essere i principali alleati di Taiwan, non tanto nel sostenere una sua indipendenza futura – posizione di cui il neoeletto Lai pareva essere portavoce – quanto nel far sì che nulla cambi. Se nel 2022 sembrava essere stato raggiunto il punto di non ritorno con l’ex Speaker della Camera Nancy Pelosi che volava a Taipei per sostenere il “sostegno incondizionato” degli USA all’Isola, nel 2023 i rapporti tra Washington e Pechino sembrano aver trovato un punto di distensione con l’incontro tra Joe Biden e Xi Jinping a San Francisco, a margine del vertice dell’Asia-Pacific economic cooperation (Apec), bilaterale che ha riaperto i canali di comunicazione tra le due potenze. Biden chiede a Xi di non interferire con il processo elettorale, Xi chiede a Biden di smettere di fornire armi a Taipei; il primo chiede al secondo di non intervenire militarmente, quest’ultimo ribatte chiedendodi non interferire con quella che viene considerata una questione di politica interna. I due si stringono la mano e i requisiti della diplomazia sembrano essere soddisfatti.
All’indomani del voto, dallo Studio Ovale arriva la dichiarazione tanto attesa: «gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza di Taiwan». Pechino è forse soddisfatta, soprattutto quando neanche l’Unione europea pare sbilanciarsi più di tanto – «i nostri sistemi di governo sono basati sul rispetto dei principi democratici, dello stato di diritto e dei diritti umani. La pace e la stabilità nello stretto di Taiwan sono elementi chiave per la sicurezza e lo sviluppo nella regione e a livello globale. L’Ue resta preoccupata per le crescenti tensioni nell’area e si oppone a qualsiasi tentativo unilaterale di cambiamento dello status quo», la dichiarazione, blanda, che arriva da Bruxelles – e ancora di più quando anche Lai comincia a ritrattare il suo ultraprogressismo. Con l’ufficialità della sua elezione, il “pericoloso indipendentista” (come lo ha definito il portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan di Pechino, Chen Binhua) afferma di essere “determinato a salvaguardare Taiwan dalle continue minacce e intimidazioni da parte della Cina”, ma anche di voler rilanciare i rapporti – “il dialogo al posto del confronto” – con la Cina costruendo “un ambiente politico di cooperazione e comunicazione” e, soprattutto, di voler mantenere lo status quo di un’indipendenza di fatto che, tutto sommato, funziona, senza nutrire “illusioni”.
Non è difficile immaginare cosa spinga Lai verso posizioni più morbide: non gli manca solo il sostegno della comunità internazionale (inimicarsi la Cina non sembra convenire a nessuno, soprattutto mentre i focolai di guerra in Ucraina e Medio Oriente non danno segno di volersi spegnere), gli manca anche quello dell’organo legislativo e, ancora peggio, del popolo. Se la vittoria alle urne per la carica di presidente – la terza di fila – ha sicuramente rappresentato un bel colpo per il DPP, lo stesso non si può dire per il rinnovo dello Yuan dove il partito – che ha conquistato 51 seggi – ha perso la maggioranza. Il KMT – soprattutto grazie alla popolarità del sindaco di Nuova Taipei Hou Yu-ih – è il principale partito del Paese con 52 seggi ma, attenzione, la vera sorpresa è stata il successo del PPT che, forte soprattutto del voto dei più giovani (oltre il 30% degli elettori aveva un’età compresa tra i 20 e i 39 anni), forse stufi della storica dicotomia nazionalisti-indipendentisti, ha ottenuto 8 seggi. Fondato nel 2019 dall’allora sindaco della Capitale de facto Ko Wen-je, il Taiwan People’s Party è cresciuto rapidamente, passando dall’11,22% di voti (cinque seggi) nel 2020 al più recente 22,07%: il suo ruolo ora è chiaro, sarà l’ago della bilancia di una legislatura che si presenta difficile per la coalizione pan-verde, in cerca disperatamente di un alleato che potrebbe nascondersi proprio tra i populisti.
Per l’indipendenza, dicevamo, manca anche l’appoggio del popolo. Secondo i più recenti dati raccolti dalla National Chengchi University, infatti, interrogati sui rapporti intra-stretto sempre meno taiwanesi sostengono la via della “independence as soon as possible” o della “unification as soon as possible”, mentre sempre più si dicono a favore del “maintain status quo indefinitely”. Crolla, invece, il dato di chi vorrebbe mantenere lo status quo sulla via dell’indipendenza o dell’unificazione. La scelta preferita, dunque, è quella di non scegliere.
Quali saranno i prossimi passi di Lai sul tema è ancora tutto da scoprire, in linea con la sua campagna elettorale ha riaffermato l’intenzione di rafforzare la “deterrenza della difesa, le capacità di Taiwan in termini di sicurezza economica, i partenariati con le democrazie di tutto il mondo” e mantenere “una leadership stabile e basata su principi nelle relazioni”. Pechino, tuttavia, ha già messo le mani avanti: l’elezione del rappresentante del DPP – che comunque “non rappresenta l’opinione pubblica maggioritaria dell’isola”, ha voluto ricordare Chen Binhua – “non ostacolerà l’inevitabile riunificazione”. Come debba avvenire resta un’altra incognita. Gli osservatori internazionali, a tal proposito, escludono la possibilità di una imminente aggressione militare, soprattutto laddove secondo una stima di Bloomberg Economics la chiusura dello Stretto al commercio peserebbe sul traffico internazionale per 10mila miliardi di dollari. “De pecunia”, come detto.
“Poiché tutto muta, meno la legge del mutamento”, il mantenimento dello status quo per come lo conosciamo è difatti impossibile. I prossimi snodi saranno prima a maggio 2024, quando Tsai cederà ufficialmente la poltrona a Lai, poi nel 2027 quando lo stesso Lai, si suppone, sarà impegnato nella campagna elettorale per il voto del 2028 e, soprattutto, quando Xi Jinping sarà impegnato nel XXI Congresso del Partito comunista cinese dove, si presume, sarà alla ricerca del quarto mandato alla guida del partito e del Paese. Nel frattempo, il prossimo novembre anche gli Stati Uniti andranno al voto e il risultato potrebbe, come non, ribaltare le carte in tavola. L’ago della bilancia dovrà pendere da un lato o dall’altro ma la democrazia potrebbe non uscirne in piedi.
BOX – Il globo chiamato alle urne
Ribattezzato “il più grande anno elettorale della Storia”, il 2024 vedrà ben 76 Paesi nel mondo andare alle urne con oltre quattro miliardi di cittadini chiamati ad esprimere – più o meno liberamente – le proprie preferenze, tra elezioni generali e locali e rinnovo degli organi legislativi e presidenziali. A gennaio abbiamo assistito alle elezioni a Taiwan e in Bangladesh, a febbraio in El Salvador, in Bielorussia e in Pakistan, a marzo tocca a Iran, Russia e Portogallo. Seguiranno India, Messico, Unione Europea, Stati Uniti e Regno Unito. E ancora: Austria, Belgio, Croazia, Lituania, Romania, Croazia, Finlandia, Lituania, Romania, Slovacchia, Azerbaigian, Georgia, Moldavia, Nord Macedonia, Islanda, si vocifera Ucraina; poi, Venezuela, Mongolia e 16 Paesi africani, tra cui Senegal, Algeria, Sudafrica e Mozambico. Non manca l’Italia con le amministrative in cinque regioni.