Europei, Spalletti, prossima destinazione: intervista a tutto tondo con il mister che ha lasciato un segno indelebile sotto la Lanterna
Un soprannome come “Il Maestro” è difficile da portare e comporta scelte. Anche difficili. Marco Giampaolo non ha una panchina dall’ottobre 2022, ma questo sembra non aver offuscato affatto l’ammirazione e l’affetto dei tifosi che l’hanno visto sulla panchina della propria squadra.
Dopo una discreta carriera da calciatore (finita prematuramente all’età di 30 anni per un grave infortunio), diventa invece un enfant prodige della panchina, esordendo ufficialmente in Serie A con il Cagliari nel 2006. Una categoria che manterrà sempre, salvo rare e brevi parentesi. Non è poco. Ultimo incarico nel 2022, alla guida della Sampdoria.
Mister, prossima destinazione?
«Al momento nessuna squadra, quindi aspetto che si verifichi una situazione giusta per me».
Qual è?
«La situazione giusta per me è quella con una squadra e un organico che possa rappresentare meglio le caratteristiche del mio gioco».
Cosa ha fatto in questi mesi di inattività?
«Il calcio è in continua evoluzione, se vogliamo. Dopo un periodo di saturazione, di delusione, mi sono rimesso a studiare, ad aggiornami, a guardare cose. E quindi l’ho passato studiando quelle sono le evoluzioni che ad ogni stagione si presentano. Il calcio cambia di mese in mese. Basta fermarsi un attimo e si rimane indietro. Ho approfondito quello che più mi interessava».
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Sta guardando gli Europei?
«Certo, sono spunti di aggiornamento. Mi pare che siano delle nazionali “più evolute” rispetto ad altre, e per “evolute” intendo che ricalcano meno la tradizione. Certamente, una nazionale è un insieme di bravi calciatori, dove tu non hai il tempo di sviluppare idee collettive. Ma devo dire che alcune squadre ci sono riuscite, o almeno provano a seguire un trend del momento. Non si tratta di mode: il calcio è continua ricerca di strategie per sopraffare l’avversario, di nuove idee, per creare difficoltà».
Cosa intende per “nuove idee”?
«Le nuove idee sono partite da qualche anno, e ci sono nazionali che cercano di imporre il proprio credo: la Germania, l’Austria, la Spagna…. Quest’ultima è la genitrice del nuovo tipo di gioco. Anche l’Italia ci ha provato secondo me, almeno nelle prime due partite».

Germania – Spagna è stata una finale anticipata…
«Sì, il tabellone purtroppo può fare questi “scherzi”».
La Turchia è stata la sorpresa.
«Ha fatto una partita di sostanza, dove non aveva il favore del pronostico, sicuramente. Ha giocato sulle ali dell’entusiasmo e Vincenzo Montella ha fatto un buon lavoro».
È difficile fare un pronostico.
«In una partita può succedere di tutto e, dal mio punto di vista, conta poco. Sono i contenuti collettivi che possono fare la differenza, anche se non la fanno sempre. Perché si parla di UNA partita. I contenuti collettivi sono quelli che propongono in questo momento, meglio di chiunque altro, ma per qualità individuale, Spagna e Germania. Fino alla fine può succedere di tutto».
Come le è parsa l’Inghilterra?
«Il calcio in Inghilterra è il più bello e il più ricco… la nazionale inglese un po’ meno. Forse perché ci sono troppi inglesi».
E la Francia?
«Sempre un’ottima compagine ma non penso che sia la favorita. Lo è la Spagna, come lo era la Germania».
Quale allenatore lei vede più simile a sé?
«Non lo so. È sempre difficile paragonarsi a qualcuno. A me piacciono le squadre che giocano a calcio, che tentano di dominare, che siano protagoniste. Quelle le guardo più volentieri rispetto ad altre. Adesso il ventaglio delle squadre che cercano di dominare non è ampissimo, ma io mi soffermo di più se vedo una partita che rispecchia quella dimensione: il fare la partita e non subirla. Poi tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Per fare tutto questo è determinante la conoscenza ma anche la materia prima, che è la qualità dei calciatori. E quella lì, se vuoi vedere giocare bene una squadra, è fondamentale».

È la prima volta che l’Italia porta 7 squadre in Champions.
«Sicuramente per l’Italia è importantissimo, per il movimento. Delle casse societarie mi interessa meno, ma per l’esperienza che i calciatori maturano a livello internazionale è sicuramente un valore aggiunto importante. Bologna e Atalanta sono provinciali rispetto alle solite grandi: se lo sono meritato, sono le due squadre che hanno espresso il miglior calcio. Il Bologna è stato molto avanguardista, proiettato al futuro».
Ma il Bologna ha cambiato allenatore
«Sì ha preso Italiano: è una scelta pertinente ed è in linea con quello che il Bologna ha fatto l’anno scorso. È giusto, c’è continuità».
Che serie A sarà?
«È una domanda per il tifoso, lascia il tempo che trova. L’Inter è da tempo che fa bene: l’organico è forte, quest’anno mi pare che rimanga lo stesso, anzi. Il nuovo acquisto Zielinski è un giocatore top. Hanno due giocatori di altissimo livello per ogni ruolo, quindi è una squadra che reciterà da protagonista. Da allenatore, però, mi soffermo su quelle che possono essere idee nuove, proposte nuove: cerco di studiare se ci sono sono idee giuste al momento storico, oppure idee che andavano bene negli anni scorsi; il mio è un punto di osservazione diverso».
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In Lega Pro si affacciano sempre più Under 23. Lei le allenerebbe?
«No. La seconda squadra è il prolungamento della primavera, dove far maturare i giovani, è una missione diversa. È un passaggio che ho già fatto. Ma trovo intelligente fare questo: magari non perdi il talento, magari lo fai crescere con le tue idee di calcio e non secondo quelle di un altro. Alcune squadre lo fanno, altre ci arriveranno: dipende sempre dalla visione del club».
Trova corretto che giochino in un campionato con altre squadre “normali”?
«La competizione va salvaguardata, le seconde squadre devono trovare spazio in una dimensione che non escluda le realtà che tradizionalmente fanno la C, altrimenti diventa monopolio delle grandi. Nel caso in cui ci dovessero essere delle difficoltà economiche e un club propone la propria iscrizione, è fuor di dubbio che vada accettata. Le grandi metropoli che adesso giocano in C torneranno a giocare in B e poi in A. È una questione di cicli».
C’è bisogno di una “palestra” di giocatori, vista la Caporetto della Nazionale…
«Io ritengo che sia sempre difficile addentrarsi in valutazioni, quando non si conoscono bene le dinamiche. Bisogna rifarsi a quello che è un giudizio, superficiale, delle partite. Nelle critiche secondo me si è andati oltre, e mi riferisco a tanti addetti ai lavori, o ex addetti ai lavori, che parlano, danno giudizi, che non sono esteticamente corretti, secondo me. Bisogna limitarsi a quella che è la disamina di quello che si è visto nelle quattro partite, senza andare oltre. Io ho visto una Nazionale che ha cercato di proporre nelle prime due partite quel calcio di cui le parlavo prima. Avanguardistico. Di dominio. Quel calcio che un po’ si rifà alla storia della Spagna. Loro sono tantissimi anni che hanno preso una via e adesso sono i fautori di quel tipo di calcio. Le grandi squadre si rifanno a quel tipo di filosofia lì. L’Italia ha provato, secondo me, nella prima partita molto bene, la seconda lo ha riproposto contro la madre di quel calcio lì – e secondo me non è stato sbagliato – sulla scia della prima partita, dove comunque avevamo dominato. L’idea era quella di togliere un po’ il dominio all’avversario. La partita l’abbiamo persa 1 a 0, potevano perdere con molto più scarto. Ma forse ci ha tolto qualche certezza. Siamo andati a giocare una terza partita in maniera ibrida, con delle rivisitazioni, perché era importante fare il punto, ci siamo riusciti ma abbiamo ulteriormente perso quella sicurezza che ci aveva caratterizzato sin dalla prima partita. E siamo andati a giocare una quarta partita sulla scorta di quelle paure: l’ultima mezzora c’è stata una mancanza di fiducia assoluta. Questo può dipendere da tante cose, che noi non sappiamo. E lì bisogna fermarsi, tutto il resto è show».
Mi ha impressionato l’espressione dei nostri ragazzi, e uomini, dopo 10 minuti di gioco con la Spagna.
«Ci sono dei valori. Noi siamo i campioni in carica, e la nostra Nazionale ha dei calciatori che hanno giocato la Champions e anche chi non l’ha giocata è valido. Il problema è che i giocatori top, che nella vecchia nomenclatura vanno dal 7 all’11, sono poco rappresentati nel campionato italiano, perché in quei ruoli siamo infarciti di giocatori stranieri».

Non le è piaciuto Scamacca?
«Scamacca è un finalizzatore e non un giocatore da uno contro uno. Nel campionato italiano, questi sono per la maggior parte stranieri».
Secondo lei c’è stato un errore nelle convocazioni?
«Non lo so. Spalletti per me è un top allenatore. Le convocazioni lui le ha fatte in base alle sue idee. Queste sono discussioni che ci stanno, ma non mi addentro. Saprà lui perchè, le ha giustificate tutte. Poi ha perso l’ottavo ed essere l’allenatore della Nazionale e perdere agli ottavi poi diventi un problema. Ma lui è un top».
Spalletti ha avuto poco tempo per lasciare la sua impronta?
«Il mestiere del CT è complicato perché il confine tra allenatore e selezionatore è sottilissimo. Ha sicuramente ponderato ogni sua scelta e non penso che abbia tirato la monetina».

Infine una parola per la Sampdoria
«Eh, la Sampdoria è un mio grande amore. Ho sentito Andrea Pirlo pochi giorni fa e abbiamo parlato della Samp, ma di una cosa soltanto: del calore della spinta che ti dà il pubblico quando giochi a Marassi, a prescindere dal risultato. Che riesce ad incitare fino al 95°. Poi magari ti fischia, ma succede raramente. Però nessun mugugno per tutta la partita. È una cosa straordinaria e abbiamo parlato soltanto di questo. Non ci siamo addentrati in altri discorsi. La Samp è la Samp e nella playlist ho sempre la canzone dello stadio. Lo stile, la bellezza dei colori, la sua gente… ne parlo sempre con grande nostalgia».
Il mondo del calcio è un brutto ambiente, lo dicono come mantra anche ai più piccoli. Ma quanto è difficile starne fuori… , soprattutto quando si ha l’occasione di avere a che fare con ottimi professionisti, ma, soprattutto, brave persone. In bocca al lupo, mister Giampaolo.
di: Giulia GUIDI
FOTO ANSA/SHUTTERSTOCK
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