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Sono passati dieci anni dall’annuncio della nascita del Califfato del sedicente Stato Islamico che sembra essere sconfitto solo secondo l’Occidente

Dieci anni fa una bandiera nera faceva sprofondare il mondo intero nel terrore. Il 29 giugno 2014 un messaggio audio esortava tutti i musulmani a riunirsi “intorno al vostro califfo, affinché possiate tornare come un tempo, re della terra e cavalieri della guerra”, veniva così proclamata la nascita di Daesh (l’acronimo ISIS in italiano deriva dalla traduzione “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria”). 

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Miliziano dello Stato islamico in un foto scattata nell’area di Ninive, Iraq, nel 2015. Balkis Press/ABACAPRESS.COM

Il gruppo terroristico islamista sunnita da tempo aveva compiuto attentati e ottenuto successi militari rilevanti in Medio Oriente e, pochi mesi dopo la nascita del califfato, il sedicente Stato Islamico aveva conquistato un territorio importante di Siria e Iraq, ma anche in Libia ed era riuscito a imporsi anche in Nigeria, Afghanistan e nelle Filippine.

In Occidente è stato spesso al centro del dibattito politico per alcuni aspetti: quello degli attentati, che hanno colpito il cuore dell’Europa in diverse occasioni; quello dei “foreign fighters”, persone che dall’Europa (ma non solo) decidevano di partire per militare nelle fila dell’organizzazione terroristica; ma anche per la questione della massiccia propaganda dell’Isis con video che mostravano le brutali esecuzioni compiute sugli ostaggi. Fino al 2019, quando è stato sconfitto da una coalizione internazionale militare, l’Isis è stato capace di colpire in diversi punti del mondo con attentati molto sanguinari e dopo la sconfitta militare è comunque sopravvissuto in diversi Paesi operando per lo più in clandestinità. In Occidente si era poi tornato a parlare di Isis a proposito dell’attentato a Mosca del 22 marzo 2024.

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La storia

Per comprendere la nascita dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria è opportuno fare un passo indietro – ben prima del 2014, negli anni ‘80 – quando il leader saudita Osama Bin Laden fondò il gruppo fondamentalista al Qaeda. A seguito dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan, convinti di trovarvi Bin Laden (che venne ucciso in realtà 10 anni più tardi in Pakistan), e l’Iraq. A seguito dell’invasione statunitense in Iraq del 2003 scoppiò una guerra civile tra le fazioni interne e la più colpita fu la minoranza sunnita del Paese, inoltre nel 2006 con il Primo ministro sciita dell’Iraq, Al Maliki, i sunniti vennero sempre più esclusi dal governo e le milizie sunnite vennero progressivamente eliminate. 

Fotografia scattata nell’area di Ninive, Iraq, nel 2015. Balkis Press/ABACAPRESS.COM

Con l’obiettivo di ristabilire l’ordine i militari statunitensi incarcerarono vari ribelli e vari musulmani fondamentalisti, per lo più nelle carceri di Camp Bucca e Abu Ghraib. I militari a stelle e strisce, come testimoniato da diverse inchieste giornalistiche, torturarono le persone imprigionate, incendiando sempre di più lo scontro tra la popolazione locale e gli invasori militari e proprio nella prigione di Camp Bucca nel 2004 venne rinchiuso Abu Bakr al-Baghdadi un miliziano di al Qaeda irachena (guidata da al-Zarqawi, sunnita come il prigioniero). In Iraq al Qaeda era molto potente, avendo intercettato i malumori dei soldati rimasti senza lavoro dopo che i militari statunitensi sciolsero l’esercito locale. L’obiettivo di al-Baghdadi era quello di divenire il successore di al-Zarqawi e il carcere fu una palestra perfetta, comportandosi come un leader e radunando molte persone a fedeli attorno a sé (gli stessi militari statunitensi si rivolgevano a lui per sedare liti tra i detenuti). 

Nel frattempo, in Siria, anche Bashar al-Assad (alawita, una minoranza sciita) adottava politiche anti-sunnite. In questo quadro di scontento generale si arrivò a un’alleanza tra sunniti siriani e iracheni, ma se l’obiettivo di al Qaeda era di creare una sorta di gruppo di protezione sunnita per la difesa dei territori abitati da musulmani e occupati da occidentali, Abu Musab al-Zarqawi ha sempre avuto come stella polare la creazione di un califfato islamico sunnita. Alla morte di al-Zarqawi nel 2006 il suo successore fu Abu Omar al-Baghdadi che morì nel 2010 e i suo posto venne occupato da Abu Bakr al-Baghdadi. Nel 2011 il gruppo trovò una nuova linfa anche grazie alla liberazione di diversi prigionieri detenuti in Iraq e ciò innescò la crescita che avrebbe portato alla proclamazione del califfato nel 2014, quando iniziò una vera e propria guerra contro l’Iraq con l’occupazione di diverse città e regioni, per passare poi alla conquista della Siria. 

Fotogramma di un video di propaganda dell’Isis che mostra l’esecuzione di 25 ostaggi appartenenti all’esercito siriano. Palmira, Siria, 3 luglio 2015. Balkis Press/ABACAPRESS.COM

Nel messaggio audio diffuso il 29 giugno veniva spiegato che il califfato, definito guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, chiamato “califfo Ibrahim”, riguardava un territorio che andava da Mosul (nel Nord dell’Iraq) alla periferia di Aleppo (in Siria) e da Rutba (nel Sud dell’Iraq) alla periferia di Dayr az Zor (in Siria). Importante per la sviluppo del califfato e per mantenere il controllo militare del territorio fu l’appoggio del gruppo islamista nigeriano Boko Haram, che inviò migliaia di combattenti verso Iraq e Siria.

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Con l’instaurazione del califfato l’Isis riuscì a controllare le banche, le armi dell’esercito iracheno e i pozzi di petrolio (vendendolo a Siria e Turchia); inoltre impose un’interpretazione rigorosa della legge islamica, la sharia, e alle minoranze (cristiane, turcomanne e yazide) impose di abbandonare i beni o pagare una “tassa di protezione” molto ingente. Necessario a questo punto ricordare il genocidio degli yazidi – una popolazione facente parte per lingua e tradizione della storia e del mondo curdo, ma con alcune specifiche molto particolari – compiuto nell’agosto 2014, quando gli uomini dell’Isis marciarono nella regione Sinjar, nel Nord dell’Iraq (a meno di 15 chilometri dal confine siriano) dove viveva la maggior parte della popolazione yazida del mondo. Secondo le stime 3.100 yazidi vennero uccisi e altri 6.800, in maggioranza donne e bambini, vennero rapiti.

Fotogramma di un video di propaganda dello Stato Islamico pubblicato il 18 Novembre 2015. Balkis Press/ABACAPRESS.COM

L’avanzata militare, e lo stesso genocidio nel Sinjar, del sedicente Stato Islamico fu accompagnata da una massiccia opera di propaganda, con video girati in modo professionale dell’uccisione e delle torture che incitando al califfato facevano breccia in quelli che poi sarebbero divenuti “foreign fighters”. Le torture e le esecuzioni sommarie degli Occidentali erano, secondo la propaganda, il prezzo da pagare per i bombardamenti statunitensi (all’interno dell’operazione militare di una corposa coalizione di Paesi tra cui l’Italia) durante l’amministrazione Obama

Nel 2015 anche la Russia entrò nel conflitto (a difesa del regime siriano di Bashar al Assad), ma mentre l’Isis rivendicava numerosi attentati nel cuore dell’Europa (Parigi, Bruxelles, Manchester, Londra, Madrid) l’avanzata militare dello Stato Islamico si affievoliva e si registrarono ingenti perdite dello Stato islamico a Kobane, città curda tra Siria e Turchia, grazie allo sforzo dei combattenti dell’Unità di Protezione Popolare (YPG) e soprattutto delle combattenti dell’Unità di Protezione delle Donne (YPJ). 

Operazioni di addestramento delle forze di coalizione anti-Isis. Erbil, Iraq, 9 marzo 2016. Yunus Keles / Anadolu Agency

Durante il primo anno di vita il califfato si dimostrò incapace di gestire lo Stato, ritrovandosi a non poter garantire beni e servizi di prima necessità agli abitanti e a partire dal 2015 l’Isis iniziò a perdere terreno in Siria, anche se per la caduta dell’ultima roccaforte, Baghuz, furono necessari quattro anni. Nel 2019 il califfo Abu Bakr al-Baghdadi venne ucciso in un’operazione speciale statunitense, il capo dell’ufficio stampa delle forze militari curde in Siria, Mustafà Bali, a marzo 2019 parlava di “vittoria militare completa” contro Daesh e Donald Trump su Twitter sosteneva la sconfitta al 100% del Califfato. 

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La parola agli esperti

Per capire meglio il fenomeno dell’Isis e quanto questo decennio abbia significato abbiamo parlato con Domenico Guzzo, professore dell’Università di Bologna che si occupa di Violenza Politica e Terrorismo.

Professore, è possibile parlare di un pre e un post Isis in materia di terrorismo islamico?
«Sicuramente sì. La nascita del cosiddetto Stato islamico – anche se è preferibile chiamarlo Daesh, la formula maggiormente utilizzata in ambito mediorientale ed è quella che probabilmente meglio racchiude e connota quell’esperienza, dato che il nostro modo di riferirsi a Isis è relativo a un periodo storico particolare di questa esperienza che muta nel tempo e probabilmente la dicitura Isis perderà di valore senza che questo significhi che quel gruppo, quella galassia, non non esista più – è sicuramente una cesura, perché ha rappresentato una forma nuova di proposta terroristica nell’ambito del fondamentalismo islamico. Si tratta di qualcosa che ha creato una rottura netta, potremmo dire antitetica, rispetto al modello prevalente precedente che era quello incarnato da al Qaeda. Quella di Daesh è una proposta completamente diversa perché rappresenta la proletarizzazione, cioè la possibilità per chiunque di diventare un militante della causa. E questa è una differenza enorme rispetto ad al Qaeda dove il combattente è un soggetto altamente selezionato, altamente professionalizzato, di una certa estrazione socio-economica. Solo pochi potevano diventare membri di al Qaeda e dunque si trattava di un percorso molto elitario, con Daesh si assiste a qualcosa di diverso, anzi, di opposto, ovvero l’idea che chiunque possa diventare un militante, addirittura le donne, un elemento, se si ragione nell’ottica del fondamentalismo islamico, di rottura epocale, rivoluzionaria. Al Qaeda ha utilizzato molto poco le donne, sempre e solo in un contesto ancillare, relegate alla cura e al sostegno, mentre lo Stato islamico ha concepito le donne come potenziali combattenti attive, anche se con certi distinguo. Più in generale: con Daesh emerge una proposta terroristica che fa di chiunque un possibile martire, a prescindere dall’estrazione socioeconomica, a prescindere dal fatto stesso di essere nato e cresciuto in zone a prevalenza musulmana e questo spiega il successo dello Stato Islamico con i cosiddetti lupi solitari, quelle persone che si autoradicalizzano pur essendo nate e cresciute in Germania, Belgio, Francia o Inghilterra. In definitiva si può parlare di una rivoluzione copernicana perché ha diffuso la possibilità del terrorismo in maniera globale e lo ha reso autonomo, cioè chiunque, in qualsiasi parte del mondo, può radicalizzarsi attraverso il web, può imparare come mettere in campo armi rudimentali, oppure come fare attentati anche solo utilizzando un camion o poco altro. In questo senso la nascita di ciò che noi chiamiamo Isis è una rivoluzione assoluta che ha modificato la maniera attraverso la quale è stato gestito ed è stato espresso il terrorismo fondamentalista islamico».

Facciata danneggiata dell’aeroporto di Bruxelles a seguito dell’attentato rivendicato dall’Isis. Zaventem, 23 marzo 2016. Vanden Wijngaert / Reporters/ABACAPRESS.COM

Si è dibattuto a lungo anche del problema dei combattenti stranieri che, una volta sconfitto lo Stato islamico sono tornati in Patria, quanto questi soggetti sono effettivamente un pericolo e come possono essere gestiti?
«Sono sicuramente un pericolo potenziale, ma va specificato che i returnees – cioè coloro che sono andati a combattere in Siria, Iraq e zone limitrofe pur partendo da Paesi stranieri e poi sono ritornati nelle nelle proprie patrie d’origine una volta crollata l’esperienza dello Stato islamico – sono pericolosi perché si tratta di combattenti altamente professionalizzati che hanno avuto esperienze di campo e che spesso non hanno non vedono altro senso nella propria vita se non quella della dell’azione violenta della lotta armata o addirittura del dell’atto suicida, ma solo pochi di loro hanno sono poi passati davvero all’atto terroristico. La maggior parte dei returnees ha scelto di reimpiegarsi come mercenari in altri contesti di guerra, perché avevano dalla loro una expertise che ha permesso loro di andarsi a reimpiegare in altri contesti dove ci sono conflitti più o meno aperti o comunque situazioni di violenza politica. Solo alcuni sono poi passati all’azione con attentati in Occidente o nell’ex Unione Sovietica ma più dei singoli va considerato il pericolo generalizzato, cioè ciò che lo Stato islamico ha introdotto, mettendo sul tavolo la possibilità per chiunque di diventare un terrorista dalla sera alla mattina, questo è il vero pericolo. Si tratta di un tipo di minaccia che non è prevedibile, inoltre spesso ad agire sono soggetti che non erano finiti in precedenza sotto la lente degli inquirenti e degli apparati di sicurezza. Se facciamo invece attenzione ai foreign fighters di ritorno le azioni di cui si sono resi responsabili, fuori dal contesto iracheno-siriano, sono sempre state azioni di grande calibro paramilitare, pensiamo all’operazione Bataclan del 2015, che è la prima grande azione Isis fuori dal contesto iracheno-siriano o più recentemente all’attentato alla Crocus City Hall di Mosca nel marzo scorso, dove si vedono, appunto, non attori singoli che vanno a immolarsi, ma dei veri e propri raid paramilitari nei quali chi agisce tende a preservare la propria vita. Tutto questo per dire che quello dei returnees è un pericolo sotterraneo, in realtà è molto meno incidente rispetto al pericolo costante dato dal lupo solitario o dall’autoradicalizzato, perché il foreign fighters è comunque dentro uno schema di mercenariato internazionale, è un soldato formato e ha opportunità di lavoro, di reinserimento, e non è forzato a chiudere la propria esperienza dentro un attentato. Per concludere, si tratta di soggetti che sono relativamente pericolosi – che comunque sono attenzionati, i loro nomi, nel momento in cui sono partiti per andare in Iraq o in Siria e poi sono tornati indietro, sono finiti nei fascicoli e in alcuni Paesi, penso ad alcuni Stati balcanici, le leggi sono particolarmente dure nei loro confronti perché si teme che il loro ritorno possa essere un fattore di radicalizzazione e di destabilizzazione – ma statisticamente parlando sono soggetti che hanno agito molto poco».

Foto di propaganda dello Stato Islamico pubblicata online nel 2015. Balkis Press/ABACAPRESS.COM

A proposito dell’autoradicalizzazione, con Daesh si è vista una macchina della propaganda fortissima e tecnologicamente avanzata, quanto ha inciso anche questo aspetto?
«La propaganda è ancora l’arma principale a disposizione di ciò che resta di quello che noi chiamavamo Isis, un soggetto che non è sconfitto del tutto e continua a esistere con una sua forza seppur senza quella ambizione fortissima che aveva avuto dal 2014 di ergersi a impero. Oggi esiste in una forma ridotta, con milizie clandestine, e controlla solo alcune porzioni di territorio mantenendo comunque un forte appeal, perché uno dei punti di forza dell’Isis era stato quello proprio quello di aver creato per la prima volta una sorta di califfato basato sul terrore e quindi un luogo dove chiunque volesse sfuggire dai propri Paesi di origine poteva andarsi a rifugiare; moltissime persone, uomini e anche donne di seconda o terza generazione, hanno creduto di poter trovare un nuovo senso alla propria vita spostandosi in quei territori. Se adesso questa offerta non esiste più, esiste ancora una fortissima retorica e capacità di propaganda sul web, che è stata un’altra delle grandi differenze che Daesh ha portato rispetto ad al Qaeda. Lo Stato islamico ha capito che la propaganda andava veicolata nelle lingue di destinazione, quindi non più solo in arabo, tutti i contenuti erano infatti tradotti e attualizzati nelle principali lingue: francese, inglese, tedesco, olandese, in modo da poter raggiungere anche, appunto, quei soggetti di seconda e terza generazione o convertiti non di discendenza musulmana. Daesh ha trovato, poi, nuove forme per la propaganda, sviluppando anche videogames – un paio di videogiochi hanno avuto grandissimo successo – ma ha anche creato vere e proprie serie TV dell’orrore che hanno avuto una grande diffusione, anche perché reclutando persone da Europa, Stati Uniti o territorio dell’ex Unione Sovietica lo Stato islamico ha potuto contare su competenze ampie e in campi diversi, riuscendo a creare prodotti molto sofisticati che poi venivano fatti girare su Internet da media center dello Stato islamico. In questo senso la propaganda rimane l’arma più forte, anche perché i contenuti continuano a viaggiare, tra le maglie del deep web e di tutta una serie di canali che permettono di far arrivare questi contenuti nelle case di potenziali militanti che, una volta raggiunti, si autoradicalizzano, ovvero che intraprendono autonomamente, spontaneamente, un percorso che viene canalizzato attraverso il web, seguendo dei tutorial, seguendo delle prediche, inserendosi dentro dei percorsi che sono fatti anche di momenti ludici come appunto i videogiochi. Con questa nuova modalità lo Stato islamico è stato ed è ancora in grado di intercettare persone a distanza, in maniera differita, soprattutto in Occidente, trovando terreno fertile soprattutto in figure maschili, post-adolescenziali, con caratteristiche simili: difficili i rapporti con il padre, difficile inserimento lavorativo, scarsa istruzione, qualche problema pregresso psicologico, precedenti di piccola criminalità e pessimo rapporto con l’altro sesso. I contenuti prodotti da Daesh quindi hanno presa perché hanno una forza, promettono di risolvere in un colpo solo tutti i problemi di questi soggetti: hai problemi a relazionarti con le donne? Allora ti promettiamo un mondo nelle quali le donne sono semplicemente oggetti. Hai un problema economico, non riesci a inserirti, a realizzarti lavorativamente? Diventa un combattente, avrai tutto il prestigio e tutti i soldi che ti servono. Non sei nessuno nella periferia degradata in cui vivi? Diventa un combattente, sarai un eroe. Si tratta dunque di una propaganda estremamente efficace perché sembra fornire una via d’uscita gloriosa, unica, al complesso di tutti i problemi di queste persone suscettibili a questa propaganda. Qui sta la forza di questo messaggio che, girando nel web, è sostanzialmente incontrollabile».

Per concludere, cosa resta oggi dell’Isis?
«Resta molto. Resta l’idea che, malgrado lo Stato islamico sia crollato come esperienza politica, questi 10 anni hanno significato molto. Hanno significato l’ulteriore diffusione della cultura della paura, soprattutto nel mondo occidentale, perché si è passati da un momento, dall’11 settembre in poi, per il quale si viveva nella paura, ma nella coscienza che si era di fronte a grandi attentati, appunto l’11 settembre a New York, gli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004, gli attentati nelle metropolitane, nei bus di Londra dell’anno successivo. Grandi azioni che somigliavano molto a una piccola guerra, molta paura, ma comunque il sentimento di essere di fronte a una sorta di pseudo guerra. Con l’Isis ci siamo dovuti abituare ad attentati auto organizzati, camion che investono persone sul lungomare, auto che investono persone su un ponte o una zona di passeggio, ragazzini che decidono di farsi esplodere in grandi concerti e così via. Possiamo dunque dire che il sentimento di paura si è diffuso molto di più e ha cominciato a toccare anche quei Paesi che fino ad allora venivano considerati immuni, come il Belgio, l’Olanda, la Svezia. L’ultimo aspetto che lascia questo decennio è quello di aver favorito la nascita di un terrorismo opposto, il cosiddetto terrorismo neotemplare. Il terrorismo del norvegese Breivik o del neozelandese Tarrant. Si tratta dell’idea che sviluppa una frangia minoritaria bianca, cioè di trovarsi in un Occidente ormai assediato dall’offensiva fondamentalista islamica rispetto alla quale l’unica soluzione è passare a propria volta al terrorismo e quindi anche questo è un frutto avvelenato di questo decennio».

Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia che hanno provocato la morte di 77 persone, alla Corte d’appello di Borgarting. Norvegia, 10 gennaio 2017. EPA/LISE AASERUD NORWAY OUT

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Con il professore di Diritto pubblico delle religioni presso l’Università LUM Giuseppe Degennaro, Francesco Alicino, abbiamo analizzato altri aspetti relativi all’Isis.

Di cosa parliamo quando parliamo di Isis e terrorismo islamico?
«Bisogna innanzitutto precisare che questa nuova forma di terrorismo d’ispirazione religiosa, comprende una galassia che non si circoscrive solo all’Isis, ci sono varie organizzazioni come al Qaeda e al-Shabaab, ad esempio, ma l’Isis è la prima ipotesi di Stato islamico di ispirazione terroristica, che si è formato tra l’Iraq e la Siria e che è stato sconfitto come entità territoriale, mentre è sopravvissuto come organizzazione, con varie ramificazioni particolarmente attive oggi nell’Africa subsahariana, ma soprattutto sopravvive con l’attività di proselitismo attraverso Internet».

Oltre all’organizzazione terroristica, che ancora sopravvive, cosa rimane dell’Isis oggi, a dieci anni dalla nascita del califfato?
«Rimane una maggiore esperienza da parte delle intelligence statali su come contrastare questa nuova forma di terrorismo che, ripeto, è di ispirazione religiosa – voglio sottolineare che la religione viene utilizzata strumentalmente da questa organizzazione per giustificare gli atti terroristici dietro i quali si nascondono delle motivazioni di carattere politico – dall’esperienza della lotta allo Stato islamico le intelligence si sono organizzate imparando dalla dolorosa lezione dei diversi attentati avvenuti in particolare modo in Occidente. A dimostrazione di questo oggi, in Europa, i tentativi o gli attentati veri e propri sono sempre circoscritti a quelle che possono essere chiamate cellule impazzite oppure lupi solitari, ovvero persone che si radicalizzano in autonomia tramite Internet e lanciano un segnale di voler aderire aderire a un’organizzazione compiendo un attentato da soli. Questo accade perché gli attentati non sono più quelli organizzati come quello del Bataclan del 2015, proprio perché le intelligence statali si sono organizzate in modo da intercettare quelle strutture terroristiche più organizzate. Grazie al tracciamento oggi è molto più difficile reperire armi, così gli attentatori si affidano ad altri tipi di armi, più artigianali, che possono essere costruite seguendo tutorial su internet, oppure coltelli o auto e camion. Dunque possiamo dire che rimane, da un lato, la migliore organizzazione delle intelligence e, dall’altro, un’organizzazione disorganizzata del terrorismo, con lupi solitari che agiscono in nome e per conto dell’Isis senza che Isis o al Qaeda ne sappiano nulla fino al momento dell’attentato stesso. Una dinamica che abbiamo visto anche pochi giorni fa, a proposito dell’attentato sventato al concerto di Taylor Swift a Vienna, dove si è riusciti a evitare che potesse succedere qualcosa di simile a quanto successo a Manchester. Proprio l’attentato durante il concerto di Ariana Grande è un esempio di come le misure preventive non abbiano funzionato e siano migliorate: siamo a Londra, in una famiglia di origine pakistana, la madre di un ragazzo 21enne chiama Scotland Yard perché la stessa polizia si era organizzata con un numero telefonico per chiunque fosse a conoscenza di persone che si stavano o si erano radicalizzate. La donna telefona e spiega che il figlio sta moltissimo su Internet, prega continuamente e ha la bandiera dell’Isis in garage, Scotland Yard non ha però alcun strumento giuridico, quanto riporta la donna non costituisce reato e nulla di tutto questo può fare scattare delle misure di prevenzione che possano fermare il giovane. La donna allora caccia di casa il figlio, il quale prende in affitto una stanza e il padrone di casa del nuovo appartamento, che è il coinquilino del giovane, nuovamente chiama Scotland Yard che però ripete nuovamente non ci siano misure preventive e che il ragazzo è sotto osservazione. Nel frattempo il 21enne tramite dei tutorial trovati online ha realizzato una bomba e si è presentato a Manchester e ha compiuto l’attentato uccidendo 22 persone, oltre a se stesso.
Questa storia, come dicevo, evidenzia come siano cambiate le cose, ma evidenzia anche come in Italia una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere date le peculiare strategie di misure preventive che abbiamo adottato per contrastare il terrorismo, figlie della dolorosa palestra della lotta contro il terrorismo politico degli anni ‘70 ma, soprattutto, del codice antimafia, ovvero di tutte quelle misure di prevenzione che sono una peculiarità italiana. Si tratta di misure che pongono dei problemi per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e che sono state escogitate proprio per contrastare le organizzazioni criminali mafiose
». 

Membri del Free Syrian Army in un’operazione contro Isis. Aleppo, Siria, 07 settembre 2016. Arif Hudaverdi Yaman / Anadolu Agency

A proposito di Isis i media si sono concentrati molto sui foreign fighters che sono tornati in Patria, ma rispetto agli autoradicalizzati che rappresentano una minaccia più concreta, un percorso di deradicalizzazione è possibile?
«Per quanto riguarda i foreign fighters, tutti si aspettavano questa base di appartenenti all’Isis ritornare nelle rispettive patrie come un’ondata di terroristi, ma così non è stato. Sono stati pochi gli episodi compiuti dai returnees, molto probabilmente perché da un lato i combattenti si sono spostati in territori dove si combatte ancora, dall’altro di nuovo la cresciuta esperienza delle forze di intelligence che hanno implementato la collaborazione tra i diversi Paesi, soprattutto in Europa. Anche grazie alla mediazione dell’Unione europea l’intelligence dei diversi Stati membri lavora favorendo lo scambio di informazioni così da riuscire a bloccare i foreign fighters ovunque si trovino, oltre a rintracciare i possibili terroristi e prevenire attentati.
A proposito del processo di deradicalizzazione si apre tutto un mondo che si è sviluppato soprattutto negli ultimi 20 anni. Ogni Paese ha una sua peculiarità, in generale possiamo dire che i più avanzati sono i programmi di deradicalizzazione con l’aiuto delle comunità musulmane di Norvegia, Danimarca e Francia. Parliamo di un processo complicato, ma possibile. Per la complessità pensiamo all’attentato del 2016 a Nizza, quando un autoradicalizzato con un camion si scagliò sulla folla uccidendo oltre 80 persone, l’attentatore si era radicalizzato in meno di 15 giorni, a seguito di alcune delusioni familiari. Si trattava di una persona piena di tatuaggi, ben lontana dal tipo di persona orientata religiosamente o propensa alla radicalizzazione, all’estremismo e al fondamentalismo religioso, ma in meno di due settimane si radicalizza e compie, dopo aver lasciato una dichiarazione online, l’attentato sulla promenade des Anglais il 14 luglio, il giorno della festa nazionale. È evidente quanto difficile possa essere scoprire queste cellule impazzite, quest’uomo non aveva confezionato armi artigianali, ma utilizzato il suo mezzo di lavoro, un camion. Se si vanno a profilare le persone che hanno compiuto attentati, nella maggior parte dei casi, sono persone che non hanno nulla a che fare con la religione, le motivazioni sono piuttosto di carattere sociale, psicologico o politico, la religione interviene solo nell’ultimo miglio del processo di radicalizzazione ed è utilizzata strumentalmente, come se fosse una coperta che copre tutte le altre motivazioni e dà un’estrema determinazione a questi soggetti che decidono di immolarsi in nome dell’Islam o di alcune organizzazioni che rivendicano il proprio monopolio dell’interpretazione dei testi musulmani. 

I processi di deradicalizzazione possono, comunque, essere efficaci. Per quanto riguarda l’Italia non ci sono dei veri e propri programmi di deradicalizzazione unitari predefiniti, ma ci sono delle iniziative a livello locale, in particolare Napoli, Torino e Bari sono dei centri virtuosi. Questi processi devono, secondo me, trovare una maggior collaborazione delle comunità musulmane moderate per cercare di intervenire e interrompere il processo di radicalizzazione, ma è molto difficile perché in Italia l’Islam, intensa nel suo complesso, nonostante sia la seconda religione del Paese non è riconosciuta giuridicamente. Parimenti nessuna organizzazione musulmana è riconosciuta come religiosa e questo spiega ad esempio il grandissimo problema dei luoghi di culto, che possono diventare dei presidi di prevenzione del terrorismo, ma non essendo riconosciuti non dispongono delle strutture adatte. Questa situazione è dovuta alla caratteristica teologica dell’Islam, che non prevede una gerarchia come ad esempio la Chiesa cattolica; in Italia esistono numerose organizzazioni musulmane che non sono riconosciute come comunità religiose proprio perché non ce n’è una che possa dire di palrlare in nome e per conto dell’Islam complessivamente intenso. Per tornare alla deradicalizzazione a Napoli si è optato per collaborare con le organizzazioni musulmane locali presenti, mentre a Bari dopo alcuni tentativi diversi si è scelta la via legale, con le misure del Codice antimafia – quindi si è passati all’utilizzo di quegli strumenti preventivi sviluppati in Italia per la lotta alle organizzazioni mafiose che, essendo molto efficaci, vengono utilizzati anche nella lotta al terorrismo di stampo religioso. Oltre alle misure, che sono una via di mezzo tra il decreto amministrativo e la misura cautelare di carattere penale perciò il soggetto non va in carcere, ma ha una limitazione della libertà personale, il soggetto viene anche seguito da sociologi, psicologi, giuristi che cercano di deradicalizzarlo senza il coinvolgimento delle comunità confessionali, ma perseguendo il principio di laicità dello Stato. Possiamo quindi parlare di due strade per il percorso di deradicalizzazione: quella attraverso la religione e quella attraverso lo Stato, la seconda strada ovviamente non può prevedere l’insegnamento di ciò che sia realmente la religione, ma punta all’insegnamento della verità della Costituzione e al rispetto del pluralismo, su cui essa si basa».

Relativamente allo Stato Islamico, secondo Lei, la fondazione del califfato è stata la mossa che ne ha decretato la sconfitta?
«Questo è un aspetto interessante. Innanzitutto va rapidamente ricordato che all’interno della galassia musulmana le due maggiori scuole fanno riferimento una alla tradizione sunnita e una a quella sciita, sul totale del miliardo e 700 milioni di fedeli gli sciiti rappresentano il 10% e i sunniti il 90%. Al momento della successione di Abu Bakr al Baghdadi, che avvenne in seguito alla crisi della Primavera araba e che coincise con il ritiro dell’esercito statunitense dall’Iraq, si aprì il grande vaso di Pandora iracheno e lo scontro tra sciiti e sunniti, in questo scenario fece la sua comparsa l’organizzazione Isis che riuscì a fondare uno Stato che, però, venne visto in malo modo da altre organizzazioni. Questo perché per molti musulmani l’instaurazione dello Stato è una sorta di blasfemia dato che dopo l’esperienza dei “Califfi ben guidati” succeduti a Maometto nessuno poteva arrogarsi il diritto di fondare uno Stato islamico, perché nessuno può parlare in nome e per conto di Dio, dato che Dio si è rivelato solamente al Porfeta e quindi, conclusa l’esperienza dei primi califfi, nessuno Stato può dichiarasi musulmano o islamico. Si noti che neppure l’Arabia Saudita rivendica il titolo di Stato musulmano, ma si definisce Stato a confessione maggioritaria musulmana, proprio per una questione di carattere teologico. In poche parole per il mondo musulmano un califfato era inconcepibile e la sua fondazione era incompatibile alla teologia. Quindi è questo, in primo luogo, un elemento di rottura all’interno del mondo musulmano e per questo l’Isis aveva contro sia le forze occidentali, sia un numero consistente e potente di organizzazioni musulmane o di leader musulmani che non potevano sopportare questa profanazione della storia della storia musulmana. A questo va inoltre aggiunto che dalle altre realtà musulmane non è condiviso nemmeno l’estremismo portato alle estreme conseguenze soprattutto dato che l’Isis, non distinguendo tra musulmani e non, negli attentati e nelle atrocità commesse il 90% delle vittime era musulmano. Nel suo delirio estremista l’Isis voleva uccidere il maggior numero di persone possibile, senza distinzioni tra fedeli e infedeli, questo ha impedito la vicinanza di altri soggetti. Alcuni Stati a maggioranza musulmana, ad esempio, è stato dimostrato abbiano sostenuto anche finanziariamente al Qaeda mentre per l’Isis questo appoggio è mancato».

Il califfo Abu Bakr Al Baghdadi, mentre recita la preghiera in un fotogramma di un video su YouTube. Mosul, Beirut, 5 Luglio 2014. ANSA/YOUTUBE

La stessa domanda posta ai nostri intervistati a proposito di cosa resti dell’Isis, di questo decennio di terrore, dovremmo farla anche a noi stessi. Cosa resta di quell’esperienza collettiva e singolare della paura, degli attentati che ci hanno colpito più o meno da vicino, di quelle vittime che saremmo potute essere noi, i nostri amici o i nostri familiari e ci ha fatto sprofondare nell’angoscia, ma anche del privilegio che da Occidentali abbiamo esperito di poter, nel corso di questi anni, “dimenticare” la minaccia dell’Isis. Un privilegio che non è stato concesso alle popolazioni della terra in cui lo Stato islamico si è imposto con genocidi (quello degli yazidi è stato l’ultimo riconosciuto dalle Nazioni Unite) eccidi, stupri e rapimenti. Mentre Daesh, capace sia di trarre vantaggio dallo sviluppo tecnologico – negli ultimi mesi è stato creato, con l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale, un notiziario con video che vengono pubblicati settimanalmente per informare sulle “attività” dello Stato – sia di mutare forma e sopravvivere anche alle sconfitte militari, ha trovato in Africa il nuovo centro di sviluppo del terrore. Secondo i dati diffusi dal responsabile dell’antiterrorismo delle Nazioni Unite, Vladimir Voronkov, ad agosto 2022 almeno 10mila miliziani erano ancora operativi tra Siria e Iraq, mentre appunto soprattutto in Africa lo Stato islamico, sotto altri nomi, ha trovato nuova linfa vitale. Dove nuovamente qualcuno meno privilegiato degli Occidentali si trova di fronte a eccidi, stupri, rapimenti rendendo evidente che alla domanda “che costa resta dell’Isis” la risposta sia, drammaticamente, l’Isis. Ancora vivo e ancora forte, capace di perpetrare terrore.

Bimbo siriano in un campo per rifugiati in Turchia. 02 ottobre 2014. EPA/ULAS YUNUS TOSUN

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: Teun Voeten/Reporters/ABACAPRESS.COM