Donald Trump è il 47esimo presidente Usa. Kamala Harris: “la lotta per la libertà e per l’America non finisce qui”

Si sono svolte, dunque, le sessantesime elezioni presidenziali della storia degli Stati Uniti per nominare il 47esimo Presidente degli Stati Uniti che il prossimo 20 gennaio presterà giuramento. Come da tradizione (e da legge) l’elettorato a stelle e strisce il “primo martedì dopo il primo lunedì di novembre” ha deciso la direzione politica che avrà un peso significativo in tutto il mondo.

La corsa per la Casa Bianca è stata caratterizzata da colpi di scena, polemiche, attentati. Quello che sembrava un remake del 2016 non ha annoiato analisti e curiosi.
Il destino di Donald Trump sembrava già scritto e la strada verso lo studio ovale in discesa per poi avere un conferma con l’esito delle primarie. Impossibile dire lo stesso per il candidato democratico Joe Biden che tra problemi personali (con la condanna per la prima volta del figlio del presidente in carica, Hunter Biden) e l’aumentare giorno dopo giorno delle richieste di un passo indietro ha infine deciso di lasciare la sua vice, Kamala Harris, a sfidare Trump.

Con l’entrata in scena della vicepresidente le carte sono cambiate e gli equilibri si sono modificati, anche grazie agli endorsment ricevuti da star e personalità importanti costringendo l’avversario a modificare la strategia d’attacco, non potendo più puntare il dito contro l’età dell’ottuagenario Biden (Harris ha 60 anni mentre Trump 78) e trovando un’avversaria non disposta a incassare, come dimostrato nel primo dibattito televisivo.

La campagna elettorale si è poi tinta di sangue, con l’attentato al Tycoon avvenuto il 14 luglio durante un comizio in Pennsylvania. Il 16 settembre un secondo attentato ai danni di Donald Trump è fallito, facendo alzare ancora di più i timori sulla sicurezza interna degli States. La campagna è proseguita senza esclusione di colpi e fino all’ultimo momento i sondaggi sono stati incerti, indice di un Paese diviso a metà.

La scrivania presidenziale. Ron Sachs/CNP/ABACAPRESS.COM

Prima del 5 novembre l’elettorato statunitense ha potuto votare grazie al voto anticipato o per corrispondenza, all’apertura delle cabine elettorali dunque 64.550.126 voti erano stati già espressi.

Per vincere sono necessari almeno 270 voti (il collegio elettorale conta 538 grandi elettori) e Trump ha vinto con 276. A tradire Harris sono stati perlopiù gli uomini, i latinos, e le donne cattoliche secondo le prime analisi. Il Tycoon sul palco di West Palm Beach, mentre erano ancora in corso le operazioni di conteggio dei voti, ha tenuto il discorso della vittoria: «sono il 47° presidente, stasera abbiamo fatto la storia per un motivo. E il motivo è semplicemente che abbiamo superato ostacoli che nessuno pensava possibili ed è ora chiaro che abbiamo realizzato la cosa politica più incredibile». Aggiungendo che “questa è una magnifica vittoria che ci consentirà di rendere l’America di nuovo grande. Questo è un movimento mai visto prima, questo è il più grande movimento della storia” e assicurando che “sistemeremo tutto“. Trump ha vinto in diversi Stati chiave in bilico tra cui la Carolina del Nord, la Georgia e, soprattutto, la Pennsylvania.

Oltre alle presidenziali gli e le statunitensi hanno votato per diverse altre cose, innanzi tutto per il rinnovamento dei 435 seggi della Camera dei rappresentanti e per 34 dei 100 seggi del Senato (il mandato dei senatori è di 6 anni). In 41 stati ci sono stati circa 150 diversi referendum (i temi sono molto diversi, ci sono stati quesiti intorno alle regole elettorali, come sulla legalizzazione della marijuana, in Arizona invece si è votato in materia di immigrazione) e in 10 Stati si è votato a proposito di introdurre il diritto all’aborto nelle Costituzioni statali. Dalla tornata elettorale del 5 novembre sono anche usciti 11 nuovi (alcuni, in realtà, riconfermati) governatori statali.

Dopo una notte di silenzio, Kamala Harris ha tenuto il suo discorso alla Howard University di Washington, sul palco dove si sarebbe dovuto celebrare il party per la vittoria. «Grazie ai miei sostenitori per la fiducia, a Biden e a tutto il mio team. Sono molto orgogliosa della nostra corsa e di come l’abbiamo condotta, unita dall’amore per il Paese, dall’entusiasmo e la gioia per il futuro dell’America. La nostra lealtà alla nazione ci sarà sempre. Riconosco la sconfitta ma non la fine della lotta per la nostra libertà, continuerò a lottare. La lotta per il nostro Paese è un lavoro duro, ma ne vale sempre la pena. Lotteremo sempre per la democrazia, per i diritti. So che avete sentimenti contrastanti. Ma dobbiamo accettare il risultato del voto. Questo fa la differenza tra democrazia e tirannide. Va bene sentirsi tristi e delusi, ma sappiate che andrà tutto bene. Spesso dico che quando combattiamo, vinciamo, ma il fatto è che a volte la lotta richiede un po’ di tempo. Questo non significa che non vinceremo. La cosa importante è non arrendersi mai. Non smettere mai di cercare di rendere il mondo un posto migliore. Voi avete il potere».

Ritratto della sconfitta

I riflettori di tutto il mondo politico si sono accesi sul viso sorridente di Kamala Harris nel momento esatto in cui Joe Biden ha chinato il capo e si è arreso alle pressioni esterne, rinunciando – a poche settimane dalle elezioni – alla sua candidatura. Harris, attuale vicepresidente, si è trovata all’improvviso al centro delle attenzioni internazionali benché debba essere ancora formalmente nominata dal partito, cosa che potrebbe accadere alla convention a Chicago in programma dal 19 al 22 agosto. Tuttavia la posizione che riveste attualmente, il sostegno espresso senza tentennamenti da Biden e anche la pressante urgenza per i Dem di ricompattare il partito e presentarsi saldi davanti all’opinione pubblica per riuscire ad arginare l’avanzata di Donald Trump – il cui gradimento è salito nei sondaggi dopo l’attentato – fanno pensare che non ci saranno altri candidati contro cui lottare e che dunque Kamala Harris potrebbe sul serio diventare la prima presidente donna degli Stati Uniti d’America. Di più: la prima donna, la prima donna afroamericana, la prima con origini asiatiche, sbaragliando così qualunque barriera di genere e razza in un momento storico in cui negli Usa si discute aspramente di temi fondamentali come l’aborto e i diritti civili. 

A nome del popolo americano, ringrazio Joe Biden per la sua straordinaria leadership come presidente degli Stati Uniti per i suoi decenni di servizio al nostro Paese. Sono onorata di avere l’appoggio del presidente e la mia intenzione è quella di guadagnarmi e vincere questa candidatura” ha scritto Harris nella sua dichiarazione dopo il passo indietro fatto da Joe Biden. Era da dopo il disastroso dibattito televisivo del 27 giugno che lo staff di Harris aveva cominciato a lavorare a una campagna che potesse rafforzare la sua immagine pubblica: la donna aveva cominciato a farsi vedere e sentire di più rispetto agli ultimi tre anni e mezzo, presumibilmente sia per assicurarsi il sostegno dei finanziatori dei Dem sia per mostrarsi stabile nella sua posizione e scoraggiare una competizione tra più sfidanti che sarebbe deleteria in questo momento per il partito. Harris potrebbe essere, agli occhi degli americani, una validissima alternativa a Donald Trump che, con la sua politica divisiva, ha aiutato la sua ascesa durante il suo ultimo mandato: una battaglia che è cominciata a colpi di tweet e che ha riguardato tutti i temi più scottanti degli ultimi anni, dall’insabbiamento del Russiagate alla proteste popolari per l’uccisione di George Floyd da parte della polizia. In generale, Harris ha preso posizione contro Trump denunciando qualunque forma di discriminazione o violazione della legge messa in atto, e puntandogli il dito contro – a suon di social o interviste pronte nel cassetto – ogni volta che il tycoon si esprimeva contro le donne, le persone a basso reddito, le persone di colore e, in generale, gli “ultimi” della società americana. Adesso, potrebbe riunire sotto il suo nome tutti coloro che temono un ritorno di Trump per via delle sue posizioni su temi come aborto e diritti civili appunto, sulle armi o sul ruolo della polizia, sulla Russia e la politica internazionale, e ancora per le sue vicende giudiziarie poco chiare. 

I dubbi sulla sua figura, e di conseguenza sulle sue possibilità di vittoria, comunque, non mancano. Nel corso degli anni ha fatto discutere e il suo indice di popolarità è basso, al momento poco sopra a quello di Biden stesso. Quando nel 2020 ha provato a candidarsi fuori dalla California – il suo Stato – è andata malissimo e non sembra essere disposta a cambiare i punti cardine della sua linea politica per piacere agli elettori bianchi della classe media, cosa che potrebbe premiarla sotto tanti punti di vista – sicuramente quello etico e morale – ma che potrebbe anche penalizzarla in alcuni Stati decisivi come Michigan e Pennsylvania. Secondo un sondaggio di YouGov riportato da Internazionale, tre quarti degli elettori democratici non sono entusiasti di Harris al posto di Biden, anche se in questo momento si “farebbero andare bene” qualunque alternativa, e gli elettori indipendenti non guardano con fiducia alla vicepresidente. Tuttavia il fatto che Harris rimanga, ancora dopo tre anni e mezzo, praticamente sconosciuta agli elettori potrebbe essere un vantaggio: lo staff potrebbe organizzare una campagna lampo tutta improntata proprio sul far conoscere Harris come la paladina di elettori giovani e afroamericani, delusi e poco coinvolti, e il faro per quegli elettori scontenti dall’ultima amministrazione ma a disagio con la figura di Trump di cui gli Usa sono pieni attualmente. 

Ma, al di là della campagna elettorale tutta da scrivere, chi è Kamala Harris? Facciamo un passo indietro. 

Radici e orgoglio

Il nome “Kamala” significa “Fiore di loto” e nella cultura indù viene usato per rivolgersi alla dea Lakshmi, divinità della fortuna, del potere, della bellezza. Quando Kamala venne data alla luce, il 20 ottobre del 1964 a Oakland, sua madre Shyamala Gopanal ne scelse il nome per richiamare le sue radici indiane e per simboleggiare una lotta che aveva intrapreso lei stessa molto tempo prima e che la bambina sarebbe stata chiamata a portare avanti: quella per l’emancipazione delle donne. Gopalan era una scienziata con un dottorato preso a Berkeley, e aveva dedicato la sua vita agli studi oncologici. Era emigrata dall’India negli Usa nel 1958, a 19 anni, per studiare – una delle prime indiane a farlo – all’università di Berkeley appunto. All’epoca le leggi sull’immigrazione erano severissime: era consentito l’ingresso nel Paese solo a 100 indiani l’anno e Gopalan, riuscita a entrare, faceva parte dei 12mila che rappresentavano la minoranza complessiva; perlopiù, erano uomini. Il razzismo di quegli anni era violento ma Gopalan si integrò: partecipò alle proteste contro la guerra nel Vietnam, lottò contro la tradizione del matrimonio combinato che voleva per lei la sua famiglia e sposò per amore un economista di Berkeley originario della Giamaica, Donald J. Harris, che oggi è professore emerito alla Stanford University. La coppia ebbe due figlie: Kamala, la primogenita, e Maya. Raccontando nella sua autobiografia (The Truths We Hold: An American Journey) la sua infanzia, la maggiore Harris spiega che sua madre era molto attenta al tipo di educazione che impartiva alle bambine: “sapeva bene che stava facendo crescere due figlie nere ed era determinata ad assicurarsi che saremmo diventate due donne nere, orgogliose della nostra origine e sicure di noi stesse“. Le ragazze Harris visitarono l’India da piccole e Kamala racconta di esser stata grandemente influenzata dalla figura dei nonni: lui era un alto funzionario governativo impegnato nella lotta per l’indipendenza indiana, mentre lei era un’attivista e girava per il Paese per insegnare alle donne analfabete le tecniche per il controllo delle nascite. 

Nel frattempo, mentre Kamala diventava un’adolescente e poi una donna, negli Stati Uniti il razzismo verso etnie differenti si intensificava ma acquisiva anche sembianze più subdole. Gli statunitensi di origine asiatica per esempio subivano un diverso tipo di discriminazione rispetto agli afroamericani: secondo la docente di studi americani dell’Amherst College (Massachusetts) queste persone venivano giudicate in base “alla loro capacità di somigliare ai bianchi per livello d’istruzione e per reddito“. Si andava sviluppando insomma una sorta di “mito della minoranza modello“, che negli anni ’60 era stato proposto per descrivere la realtà dei nippo-americani ma che già negli anni Ottanta era diventato ormai un vero e proprio cliché. Le persone con origini orientali in pratica venivano considerate una “minoranza di successo”, ben inserita, con una grande etica del lavoro e solidi valori famigliari, una definizione che li metteva volutamente – e malignamente – in competizione con la minoranza degli afroamericani, così la comunità nera e quella asiatica erano spinte a farsi “la guerra”. Kamala Harris crescendo divenne l’anello di congiunzione tra queste due realtà e ruppe lo schema, ma non sfuggì alle critiche per i suoi tentativi di mantenere l’equilibrio tra l’attivismo progressista di cui è piena la sua storia personale e politica e l’ambizione che la portò a scalare il mondo della giustizia. 

Figlia di intellettuali, come dicevamo, cresciuta nel cuore dell’America multiculturale e multietnica, frequentò le scuole superiori a Montreal in Canada seguendo gli spostamenti della madre e poi dopo il diploma tornò negli Usa dove venne ammessa alla Howard University. Qui studiò Scienze Politiche ed Economiche per poi proseguire gli studi in legge a San Francisco. Dopo la laurea nel 1990 cominciò a lavorare come stagista a Oakland nell’ufficio del Procuratore distrettuale della Contea di Alameda. La sua strada sembrava tracciata: nel 2003 venne eletta – prima donna di colore nella storia – procuratore di San Francisco con il 56,5% dei voti rispetto al candidato rivale e in seguito salì di grado e venne eletta per due mandati come Procuratore generale nello Stato della California. Fu una carriera sfolgorante: la percentuale di condanne nel distretto con lei al timone salì dal 52% del 2003 al 67% del 2006, il tasso più alto registrato in un decennio. Aumentarono in modo esponenziale – secondo i dati riportati da Il Sole 24Ore – i procedimenti giudiziari per i reati legati alla droga che nel 2006 erano saliti al 74%. Nel 2014 divenne procuratore generale della California e, rivestendo questa carica, bloccò il rilascio dei detenuti non violenti dal carcere dopo due proteste per il sovraffollamento, dichiarando che il loro rilascio avrebbe comportato una perdita di forza lavoro per le tante attività economiche avviate nelle carceri. Nel 2016 denunciò un sito web, Backpage.com, per tratta di esseri umani: qui infatti i “lavoratori del sesso” pubblicizzavano la loro attività e facilitavano l’incontro con i clienti. La campagna di Harris contro la pornografia online proseguì in Senato e i provvedimenti adottati prima nell’una e poi nell’altra sede da Harris portarono al sequestro del sito. 

Eletta in Senato per la prima volta nel 2016 – prima asiatica americana e seconda afroamericana a farlo – mentre la sua carriera continuava ad ascendere si sposò con un avvocato d’affari, Doug Emhoff, oggi second gentleman alla Casa Bianca. La reputazione politica di Harris è migliorata vertiginosamente durante gli anni di Trump, perché come dicevamo la ferrea opposizione al tycoon l’ha portata sotto le luci della ribalta e la sua posizione di condanna all’atteggiamento dell’ex leader dopo la morte di Floyd le è valsa la poltrona di vice presidente candidata con Joe Biden alla scorsa campagna elettorale. In un primo momento si era candidata alla nomination democratica ma poi si era ritirata a inizio dicembre 2019 con la lista dei candidati dem ancora lunga, perché non voleva essere divisiva e voleva “restare dentro al partito impegnata nella sfida più grande: far vincere i democratici”. Sulle lunghe distanze, questa visione lungimirante l’ha ripagata ben oltre le attese. 

Il sodalizio Biden-Harris

Come vicepresidente, Harris è spesso rimasta nell’ombra: è sempre stata un passo indietro rispetto a Biden, non ha mai provato a oscurare il presidente, e gli è sempre rimasta leale. Ma il loro rapporto non era iniziato nel migliore dei modi. Come accennavamo, nel gennaio del 2019 Harris ha lanciato la sua campagna presidenziale e il suo primo comizio elettorale ha attirato 20 mila sostenitori. Era partita molto bene ma c’erano in ballo più di 20 candidati sul campo democratico e ben presto lei o il suo staff hanno capito che avrebbe fatto fatica ad emergere; erano gli anni di Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, che partivano in vantaggio essendo più familiari all’opinione pubblica. Prima di ritirarsi comunque ebbe un momento di gloria che, ironia della sorte, la vide fronteggiare proprio Joe Biden: durante un dibattito televisivo i due si scontrarono sulle politiche attuate per favorire la “desegregazione” delle scuole dopo l’approvazione del Civil Rights Act

I due hanno comunque avuto modo di legare maggiormente in seguito, soprattutto perché l’amministrazione Biden è iniziata in modo drammatico, all’ombra dell’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e con la pandemia che metteva a dura prova il sistema sanitario e l’economia. Harris si è occupata di immigrazione e diritto di voto cercando riforme radicali che non erano facili da ottenere con i numeri dei Dem al Senato, ed è stata ampiamente attaccata in due occasioni: quando durante un’intervista si è irritata alla domanda sul perché non avesse ancora visitato il confine tra Stati Uniti e Messico, e quando ha chiesto, nel giugno 2021, ai migranti di “fermarsi” e di non provare a raggiungere gli Usa perché “chi verrà sarà rimandato indietro. Continueremo a rafforzare le nostre leggi e mettere in sicurezza la nostra frontiera“. 

Insomma in generale Harris ha sofferto il fatto di essere entrata in politica senza arrivare dalla politica stessa e in un momento storico in cui la polarizzazione era molto forte, tanto che è stata accusata dai dem di “non essere abbastanza di sinistra” e dai rep di “essere troppo estremista”. È spesso stata accusata per la sua tendenza ad evitare domande difficili o a dare risposte vaghe o evasive, la “word salad”, insalata di parole che non significano nulla. Ma il suo risultare in qualche modo “ambigua” potrebbe paradossalmente essere un vantaggio adesso, perché la campagna elettorale potrebbe basarsi quasi completamente sull’orientamento degli elettori indecisi. 

Secondo il giornalista John HendricksonHarris sta ancora cercando di capire la sua personalità politica e non è magnetica sul palco; forse non sarà mai una rockstar della politica come Obama e Clinton ma nel suo discorso è sembrata molto più convincente e competente di Trump e di Biden“. 

I successi di Kamala Harris

I più grandi successi nella carriera politica di Kamala Harris iniziano con il Covid. Si è molto battuta per la promozione della campagna di vaccinazione, ma ha anche lavorato duramente per ridurre il divario digitale degli Stati Uniti in un momento in cui l’unico modo per i ragazzi di non perdere la scuola – e per gli adulti di lavorare in sicurezza – erano i device digitali. Nel marzo del 2021 ha appoggiato una manovra da 1.900 miliardi di dollari, il più grande pacchetto di aiuti finanziari dai tempi della Depressione, chiamato American Rescue Plan: si trattava di un piano per sostenere le donne lavoratrici che erano state fortemente penalizzate dalla pandemia. Nel piano erano comprese misure di assistenza per l’infanzia e congedi parentali retribuiti. 

Per le donne, Kamala Harris si è spesa molto: ha sostenuto diverse iniziative per garantire la parità salariale, combattere la violenza di genere e migliorare l’accesso ai servizi sanitari riproduttivi. 

Molto attiva anche, come dicevamo, nel lotta al razzismo: dopo le proteste del movimento Black Lives Matter ha sostenuto il George Floyd Justice in Policing Act, legge che riformava le forze dell’ordine nel tentativo di combattere il razzismo e evitare comportamenti scorretti (e sessisti). La norma in verità deve essere ancora approvata dal Congresso. 

Per quanto riguarda l’ambiente, Harris ha sostenuto la proposta del Build Back Better Plan, che prevede investimenti nel campo delle rinnovabili, nell’efficienza energetica e nelle infrastrutture sostenibili; ha anche partecipato in prima persona alla Cop26 a Glasgow, rappresentando l’impegno degli Usa nella lotta al cambiamento climatico. 

Un altro tema di cui si è molto occupata come vicepresidente e che potrebbe tornarle utile adesso è quello sulla difesa dell’aborto. Nel giugno 2022, quando i 6 giudici conservatori della corte suprema hanno abolito il diritto costituzionale all’interruzione di gravidanza, Harris si è fatta subito paladina della lotta perché alle donne venga riconosciuta la libertà di decidere e autodeterminarsi. Ha guidato i democratici nella condanna ai repubblicani e ha magistralmente collegato la difesa della libertà di abortire con quella di esprimersi e di affermare il proprio genere sessuale, tutte libertà che sarebbero minacciate da una seconda amministrazione Trump

Washington Dc, campagna elettorale. Maik Meyer/ANSA

Per analizzare al meglio la figura di Kamala Harris e per provare a tracciare un disegno di quel che potrà accadere in autunno negli Stati Uniti, Il Mondo ha intervistato Mattia Diletti, docente della Sapienza Università di Roma ed esperto di politica americana, autore del libro “Divisi. Politica, società e conflitti nell’America del XXI secolo“. 

Professor Diletti, Kamala Harris sarà la nuova candidata dem? 

«Sembrerebbe proprio di sì. La riunione dell’organo che governa il partito Democratico deve ancora esserci ma negli Stati Uniti i partiti sono molto più legati alle leadership che alle strutture organizzative. Ci troviamo d’altronde in una situazione del tutto inedita: non è mai successo da quando le primarie sono obbligatorie come strumento di selezione dei candidati alla presidenza che uno di loro si ritirasse a così breve distanza dalle elezioni. Non si è mai verificata questa situazione quindi i Dem saranno chiamati a “inventarsi” una nuova modalità e potrebbero seguire due strade: incoronare Harris alla convention di agosto, attuando un passaggio di delegati tra Biden e Harris stessa, oppure dare una parvenza di competitività mettendo sul tavolo qualche figura in più. Sembrerebbe però che si opti per la prima opzione, d’altronde Harris ha già i numeri per giocare la partita contro Trump». 

Quali sono i più grandi ostacoli sul suo cammino? 

«Il più grande nemico di Kamala Harris, così come minacciava di esserlo per Biden e come lo è stato per Clinton, è il sistema elettorale americano che, per motivi contingenti, negli ultimi 25 anni ha premiato i Repubblicani che pure strutturalmente sono una minoranza elettorale. Nel 2016 Trump è riuscito a vincere con tre milioni di voti in meno rispetto a Clinton, e nel 2020 Biden invece ha dovuto prendere 7 milioni in più per poterlo battere. Questo perché per vincere le elezioni in Usa bisogna contare sugli Stati, sui Grandi Elettori e i Dem sono notoriamente deboli in tre Stati fondamentali, Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Perciò per Harris sarà fondamentale e decisivo mi azzarderei anche a dire, scegliere il vicepresidente giusto, il più adatto a convincere questi Stati. E questo potremmo indicarlo come il primo tema, la prima grossa difficoltà. C’è poi l’incognita di come andrà la campagna elettorale: Harris è partita benissimo, ha avuto tantissimi soldi e la sua strategia di comunicazione ha inaugurato davvero col botto. Però non può permettersi errori, perché è in rincorsa. Al contrario di Trump che, essendo più avanti, può ancora concedersi qualche margine d’errore. È come se lui avesse più strade per la Casa Bianca e lei solo una: non fare errori e vincere negli Stati in cui i Dem sono più deboli».

Harris ha infatti raccolto oltre 126 milioni di dollari di donazioni da quando Biden ha fatto un passo indietro. Il boom ha coinvolto grandi nomi della finanza ma anche tantissimi piccoli donatori al loro primissimo sostegno economico per i Dem (dato rilevante). Nel primo giorno, domenica 21 luglio, Harris ha raccolto 81 milioni di dollari e il team della campagna ha precisato che l’importo comprendeva solo le cifre versate da piccoli donatori. Si tratta, secondo lo staff, della “più grande raccolta fondi da parte di un candidato in 24 ore nella storia delle presidenziali”. I “big dollars donors”, i grandi finanziatori, secondo quanto riporta Semafor, sono George e Alex Soros, Blair Effron di Centerview, Jonathan Gray di Blackstone, Peter Orszag e Ray McGuire di Lazard, Brad Karp di Paul Weiss e Roger Altman di Evercore. Storicamente la Silicon Valley è sempre stata più vicina a Trump (basti pensare a Elon Musk) ma il co-fondatore di LinkedIn Reid Hoffman ha definito Harris “la persona giusta al momento giusto” e quindi tutto potrebbe ancora cambiare. Uno dei maggiori donatori dei Dem è Reed Hastings, co-fondatore di Netflix, che ha donato 7 milioni di dollari a un super pac che sostiene la candidata. I super pac sono le organizzazioni create per sostenere candidati e temi politici ma che non possono finanziare in maniera diretta.

Per quanto riguarda invece i numeri di Trump, i gruppi di raccolta fondi hanno tirato su 431,2 milioni di dollari tra aprile e giugno – 98,9 milioni di dollari in più rispetto ai gruppi pro-Biden, che avevano raccolto 332,4 milioni di dollari secondo quanto riporta il Financial Times. Tra l’altro, la polemica per i soldi raccolti da Harris non si è fatta attendere: Trump l’ha accusata di frode perché i soldi della campagna di Biden passeranno a lei. 

L’appoggio di Joe Biden e Nancy Pelosi ha favorito Harris con l’opinione pubblica o rischia di essere un boomerang inatteso? 

«Bisogna fare una duplice considerazione. In generale negli Usa non c’è un sentimento favorevole ai vecchi politici nel Paese, ma questo riguarda anche Trump. Non è affatto popolare: può contare su una fanbase più compatta e motivata ma tra i due candidati avuti fino a ora, tanto Biden quanto Trump erano molto impopolari. È un po’ come da noi: essere politici di lungo corso non premia, c’è proprio disagio rispetto alla politica. Perciò paradossalmente Harris in questo momento ha il tempo di farsi “perdonare”, di costruire un personaggio nuovo in breve. Deve rafforzare molto la sua immagine, sicuramente in modo indipendente, però poi le occorrerà anche mantenere una forte relazione con queste figure che l’hanno in qualche modo preceduta, perché saranno importanti per l’organizzazione della campagna elettorale. Al grande pubblico Harris mostrerà una voce più “populista” se vogliamo, secondo me ci sa fare con la gente molto più di quanto abbiano lasciato vedere fino a oggi. Sfrutterà questo».

L’hanno isolata, fino a questo momento, anche all’interno del suo partito? 

«Probabilmente un po’ sì. Non è una figura comoda quella del vicepresidente in Usa, anzi, spesso sono personaggi sfortunati. Se non ci fosse stato questo incidente, chiamiamolo così, non sarebbe stata la prima vice a passare inosservata e di cui ci saremmo dimenticati con facilità il nome. Non sappiamo cosa sia accaduto: potrebbero addirittura esserci state freddezze tra lei e Biden, non sappiamo come mai sia rimasta in disparte. C’è da dire però che in questi ultimi due anni lei si è occupata quasi esclusivamente di questioni che riguardano le donne, da dopo tutto il caos seguito all’abolizione della norma che tutela l’aborto; questo tema può essere la chiave per portare alle urne l’elettorato femminile. Ci ha lavorato moltissimo e ha una buona patente. Ricordiamoci che alle elezioni di metà mandato i Dem hanno avuto una performance migliore delle aspettative proprio per via del voto femminile».

Un altro partito da battere sarà quello dell’astensionismo. 

«Senza dubbio. Ciò che è evidente è che noi – figure come me e lei – viviamo dentro una bolla di attenzione per la politica ma usciti da questa ci si rende conto che c’è una grandissima apatia. La politica non è in cima ai pensieri degli americani, in realtà c’è un malcontento che si respira da anni e Trump, pur essendo un profilo che funziona in virtù di questo sistema elettorale, ha sì la capacità di compattare e costruire una sorta di “culto” intorno alla sua persona ma non ha la capacità di allargarsi. Viaggia compatto ma non può contare su “nuovi” elettori. L’elettorato dei Dem è molto più pluralista e saranno loro a giocarsi la carta degli “esitanti”. È un elettorato più largo, più conflittuale, più aperto: devono faticare per tenere tutti motivati certo, ma hanno anche più potenzialità. Chiaro, questo vuol dire che il tema dell’astensionismo rimane molto più pericoloso per i Dem che per i Rep».

Su cosa dovrebbe puntare, Kamala Harris, per vincere? 

«È emerso con grande chiarezza nelle ultime ore che la cosa che serviva ai Dem per questa campagna elettorale era un colpo di energia, di speranza, di entusiasmo, qualcosa che Biden non riusciva più a dare. Perciò c’è una parte emotiva che ha cambiato segno e a lei serve tantissimo continuare in questa direzione. La campagna ha cambiato completamente tono e fin da subito Harris si è mostrata molto aggressiva, di un’aggressività che ai Dem serviva! È subito partita con l’idea “conosco le persone come Trump perché ero un pubblico ministero e le mettevo in galera”. Il tono è stato questo, è emersa una voglia di confronto enorme, e questo probabilmente la premierà. Dovrà riuscire a mantenere alto questo entusiasmo ovviamente. Poi c’è una seconda parte, che è quella meno visibile, sono le “minuzie” della campagna elettorale: sarà fondamentale lavorare bene su alcuni target. Le donne, i giovani, le minoranze: si tratta di elettori che sono tendenzialmente Dem ma che sono facili a essere demotivati. Biden ne aveva persi un sacco per via di alcune scelte dell’amministrazione. Infine, terza e ultima parte, gli Stati difficili: bisognerà investirci tempo e denaro, in quei cinque o sei Stati che possono far vincere Harris anche solo per poche migliaia di voti. I tre punti focali sono questi: mantenere un’immagine dinamica e aggressiva che sembra essere quella richiesta dall’elettorato; andare a rivitalizzare alcuni segmenti chiave di quello stesso elettorato; e fare una campagna perfetta negli Stati-chiave».

A livello di comunicazione la campagna di Harris è partita con vivacità. Il suo primo comizio – che era già in programma – si è tenuto a Milwaukee nel Wisconsin e parlando di Trump la vicepresidente non si è risparmiata. Questo è uno di quegli Stati in cui la campagna elettorale sarà fondamentale perché qui Rep e Dem sono praticamente alla pari. La parte del comizio più applaudita è stata proprio quella in cui Harris ha attaccato l’ex tycoon, parlando della sua esperienza come procuratrice generale della California e sostenendo che conosce i “pregiudicati” come Trump (che è il primo ex presidente Usa a esser stato giudicato colpevole in un processo penale): «mi sono occupata di criminali di tutti i tipi. Criminali che hanno abusato delle donne. Truffatori che hanno derubato i consumatori. Imbroglioni che hanno infranto le regole per guadagnarci dei soldi. Quindi ascoltatemi quando dico che so che tipo di persona è Donald Trump».

Cosa possiamo aspettarci da Trump? I Dem gli hanno “rubato la scena” nel post attentato, e lui chiaramente si godeva l’attenzione mediatica.

«È fuori dubbio. Trump ha una campagna da ri-centrare ovviamente, prima il suo obiettivo era Biden ed era un obiettivo più facile, non per niente il loro preferito. Però io penso che continuerà a fare quello che ha sempre fatto e cercherà di associare Harris a Biden per screditarne la figura in qualche modo. Per il resto possiamo aspettarci il solito, vecchio Trump, il suo stile non cambia mai: continuerà a insultare, provocare, aizzare la folla, deridere; userà le stesse tecniche che usò contro Clinton nel 2016 a mio parere. Ciò a cui dovrà fare attenzione Trump però, è questo: i trumpiani del 2020 sono molto più estremisti di quelli del 2016. Oggi una sua deputata Rep, alla Camera dei Rappresentanti, ha fatto esternazioni veramente razziste su Harris, dicendo cose come “è stata messa lì perché rappresenta una minoranza”. In America è quasi uno scandalo. Dovrà fare molta attenzione agli estremismi perché hanno un peso sull’opinione pubblica rischiano di spaventare un elettorato che magari non avrebbe votato democratico ma che ha paura di votare per Trump e le organizzazioni che lo appoggiano, come quelle di suprematisti bianchi che se la sono presa con la moglie indiana del suo vice parlando di “strategia di sostituzione della razza”. Ciò detto però, è davvero difficile fare previsioni: siamo in un contesto in cui potrebbe davvero accadere di tutto». 

È possibile che salti fuori un’altra candidata forte? Sto pensando ovviamente a Michelle Obama.

«Secondo me no. Questa è una cosa di cui in Italia si parla molto ma che in realtà negli Stati Uniti non è nemmeno vista come un’ipotesi reale. Poi magari ci sorprenderanno però Michelle non ha intrapreso alcun percorso che potesse portarla in politica (Clinton fece tutti i passaggi ad esempio, si candidò senatrice, divenne ministro eccetera); Obama invece, no. Barack non si è ancora espresso su Harris ma questo secondo me non significa che appoggerà un altro candidato, non lo fece nemmeno con Biden. È più probabile che non voglia farlo perché, da dopo la presidenza, si considera una figura super partes nel partito, continua a fare politica ma cerca di mantenere la neutralità, di essere una figura di garanzia».

Gli Obama agli US Open. ANSA

Insomma Kamala Harris carte da giocare – nonostante sia inciampata in un paio di occasioni – ne ha parecchie nel mazzo: è determinata, preparata, elegante ed è simbolo degli States delle regole sì, ma anche di quelli della multiculturalità; è emblema di un’America multietnica, aperta, si è fatta portavoce dei diritti dei più deboli, delle minoranze, delle donne, della comunità LGBT, e potrebbe rappresentare – in forza anche della sua giovane età – la candidata ideale per chi ritiene che ripiegare su Trump potrebbe essere un passo indietro in un momento storico in cui guardare in avanti è l’unica via per non soccombere alle insidie sulla scacchiera internazionale. 

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA/EPA/CJ GUNTHER